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Full text of "La vita nuova di Dante Alighieri, commentata per le scuole e per gli studiosi"

DUKE 

UNIVERSITY 

LIBRARY 



THE LIBRARY OF 

PROFESSOR GUIDO MAZZONI 

1859-1943 



Digitized by the Internet Archive 
in 2013 



http://archive.org/details/lavitanuovadidan01dant 



GIOVANNI FEDEKZONI 

LA VITA NUOVA 

DI 

ANTE ALLIGHIERI 

COMMENTATA PER LE SCUOLE E PER OLI STUDIOSI 




ILLUSTRATA CON NOTE E GIUDIZI 
DI 

GIOSUÈ CARDUCCI 




BOLOGNA 
NICOLA ZANICHELLI 

FIRENZE - ROMA - MILANO - PISA - R. Bemporad & P. 

TORINO - S. Lattes & C. — PALERMO - Alberto Reber 

NAPOLI - Fratelli Treves — GENOVA - Edoardo Spiotti 



GIOVANNI FEDERZONI 



LA VITA NUOVA 



DI 



DANTE ALLIGHIERI 

COMMENTATA PER LE SCUOLE E PER GLI STUDIOSI 



ILLUSTRATA CON NOTE E GIUDIZI 
DI 

GIOSUÈ CABDUCCI 




BOLOGNA 

NICOLA ZANICHELLI 

FIRENZE - ROMA - MILANO - PISA - R. Beuiporad & P. 

TORINO - S. Lattes & C. — PALERMO - Alberto Rebef 

NAPOLI - Fratelli Treves — GENOVA - Edoardo Spiotti 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



Bologna — Coop. Tipografica Maroggiani — x-1910. 



or 



AVVEKTENZA 



L' idea di questa interpretazione della Vita Nuova, 
a compier la quale fui esortato, sei o sette anni or sono, 
dal mio venerato maestro Giosuè Carducci, mi germogliò 
nella mente fin da quando ascoltai le belle e grandi lezioni 
che furono da lui tenute all' Università nostra l'anno 
scolastico 1870-187 1. Egli si propose allora ciò che appunto 
mi son proposto io, di spiegare la Vita Nuova a intro- 
duzione dello studio della Divina Commedia. Seguo i passi 
del maestro e in parte ripeto, men bene certo, ciò eh' egli 
disse allora stupendamente. E per vero, molte note che si 
leggono in questo commento son cose che furon dette dal. 
Carducci in quelle lezioni e che da me furono raccolte 
con pio ossequio e con la maggiore diligenza; sicché, q%ian- 
tunque io non possa con tutta certezza affermare di riferir 
qui le parole vere del maestro, mi tengo per altro certissimo 
di darne sempre la esatta sentenza. In qualche punto si 
sentirà bene eh' è lui che parla *. 

Compiuti gli studi della Università, dopo alcuni anni 
di altri studi, assai varii, ma specialmente oraziani, mi 
diedi ancora al libro giovanile di Eante; e pubblicai in 
diversi tempi lavori che attestano, se non altro, il mio 
amore per le opere del sommo nostro poeta, e in particolar 
modo per la Vita Nuova. La quale nella prima classe 
liceale ho sempre spiegata tutta quanta, prima d'intra- 
prendere V esposizione del poema sacro, a mostrar bene la 
genesi di questo e a chiarirne gì' intendimenti. 

* Tutte le cose -dette dal Carducci e da me riferite in questo commento o 
sono citate per entro alle mie note, o portano appresso il nome Caeducci. Le 
altre, eccettuate poche citazioni di egregi commentatori, che ho sempre indicate 
fedelmente, son mie. 



VI LA VITA NUOVA 

Ora, questo che offro ai giovani studiosi è il frutto 
delle gloriose lezioni udite, de' miei studi e delle mie medi- 
tazioni. Molte pili cose avrei potuto dire nel commento 
della Vita Nuova; ma con le note tratte dalle lezioni 
del^Garducci e con le mie ho voluto solamente andar diritto 
al mio fine: e questo è stato, ed è, di far comprendere 
l'anima di Dante nel periodo della vita di lui che va dal 
1274 al 1300, e l' intendimento propostosi, quando egli si 
preparò a celebrare la divina perfezione di Beatrice, di 
quella gentilissima figliuola di Folco Cortinari cittadina 
di Firenze, che voleva presentare siccome simbolo della sua 
fede religiosa, semplice da prima, quasi puerile, e poi avva 
lorata da tutto il sapere divino, cioè divenuta scienza sacra, 

Il mio commento è quello che a me par necessario 
nella scuola. Che se gli scolari, e in generale gli studiosi, 
vorranno poi anche vedere le questioni relative alla lezione 
del testo, che qui ho dato quasi costantemente la lezione 
volgata, potranno consultare assai utilmente, in particolav 
modo, la Vita Nuova assai dottamente illustrata da Tom 
maso Casini, e in modo specialissimo V edizione dell' opera 
di Dante recentemente curata da Michele Barbi. Se gl\ 
studiosi vorranno abbondanza di erudizione letteraria t 
storica, leggeranno e mediteranno il bel commento di Ale» 
Sandro^ d'Ancona, quello di Giovanni Melodia e quello 
più recente di F. Flamini, senza trascurare i vecchi, chi 
han tutti del buono. E tra questi principalmente mi piaci 
$ indicare le dotte illustrazioni di Alessandro Torri e d\ 
Carlo Witte. Potranno anche con alcuna utilità vedere k 
semplici, ma spesso ins ufficienti ', note del Fraticelli, e ti 
men semplici del Padre Giuliani, le quali però talvoltc 
rendono il senso assai bene. Anche guardino con rispetto il 
più sobrio dei commenti della Vita Nuova, quello molti 
buono di G. L. Passerini. 

Bologna, 24 settembre 1!)10 

GL Federzon: 



NOTIZIE PRELIMINARI 



Contro l' opinione di chi crede che nella Vita Nuova 
non s' abbia a cercare nessun disegno prestabilito dal- 
l'Autore, io dico che il disegno non solo e' è, ma appare 
chiarissimo. Ed è fatto secondo certe norme, osservate 
poi nella Divina Commedia, cosi nella totale narrazione 
in prosa, come nella disposizione delle rime. 

Yi troviamo una parte centrale*, la più importante, 
che tratta della lode di Beatrice: 1.° nella vita (e qui 
ha luogo la canzone Donne che avete ecc.) ; 2.° nel dram- 
matico presentimento della morte (e qui la canzone 
Donna pietosa ecc.); 3.° nella morte della donna (e qui 
pure una canzone , quella che incomincia Gli occhi 
dolenti ecc.). 

Prima e dopo questo nodo centrale abbiamo due 
parti ; delle quali la prima, cioè l' anteriore, contiene 
l' innamoramento e le vicende dell' amore per la genti- 
lissima donna ; la seconda contiene le vicende dell' amore 
per la donna gentile, e poi il rinnovamento dell' amore 
per Beatrice. 

Dinnanzi alla prima parte è un breve proemio che 
è annuncio dell' opera ; appresso all' ultima è pur un 
breve capitolo eh' è annuncio dell' altra e maggiore 
opera, la mirabile visione. 

Ciascuna di queste tre parti consta di tre particelle, 
o punti; cosicché vediamo qui perfettamente osservata 



* Un' idea di disegno, e massimamente per la parte eentrale, fu già, prima 
che da Eliot Norton, indicata da Gabriele Rossetti, siccome io dimostrai in un 
articolo pubblicato dal Fanfulla della Domenica il 26 ottobre 1902. 



Vili LA VITA NUOVA 

dall'Autore la legge dell' uno, del tre e del nove, siccome 
dimostra il seguente schema di tutto il piccolo libro: 

Parte l. B : Beatitudine del saluto. 

l'unii) L": Proemio, annuncio dell' incominciamento della Vita 
Nuova. 
» 2.": Innamoramento. 
» 3.": Vicende dell'amore per Beatrice. 

Parte 2. a : Beatitudine della lode. 

l'unto 1.": La gran lode di Beatrice [Canzone Dotine die avete 
intelletto d' amore]. 

» 2.°: 11 presentimento drammatico della morte di Beatrice 
[Canzone Donna pietosa e di nocella etate], con la 
considerazione di quanto questa donna sia meravi- 
gliosa e potente [sonetti xiv, xv e xvi]. 

» 3/': La morte di Beatrice [Canzone Gli ocelli dolenti per 
pietà del core]. 

Parte 3." : Deviamento. Ritorno a Beatrice e glorifica- 
zione di lei. 

Punto 1.": 11 pianto per la morte, e le vicende del nuovo amore 
per la Donna Gentile. 

» %": Rinnovamento dell'amore per Beatrice, potenza celestiale. 

» 3.": Annuncio dell' incominciamento di un' alti' opera ad esal- 
tazione di Beatrice. 



Ed ora vediamo lo schema descrittivo della dispo- 
sizione di tutte le rime: 





' 1. 


Sonetto | visione 




2. 


» 




1 3 - 


» 


Parte l. a ' 


4. 


» 


della beatitu- 


5. 


» 


dine del sa- 


(i. 


Ballata 


luto! 


Il 


Sonetto 




!). 


» 



IO. 



NOTIZIE PRELIMINARI 



IX 



1. Canzone: Donne che avete intelletto d'amore 

2. Sonetto 
3. 

4. » : 

Parte 2. a j 5. 
[della beati tu- ì 6. Canzone: Donna pietosa e di novella etate 
dine della \ I visione 1 



lode] 



/■> 



Sonetto 



10. Stanza unica di canzone 

il. Canzone: Gli occhi dolenti per pietà del core 



I 1. Sonetto 

I 2. Due stanze 

l 3. Sonetto 

Parte 3. a \ 4. » 

[del devia- ; 5. » 

mento e del , 6. » 

ritorno] j 7. 



9. 



10. 



Sdno in tutto componimenti trentuno ; dei quali tre 
sono maggiori, e sono le tre canzoni della parte cen- 
trale, che si vedono poste la l. a dopo dieci componi- 
menti minori e la 3. a prima di altri dieci; o veramente, 
se si considerano distinti il primo e l' ultimo sonetto, 
che sono visioni, la l. a canzone ha dinnanzi da sé nove 
componimenti minori, e altri nove li ha dopo di sé la 3. a . 
Fra l' una e l' altra sono pure nove componimenti, dei 
quali quel di mezzo è una canzone ed è visione. Si con- 
clude che l' ordine delle rime incomincia con una visione, 
ha una visione proprio nel mezzo, e con una visione 
finisce. 

Molte combinazioni numeriche potrei far notare; ma, 
avendo ogni studioso lo schema sott' occhio, può far 
questo lavoro da sé; e cosi poiché le vede, preferisco 



X LA VITA NUOVA 

non indugiarmi in cosa che paia oziosa. Solo dico che 
il voler credere che tutto questo cosi simmetrico disegno 
sia venuto a caso, e nell' opera di un autore il quale 
ha messo sempre a base dei componimenti suoi poetici 
e di prosa la simmetria, o almeno la divisione e parti- 
zione secondo regola esattissima e perfetta, mi par proprio 
senza senso. 






DESCRIZIONE SCHEMATICA 
DI TUTTE LE RIME DELLA " VITA NUOVA „ 



Sonetto I : ABBA, ABBA, CDG, GDG 

II : A a B A a B, A a B A a B, G D d C, D G e D 
» III: ABBA, ABBA, CD E, EDC 
» IV : A a B B b A, A a B B b A, C D d C, G D d C 
» V: ABBA, ABBA, CD E, EDC. 

Ballata : Ripresa ABBA 

Starno Immutazione CdE 
2. a » CdE 

Volta EEFA 
[Per quattro stanze] 

Sonetto VI: ABBA, ABBA, CDE, EDC 

VII : ABBA, ABBA, C D E, EDC 

VIII; AB AB, AB AB, CDE, CDE 

IX: AB AB, AB AB, CDE, CDE 

Canzone I: Piede 1.° ABBC; Piede 2.° A BBC 
Volta i> CDD ; Volta 2. a CEE 
[Per 5 stanze: il commiato è l'ultima, ed è intera, stanza | 

Sonetto X: ABAB, ABAB, CDE, CDE 

XI : A B B A, A B B A,^C DE, EDC 

XII: ABBA, ABBA, C D C, DCD 

XIII: ABBA, ABBA, CDC, DCD 

Canzone II: Piede 1.° ABC; Piede 2.° ABC: 
Sirima CDdE e CDD 
[Per 6 stanze, e senza commiato] 

Sonetto XIV : ABAB, ABAB, CDE, CDE 
XV: ABBA, ABBA, CDE, EDC 
XVI : ABAB, ABAB, CDE, CDE 

Stanza unica di canzone: Piede 1.° ABBA; Piede 2.° ABBA 
Siriiua CDdCEE 



XII LÀ VITA NUOVA 

Canzoni-: III : Piede 1." A BC; Piede 2° ABC; 
Strinici C D E e D E V V 
|Per 5 stanze) 

Commiato A BbCC B 

Sonetto XV11: A li B A. A B HA, CI) E, D C E 

Stanze due di canzone: Piede 1." AbC: Piede 2." AcB 

Siri ma BDE e UFF 

Sonetto XVIII : ABBA, ABBA, C D E, DCE 
XIX: ABBA, ABBA, CDE, EDC 



XX : 


ABBA, 


ABBA, 


CDE, 


DCE 


XXI: 


ABBA, 


ABBA, 


CDE, 


DCE 


XXII : 


ABBA, 


ABBA, 


CDE, 


DCE 


XXIII : 


ABBA, 


ABBA, 


CDE, 


DCE 


XXIV : 


ABBA, 


ABBA, 


CDE, 


DCE 


XXV : 


ABBA, 


ABBA, 


CDE, 


DCE* 



* Per tutto queste forme della metrica antica e particolarmente dantesca si 
vejjga il mio lavoro intitolato: Dei vergi r dei metri italiani. Bologna, Zani- 
chelli, edle, :(.". imi. 



PARTE PRIMA 



La Vita Nuova 



PROEMIO 



In quella parte del libro della mia memoria 1 din- 
nanzi alla quale poco si potrebbe leggere 2 , si trova una 
rubrica 3 la quale dice Incipit vita nova 1 . Sotto la quale 
rubrica io troro scritte le parole 5 le quali è mio inten- 
iimento d' assemprare ,; in questo libello 7 , e, se non 
tutte, almeno la loro sentenzia 8 . 



1. libro della niia memoria - 
)ante usò più volte questa me- 
mora del libro per significare 
a memoria, in quanto vi sono 
jonservati, quasi scritti, i ri- 
:ordi. Cosi nella canz. E' ni' in- 
ìresco di me si malamente : 
! Lo giorno che costei nel mondo 
renne, Secondo che si trova Nel 
ibro della mente che vien nie- 
llo ecc. ». E scrivere disse della 
nemoria in Inf., n, 8 : « mente 
he scrivesti ciò eh' io vidi ». 

2. dinnanzi alla quale poco si 
iotrebbe leggere - Dante vuol dire 
ui che prima dell' età dei nove 
uni (che appunto di li incomin- 
iano i suoi ricordi) ben di poche 
ose avrebbe potuto ricordarsi. 
n questo libretto dunque en- 
rano i ricordi di una parte della 
uerizia e poi della giovinezza; 
l che disse pur nel xxx del Picrg. 
v. 40-42) affermando che era 
tato colpito dall' alta virtù di 
•eatrice prima d' esser fuori 
élla puerizia. 

3. rubrica - Propriamente si- 
nifica argomento, sommario di 
n libro o di un paragrafo, dal 
^lor rosso con che solevasi seri- 
ere nei codici. Qui significa un 
3gno rimasto nella mente di 

ante. Carducci. 

4. Incipit vita nova - Vuol dire 
^comincia una vita mio va, 



cioè rinnovata e fatta singolare 
dall'amore. Incomincia, s' ha da 
intendere, la narrazione di tal 
vita in questo libro ; ma non 
finisce ; poiché la Vita Nuova è 
introduzione e preparazione alla 
intelligenza della Divina Com- 
media. 

5. le parole - intende lo Sco- 
lari le rime che appartengono 
all' adolescenza, alla vita. nova. 
E Dante molte volte usa parole 
per rime, siccome nel sonetto 
che incomincia: « Parole mie che 
per lo mondo siete ecc. ». Ma è 
da credere piuttosto ch'egli ab- 
bia voluto seguitare fa metafora 
dello scrivere, e che queste pa- 
role siano, come dice sulla fine 
del capitolo seguente : « quelle 
parole le quali sono scritte nella 
sua memoria sotto maggiori pa- 
ragrafi » ; e sono i sentimenti, 
i fatti, i. fenomeni interni ed 
esterni dell'amore. Carducci. 

6. assemprare - È per antico 
idiotismo invece di esemplare ; 
e vai quanto ritrarre, copiar di 
su V esemplare, (al esemplar 
effiiigere. Altri testi leggono e- 
semplare e il Barbi asemplare. 

7. libello - È qui nel significato 
suo primo di piccolo libro. 

8. almeno la loro sentenzia - 
Cioè il senso loro complessivo. 



Nove x fiate già appresso lo mio nascimento era tor- 
nato lo cielo della luce 2 quasi a uno medesimo punto, 
quanto alla sua propria girazione, quando alli miei 
occhi apparve prima la gloriosa 3 donna 4 della mia mente, 
la quale fu chiamata da molti Beatrice, i quali non sa- 
peano che si chiamare 5 . Ella era già in questa vita stata 



1. È cosa degna d'essere notata 
che la prima parola del racconto 
è novo. Questo numero ha sim- 
bolicamente importanza grande 
in tutta la Vita Nuova e nella 
Diritta Commedia; perché al- 
l' intelletto di Dante significava 
l'effetto di Dio Padre, Figliuolo e 
Spirito Santo, uno e tre insieme; 
il qual tre per se medesimo 
fa nove. E perciò, cosi Beatrice, 
come tutto ciò che da Dio è 
voluto e operato direttamente, è 
nove, cioè miracolo di Dio. Le 
tre costruzioni architettoniche, 
le quali Dante ci ha descritte 
nella sua Divina Commedia (e 
cosi le costruzioni come la de- 
scrizione, nel concetto del poeta, 
son volute da Dio) si mostrano 
fondate sul numero nove. Ora 
questo libretto, meditato e scritto 
certamente quando siformavagià 
nella mente di Dante il disegno 
del poema sacro, essendo di que- 
sto la introduzione, ha pure il 
suo fondamento architettonico, 
siccome appare da ciò che s' è 
jiià visto, nel numero nove. Il 
quale perciò si trova qui come 
prima parola della narrazione, e 
si troverà di poi solo nella prosa, 
non mai nelle rime: che, quando 
componeva queste, il mistico 



poeta ancora non aveva fatto di 
Beatrice una cosa tutta di Dio. 

2. lo cielo della luce - 11 quarto 
cioè de' nove cieli ; dai quali 
secondo il sistema tolemaico a- 
dottato dalla scolastica, si cre- 
deva che fosse circondato il globo 
nostro. Con esso cielo tenevasjj 
che girasse il sole, carro dellù\ 
luce (Purg., iv, 59). Con tutta la 
circonlocuzione che dalle parole 
Nove fiate va tino a propria 
</ iniziane V autore ha voluto 
dire che nove airi del solo orane 
compiuti ontai, cioè erano i/iò 
ira scorsi (/misi noce anni dalla 
sua nascita, quando ecc 
Anche in un sonetto di risposta 
a Cino da Pistoia Dante accenna 
al tempo del suo innamoramento 
cosi : « Io sono stato con Amore 
insieme Dalla circolazion del sol 
mia nona » Cahducci. 

'.). sloriosa - Dante chiamò quj 
gloriosa Beatrice, perché, qua» 
do scrisse la Vita Nuova, ella 
era già in cielo a, gloriare sotti 
1' insegna di Maria. 

4. donna - La parola serba qui] 
e in molti altri luoghi, il sul 
valore antico etimologico di si- 



gnova 



: 



>. non sa peano che si chiamar! 

lo spiego non sa/ioano t /nelle 



PARTE PRIMA 5 

(tanto, che nel suo tempo lo cielo stellato era mosso verso 
ila parte ci' oriente delle dodici parti 1' una d' un grado ; 
(si che quasi dal principio del suo anno nono apparve 
a me, ed io la vidi quasi dalla fine del mio nono 6 . 

Apparvemi vestita' di nobilissimo colore umile ed 
onesto 7 sanguigno 8 , cinta e ornata 9 alla guisa che alla 



che si chiamassero, cioè non 
intendevano il significato di 
buel nome Beatrice. Questa 
maniera di proposizione infini- 
tiva, invece della soggiuntiva 
che si userebbe oggi, dopo non 
sapere, ha parecchi esempi nella 
lingua del trecento. Nella Leg- 
genda di Santo Stefano (y. Leg- 
gende del secolo XIV, Firenze, 
Barbèra 1863, voi. n, pag. 13) 
leggo: « Cristo .... per coloro 
che il crocifiggevano disse : Pa- 
dre, perdona loro, che non sanno 
che e' si fare », eh' è traduzione 
del Vangelo di Luca (xxiii, 34) 
non enim sc'mnt quid, facilini. 
[Altri due esempi ne trovo in 
Sacchetti, Sermoni Evangelici: 
nel xxxviu (Ediz. Le Monn., 1857, 
a pag. 127): « Non seppe che si 
^lire Gaifas, e profeto la veri- 
tà » ; cioè Caifas, pronunciando 
quelle parole expedit ut unus 
ntoriatur prò populo, ne tota 
gens pereat, non seppe qual cosa 
grande dicesse. E nel Sermone 
kivi (ediz. cit. pag. 157): « San 
Giovanni Evangelista allora elis- 
ie : Voi non sapete che vi dire » ; 
dove pure s' ha da intendere non 
sapete o non comprendete il 
lignificato o il valore delle cose 
he dite. 

6. L' incontro di Dante con 
Beatrice avvenne, stando alla nar- 
razione del Boccaccio, nel primo 
|iorno di maggio dell' anno 1274. 

ra, considerando che il muo- 
versi del cielo stellato d' un 
grado verso oriente si fa (v. 
Conv., il, 6) in cento anni, e che 
un dodicesimo di secolo sono 
appunto anni otto e mesi quat- 
tro, si conclude che Beatrice 



& 



doveva essere nata o nei primi di 
gennaio del 1266 o negli ultimi 
giorni del 1265. 

7. umile ed onesto - Sono ag- 
gettivi, non avverbi, come il 
Casini ha creduto ; e significano, 
il primo non punto vistoso, forse 
perché tutto uguale e poco vi- 
vace, il secondo decoroso, cioè 
conveniente alla nobiltà della 
giovinetta Beatrice. 

8. sanguigno - Perché qui, e 
cosi pure al cap. in, e anche al 
xl, ha detto sanguigno e non 
vermiglio o rosso"! Questa pa- 
rola, usata ogni volta che si 
tratta delle vesti di Beatrice e 
solamente nella prosa, è note- 
vole. Bisogna pensare che Dante, 
quando scriveva la prosa della 

Vita Nuova, già identificava 
nella sua mente Beatrice con la 
fede religiosa illuminata dal di- 
vino sapere, quella fede religiosa 
che sorse dal sangue di Cristo e 
si murò di segni e di martiri. 
Ciò spiega forse la ragione della 
preferenza data costantemente 
all' aggettivo sanguigno. 

9. cinta e ornata ecc. - Vuol 
dire che portava la cintura e 
aveva altri ornamenti, ma tutte 
cose modeste e convenientissime 
all' età. Le giovinette più grandi 
allora già cominciavano a cer- 
care d' attirarsi gli sguardi dei 
giovani con la catenella, con la 
corona e le contigie, soprattutto 
con si ricca cintura che fosse a 
veder più che la persona {Para- 
diso, xv, 100-102). E queste cose 
a Dante, gran lodatore del buon 
tempo antico di Firenze, urta- 
vano assai ne' nervi. 



b' LA VITA NUOVA 

sua giovanissima etade si convenia. In quel punto dico 
veracemente che lo spirito della vita 1 ", lo quale dimora 
nella segretissima camera del cuore, cominciò a tremare 
si fortemente, che apparta nelli menomi polsi orribil- 
mente; e tremando disse queste parole: Ecce deus fortior 
me, qui venienti dominabitur mihi u . In quel punto lo 
spirito animale, il quale dimora nell' alta camera, nella 
quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, 
si cominciò a maravigliare molto ; e, parlando spezial- 
mente alli spiriti del viso 12 , disse queste parole : Appartiti 
iam beatitudo restra. In quel punto lo spirito naturale 13 , 



10. lo spirito della vita - Giova 
forse avvertire qui subito che 
Dante, secondo Aristotile e la 
interpretazione della scolastica, 
poneva la triplice anima, vege- 
tativa, sensitiva ed intellettiva. 
Queste tre anime del resto non 
erano che tre modi o categorie 
delle operazioni dell'anima; le 
quali si van man mano svol- 
gendo V una sopra dell'altra: e 
queste tre operazioni o potenze 
sono intra se di guisa che 1' una 
è fondamento dell' altra, la ve- 
getativa della sensitiva, e questa 
Sella intellettiva (y. Coni-ito, ni, 
l 2 : l'urij., iv, 1-2) ; e veggasi 
anche Ruth {Studi sopra limile 
Allighieri, m. -2). Carducci. — 
/// spirito ile/la vita, lo quale 
dinioni nello segretissimo. ca~ 
mera ilei cuore è certamente lo 
spiri/o ri/ale o sensitivo, il 

quale ha La sua sede in quella 
parte del cuore ciré, secondo 
[' espressione del Boccaccio, /■/- 
cettacolo d' ogni nostra pas- 
sione. 

1 1. Bisce deus fortior ecc. - Il 
codice trivulziano B (v. /." Vita 
Nuova per cura di Michele Bar- 
bi, hilr., pa^i. m.ii. e xi. v in I.) 
dà questa traduzione: EccoMdio 

/ti l'i forte ili me. Ohe mi rieiie 

a signoreggiavo. A moie è di- 
rimi cosa, e potenza superiore 
che signoreggia l'anima gentile 



e per effetto del quale ogni virtù! 
può fare in essa anima prova 
mirabile (v. Puri/., xxx, 115 e 
segg.). Secondo il pensiero di 
questi rimatori del dolce stil 
nuovo la potenza divina d'amore 
è una special grazia che Dio) 
concede solo ad anime gentili 
le quali, tostoché esso cominciai 
a farsi sentire, sono subito unite 
a lui e formano come una cosai 
sola con lui. Il che fa bene in- 
tendere Dante in pili luoghi, e' 
principalmente nelle parole che, 
seguono qui appresso, dove dice:| 
D'allora innanzi dico che di- 
more signoreggiò l'anima mia, 
la quale fu si tosto a Ini di- 
sponsata ecc. Più innanzi, nel 
son. x, dirà: Amore e cor gentil 
.sono ima coso. 

12. alli spiriti del viso - Coni 
tale espressione è indicata la 
facoltà visiva. Viso per vista è 
molto comune e nel Convito e 
nella Dirimi Commedia. 

13. lo spirito naturale - E « lai 
pili pura e distillata porzione 
del sangue, la quale elabora™ 
nell' epate o fegato, va collo] 
stesso sangue per le vene ad 
eccitare la concezione » (Aristo- 
tile. Della generai, nnim.). E 
perciò il Giuliani vorrebbe spie- 
gare ministra per la rara, o ri* 
solve, coni-noce, o alcun che' 
di simile. Carducci. 



, PARTE PRIMA 7 

il quale dimora in quella parte ove si ministra lo nutri- 
mento nostro, cominciò a piangere ; e, piangendo, disse 
queste parole : Heu miseri, quia frequenter impeditns 
ero deinceps. 

D'allora innanzi dico che Amore signoreggiò 1' a- 
nima mia, la quale fu si tosto a lui disponsata ; e 
cominciò a prendere sopra me tanta sicurtade e tanta 
signoria 14 , per la virtù che gli dava la mia imaginazione, 
che mi convenia fare tutti i suoi piaceri compiutamente. 
Egli mi comandava molte volte che io cercassi per 
vedere quest' angiola giovanissima 15 , ond' io nella mia 
puerizia molte volte 1' andai cercando ; e vedeala di si 
nobili e laudabili portamenti, che certo di lei si potea 
dire quella parola 16 del poeta Omero: Ella non parea 
figliuola d' uom mortale, ma di Dio 17 . E avvegna che la 
sua imagine, la quale continuamente meco stava, fosse 
baldanza d'Amore a signoreggiarmi 18 , tuttavia era di si 
nobile virtù, che nulla volta sofferse che Amore mi 



14. tanta sicurtade e tanta si- 
gnoria - C'è endiadi, a signiii- 
care tanto sicura signoria. 

15. che io cercassi per vedere 
quest' angiola ecc. - I due verbi 
cercassi e vedere hanno il 
medesimo oggetto guest' (in- 
gioia ecc. In sintassi odierna si 
direbbe eli e io cercassi gue- 
st' angiola ecc. per vederla. E 
in verità poco appresso Dante 
dice molle volle V andai cer- 
cando, e redeal a ecc. 

16. quella parola - Neil' antica 
lingua parola significò sèguito 
di parole formanti un senso 
intero. 

17. Ella non parea figliuola ecc. 
- Dante ba tratto questo luogo 
ld' Omero da una traduzione la- 
tina dell' Etica di Aristotile, ove 
è citato questo passo del lib. xxiv 
Bell' Iliade: Non apparebat mor- 
talis viri filius, sed Dei, eli' e 



detto di Ettore. Dante ba posto 
qui la citazione applicandola a 
Beatrice, quando ba scritto la 
prosa della Vita Nuova,, cioè nel 
tempo eh' egli ideava già la sua 
Commedia, quando Beatrice era 
per lui, non più solainemte donna 
mortale, ma gloriosa in cielo ed 
idealizzata siccome diretta ema- 
nazione divina. Era già la Fede ; 
che poi incielata sarebbe dive- 
nuta la Scienza sacra, la Sa- 
pienza che all' intelletto umano 
fa vedere Iddio. Perciò la cita- 
zione detta dev' essere tradotta, 
nel suo senso vero, cosi : Ella 
mostrava in sé di essere non 
opera d'uomo, si bene effetto 
di Dio. 

18. baldanza d' Amore a signo- 
reggiarmi - Baldanza, è certo 
vigore per cui talvolta 1' uomo 
sente d' essere superiore ad altri. 
Onde qui tutto il passo vuol 



8 LA VITA NUOVA 

reggesse senza il fedele consiglio della ragione in quell 
cose là dove cotal consiglio fosse utile a udire. 

E però che soprastare alle passioni ed atti di tanta 
gioventudine pare alcuno parlare fabuloso, mi partirò 
da esse ; e, trapassando molte cose le quali si potrebbero 
trarre dall' esemplo 19 onde nascono queste, verrò a quelle 
parole le quali sono scritte nella mia memoria sotto 
maggiori paragrafi. 



significare questo: avvegnaché 19. dall'esempio - Esemplo m 

In sua intanine fosse in me pò- il libro della memoria, siccome 

tema amorosa superiore, ri/- già disse I" autore nel proemiol 
Iricc. che mi dominava tutto. 



II. 



Poi che furono passati tanti di. che appunto x eran 
compiuti li nove anni appresso 2 l' apparimento sopra- 
scritto di questa gentilissima 3 , nell' ultimo di questi di 
avvenne che questa mirabile donna apparve a me, vestita 
di colore bianchissimo 4 , in mezzo di due gentili donne, 
le quali erano di più lunga etade 5 ; e, passando per una 



1. appunto - Vale con tutta 
precisione. 

2. erano compiuti li nove anni 
appresso ecc.. - Il Fraticelli av- 
verte che dunque Dante avea 
diciotto anni e Beatrice' dicias- 
sette e un terzo. Perciò questo 
avvenimento del nuovo saluto 
e della prima visione in sogno 
avuta da Dante, non che il so- 
netto che la dichiara, sono da 
riportarsi al 1283. Carducci. 

3. di questa gentilissima - Bea- 
trice, che nella prosa della Vita 
Nuova è già nella intenzione 
del poeta, come s' è detto, la 
persona allegorica rappresen- 
tante la Fede religiosa cristiana, 
che è la più nobile, ed alta di- 
rizzatrice dell' anima umana a 
Dio, è chiamata sempre (e solo 
nella prosa) gentilissima. Ve- 
dremo dal capitolo xxxv in poi 
che l'altra donna, similmente 
allegorica, ma rappresentante di 
quell'antica filosofìa umana che 
è indulgente ai naturali appetì ti, 
pure essendo buona dirizzatrice 
a quel bene eh' è tutto compreso 
nelle quattro virtù cardinali, sarà 
detta gentile. 

4. vestita di colore bianchissimo 
- Dante non poteva tollerare (s'è 
già accennato nella nota 9 al 



cap. i) le donne che vestivano 
con troppo sfarzo di colori o 
d' ornamenti : la catenella , la 
corona, le contigie, la cintura 
che fosse a veder più che la 
persona (v. Parad., xv, 100-102), 
tutto quello insomma che poteva 
attirare V attenzione dei pas- 
santi invece della bellezza sem- 
plice e del contegno onesto della 
donna, gli dispiaceva e gli pa- 
reva indizio di anima volgare e 
corrotta. Beatrice, anche sposa 
e ricca, aveva una semplice vesta 
tutta bianca : nessun altro colore 
misto a quello volgeva a sé 
1' occhio, né oro, né fiori, né 
gemme : ella appariva solamente 
vestita di colore bianchissimo, 
di schietto candore, di purezza, 
del colore più appropriato al- 
l'amore suo, a quel nobile amore 
che Dante dirà piti innanzi 
(cap. xu) d'aver veduto in sogno 
nella forma d'un giovane vestito 
di bianchissime vestimenta. 

5. lunga etade - Lungo dicesi 
anche di tempo o di cosa che 
abbia relazione a tempo, e vale 
che dura molto. (Questa prima 
parte , della nota è del Giulia- 
ni). È dell' uso comune lungo 
tempo; e dicesi lunghi anni, e 
v' è lunga fiata ; e il Petrarca : 



10 



LA VITA NUOVA 



via, volse gli occhi verso quella parte ov io era molto 
pauroso : e per la sua ineffabile cortesia, la quale è 
oggi meritata 7 nel grande secolo 8 , mi salutò virtuosa- 
mente !l tanto, che mi parve allora vedere tutti li termini 
della beatitudine l0 . 

L' ora che lo suo dolcissimo salutare mi giunse era 
fermamente 11 nona di quel giorno; e però che quella 
fu la prima volta che le sue parole si mossero per 
venire a' miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come 
inebriato mi partii dalle genti, e ricorsi al solingo luogo 
d' una mia camera, e posimi a pensare di questa corte- 
sissima 12 . 



Lunga stagion di tenebre ve- 
stito (Cane. Nel dolce tempo 
della prima etade, v. 106). Ma 
usato nel modo ohe lo usa qui 
Dante è assai nuovo, se bene ha 
relazione col significato di long e 

Ialino. Dicesi mnga ri/a; mar 
altra cosa. CARDUCCI. 

ti. inolio pauroso - Trepidante 
quasi dinnanzi alla possanza 
d'una bellezza cosi nuova e me- 
ravigliosa. 

7. meritata - Equivale a rime- 
ritata, rimunerata, preminta. 

x. nel grande secolo - Secolo 
in Dante e negli antichi nostri 
significò il ih ii in lo: e anche quel- 
lo di là. siccome s 1 intende qui. 

'.). virtuosamente - Vuol aire 
tini singoiar forza ili espres- 



sione. Questo avverbio è da rirft'i 
nel senso suo primo di [or~a. 
potensa. 

Il), ini parve allora vedere ecc. 
- 11 Boccaccio nell'olmeto (ediz. 
Amoretti, Parma, 1802, pag. ó2) 
si ricordò di questo passo seri" 
vendo : gli pare gli ultimi ter- 
uiii/i della beatitudine somma 
laccare (V. anche Farad., xv. 
34-36). 

11. fermamente - Equivale a cai/ 
iniia erri <'.:::< i . senea dubbio 
alcuna. Cosi il Boccaccio, De- 
cani., v. 5: Tu troverai feriua- 
iiiculc ch'ella e tua fèghuolà. 

Ii2. a pensare di questa ecc. - 
Non dirige il pensiero' ma lo 
mette intorno a lei. CARDUCCI. 



III. 



E pensando di lei, mi sopraggiunse un soave sonno, 
nel quale m' apparve una maravigliosa visione ; che mi 
parea vedere nella mia camera una nebula 1 di colore 
di fuoco, dentro alla quale io discernea una figura 
d' un signore, di pauroso aspetto * a chi la guardasse. 
E pareami con tanta letizia, quanto a sé 3 , che mirabil 
cosa era; e nelle sue parole dicea molte cose, le quali 
io non intendea, se non poche; tra le quali intendea 
queste: Ego dominus tuus. Nelle sue braccia mi parea 
vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi 
parea in un drappo sanguigno leggermente 4 ; la quale 
io riguardando molto intentivamente, conobbi eh' era la 
donna della salute 5 , la quale m' avea lo giorno dinnanzi 



1. una nebula - È uno dei tanti 
latinismi che piacevano a Dante. 
Non vale nebbia, ma nube, quasi 
piccola nube. Più avanti (cap. 
xxiii) si legge nebuletta, e nel 
Conv. (u, 16) nebulette mattu- 
tine alla faccia del sole. Car- 
ducci. 

2. di pauroso aspetto - Qui pau- 
roso ha senso attivo, e significa 
tale da incutere paura. 

3. quanto a sé - È detto in re- 
lazione al pattroso aspetto; poi- 
ché Dante vuol dire che Amore 
aveva si un aspetto terribile, 
faceva paura a vederlo, ma in 
sé era lieto. 

4. in un drappo sanguigno leg- 
germente - È cosa degna di nota 
che nel sonetto, il quale con- 
tiene la descrizione stessa di 
questa visione, manca il parti- 
colare del colore vermiglio del 



drappo. Ma (panni utile insistere 
su quello che ho detto alla n. 8 
del cap. i) quando Dante com- 
pose la prosa della Vita Nuova, 
e ciò fu a mio avviso assai 
presso, e fors' anche un po' dopo, 
l' anno 1300, gli giovò di far 
apparire che il drappo in cui 
era avvolta madonna fosse di 
colore sanguigno; perché allora 
Beatrice già si levava nel pen- 
siero del poeta quale simbolo, 
immagine della fede religiosa. 

Quanto all' avverbio legger- 
mente, che si suol riferire a 
sanguigno, panni piuttosto da 
riferire a involta; che in tutti 
gli altri casi in cui Dante ci 
parla della veste di Beatrice 
fanciulla dice eh' era propria- 
mente rossa, non rosea. 

5. la donna della salute - Equi- 
vale a dire la donna del saluto. 



12 



LA VITA NUOTA 



degnato di salutare. E nell' una delle mani mi parea 
che questi tenesse una cosa , la quale ardesse tutta; e 
pareami che mi dicesse queste parole: Vide cor tmim. 
E quando egli era stato alquanto 7 . pareami che disvo- 
gliasse questa che dormia 8 ; e tanto si sforzava per suo 
ingegno, che le iacea mangiare quella cosa che in mano 
gli ardea, la quale ella mangiava dubitosamente 9 . 
Appresso ciò poco dimorava lu che la sua letizia si con- 
vertia in amarissimo pianto 11 ; e cosi piangendo si rico- 
gliea questa donna nelle sue braccia, e con essa mi 



6. una cosa - Da principio non 
vede che cosa sia quella che 
Amore tenea nell' una delle 
ma ni: e perciò non mette qui 
il suo vero nome, finché Amore 
stesso non l'ha pronunciato. 
Dante, anche quando è nel campo 
del mistico, ci fa vedere il reale. 
Mancano di questa cura molti 
poeti moderni, i quali pure si 
piacciono del mistico. Carducci. 

7. era stato alquanto - Vuol 
dire era rimasto li fermo ini 
poco. Insomma era stufo è il 
trapassato imperfetto del verbo 
stare. 

8. questa che dormia - Il senso 
vero è a mio avviso che ella non 
s'era accorta pruina di quel di 
d' avere lo spirito amoroso entro 
il cuore, il quale spirito appunto 
allora si disvogliava. E cosi 
Dante vede il suo proprio ardore 
essere communicato alla donna; 
la quale scientemente (e questo 
è indicato dall' esser ella sveglia) 
ina ihihilosamciite, cioè con 
paura, accoglie in seno l'ardore 
del dolce amico. 

9. mangiava ecc. - 11 cuore 
mangiato era. dice il D'Ancona, 
episodio di racconti cavallereschi 
comunemente conosciuti nell'età 
di Dante, e tanto frequentemente 
adoperato da non eccitare la ri- 
pugnanza che muove in altri 
tempi e con altri costumi. 



10. poco dimorava - Da dimora 
nel senso d' indugio si fece di- 
morare a significare appunto lo 
stesso che indugiare. 

11. la sua letizia si. convertia in 
amarissimo pianto - È qui il pre- 
sagio della morte di Beatrire, la 
quale sarebbe avvenuta sette 
anni appresso. Vero è che, quando 
scrisse la prosa, Dante sapeva 
troppo bene il fatto, e però con 
tale accenno faceva una specie 
di profezia post factum. Senon- 
che noi leggiamo questo mede- 
simo presagio anche nell' ultimo 
verso del sonetto, il quale fu 
composto veramente nell'anno 
1283. È dunque da credere che 
Beatrice dimostrasse già, fin da 
queir anno, che avrebbe avuto 
vita breve?; o si ha da pensare 
che il giovine rimatore, quando 
scrisse queir ultimo verso ap- 
presso gir i/c io vedea pian- 
gendo, avesse un vago presenti- 
mento di sciagura, o per sé o 
per la donna, a cagione di quel- 
I' amore? Questo mi pare più 
verosimile; perché solo nel 1289 
Dante vide che doveva attendersi 
ili perdere presto Beatrice, sic- 
come appare chiaramente dalla 
st. u della canzone Donne che 
arcte ecc. Ma dal poeta nella 
sua prosa fu narrato codesto 
pianto e imaginato il particolare, 
che allora aggiunse, dell' ascen- ' 



PARTE PRIMA 



13 



parea ohe se ne gisse Terso il cielo ; onci' io sostenea 
si grande angoscia, che lo mio deboletto sonno non potè 
sostenere 12 anzi si ruppe, e fui disvegliato. E immanti- 
nente cominciai a pensare ; e trovai che 1' ora 13 nella 
quale m' era questa visione apparita era stata la quarta 
della notte ; si che appare manifestamente eh' ella fu la 
prima ora delle nove ultime ore della notte. 

E pensando io a ciò che m' era apparito, proposi di 
farlo sentire a molti, li quali erano famosi trovatori 14 
in quel tempo; e con ciò fosse cosa che 15 io avessi già 
veduto per me medesimo 16 1' arte del dire parole per 
rima, proposi di fare un sonetto, nel quale io salutassi 



dere d' Amore con Beatrice al 
cielo siccome presagio certo di 
un vero dolorosissimo, cosi nel 
senso della perdita di Beatrice, 
donna amata, come in quello 
della perdita di quella fede reli- 
giosa pur tanto amata nell' età 
prima. 11 verso finale del sonetto 
si prestava benissimo a tal senso 
nuovo. ; 

12. sostenere - È detto per so- 
stenersi, e significa durare o 
continuare. 

13. P ora nella quale ecc. - 
Quando 1' Allighieri descrisse la 
visione in rima (e ciò fu, come 
già s' è detto, nel 1283) non ebbe 
certamente altra idea, riguardo 
all' ora, che quella di dirci che 
aveva veduto Amore e Beatrice 
in sogno quando era passata 
quasi una terza parte della notte 
(Già eran quasi che atterzate 
l'ore ecc.). Ma poi, avendo con- 
siderato, allorché scrisse la prosa, 
che quel fatto della sua prima 
visione era di gran momento nel 
concetto della Vita Nuova, egli 
volle in ogni modo ritrovarci il 
numero rivelatore dell' alto fato 
di Dio; e, non potendo, o non 
volendo forse, cambiare le parole 
del sonetto, già ben noto, disse 
che 1' ora del sogno era stata la 
prima delle nove ultime ore 



della notte. Cosi il mistico ama- 
tore della teologica Beatrice fa- 
ceva che il numero nove qui 
apparisse, benché forzatamente, 
appunto ad annunziare 1' alta 
importanza della sua prima vi- 
sione. 

14. trovatori - Come si disse 
trovare per poetare, onde Fede- 
rico il : « Poi che ti piace, Amore, 
Che eo deggia trovare », cosi 
ancora si disse trovatore il poeta 
volgare, e più comunemente ri- 
matore, o dicitore in rima, o 
semplicemente dicitore. 

15. con ciò fosse cosa che - S'ha 
da scrivere cosi separatamente, 
ed è da un' espressione latina : 
« cu/m hoc esset [o fuisset] causa 
quod ecc. » equivale ad essendo 
che. 

16. avessi già veduto per me 
medesimo ecc. - Nelle scuole non 
s' insegnava che latino; perciò 
Dante, a fine* di conoscere l'arte 
del dire in rima, aveva dovuto 
fare degli studi da sé. Carducci. 

17. P arte del dire parole per 
rima - Più innanzi, al cap. xxv: 
« Dire per rima in volgare tanto 
e quanto dire per versi in latino, 
secondo alcuna proporzione ». 
Né Dante chiama mai poeti se 
non quelli che composero in la- 
tino. È però da pensare che 



14 



LA VITA NUOVA 



tutti i Fedeli d'Amore; e, pregandoli che giudicassero 
la mia visione, scrissi a loro ciò eh' io area nel mio 
sonno veduto. E cominciai allora questo sonetto: 

| Sonetto L] 

A ciascun' alma presa 1 " e gentil con' 
nel cui cospetto vien lo dir 19 presente, 
a ciò che mi riscrivali suo parvente 20 , 
salute in lor signor, cioè Amore. 

Già eran quasi che atterzate 1" ore 

del tempo che ogni stella è più lucente 21 , 
quando in' apparve Amor subitamente, 
cui essenza memorar mi dà orrore 2 ". 

Allegro mi seminava Amor tenendo 

meo core in mano, e nelle braccia avea 
madonna 83 , involta in un drappo dormendo. 

Poi la svegliava e d'esto core ardendo 84 
lei, paventosa umilmente 25 , pascea: 
appresso gir ne lo vedea piangendo. 



Dante diede .1 se stesso il titolo 

di poeta, e per la Divina Com- 
media, nel XXV del l'arati, (v. 8). 
Forse intese clic dovesse riser- 
barsi il nome di poeta a chi 
fingesse alcuna grande azione 
per significare concetti attinenti 
alla vita umana, siccome, se- 
condo lui stesso, aveva tatto 
Virgilio. 

Is. alma presa - E lo stesso che 
dire anima innamorata, eh' è 
anche ettaro gentile, secondo la 
dottrina di Guido Guinizelli. 

I'.». In dir - S' intenda il pre- 
sente nonetto. 

90. suo parvente - Quel che 
loro ne pare. 

II. del tempo chi- unni stella è 

più Incelile - K una perifrasi pei 
dire della notte. 

-2-2. cui essenza ecc. - < 'ni e qui 
per '/; cui, siccome in Boccaccio, 



Decam. iv, 8. a : «... il buon 
uomo, in casa cui morto era, 
disse alla Salvestra ecc. », forse 
dal r/ii/ts lai., siccome «filando 
è fra l'articolo e il sostantivo 
da cui dipende. Qui poi tutto il 
senso è: l'essere del (/naie, cioè 
quel eli' egli era in quel mo- 
mento, mi dà orrore solo a ri- 
cor darlo. 

23. madonna - Questo titolo 
significa che Beatrice nel maggio 
del L283 iiià era maritata a m. 
Simone de' Bardi. 

24. ardendo - dome nel verso 
precedente dorme mìo anche ar- 
dendo è qui usato per semplice 
participio: il che si fa spes- 
sissimo in antico, ove si consi- 
dera il gerundio come una cosà 
sola col participio. CARDUCCI. 

•l'i. paventosa umilmente - Vuol 
dire che mostrava insieme d'aver 
paura e d' essere sommessa. 



PARTE PRIMA 



15 



Questo sonetto 26 si divide in due parti: nella prima 
parte saluto, e domando risponsione, nella seconda 
significo a che si dee rispondere. La seconda parte 
comincia quivi: Già eran. 

A questo sonetto fu risposto da molti e di diverse 
senteuzie 27 , tra li quali fu risponditore quegli cui io 
chiamo primo de' miei amici; e disse allora un sonetto, 
lo quale comincia: Vedesti al mio parere ogni valore. E 
questo fu quasi lo principio dell' amistà tra lui e me, 
quando egli seppe eh' io era quegli che gli avea ciò 
mandato. Lo verace giudicio del detto sogno non fu 
veduto allora per alcuno, ma ora è manifestissimo 28 alli 
phi semplici. 



26. Questo sonetto ecc. - Qui 
abbiamo una breve chiosa al so- 
netto, chiamata divisione. E 
cosi sarà dopo tutte le rime fino 
al cap. xxvi. Al cap. xxvn Dante 
ci presenterà una stanza di can- 
none, della quale né farà la 
chiosa né ci dirà pure che non 
jee ne sia bisogno, come in più 
casi fece; e poi dal cap. xxxi 
sino alla fine vorrà sempre che 
la divisione preceda la poesia. 

27. e di diverse sentenzio - Con 
opinioni diverse. Era costume 
dei giovani poeti, quasi generale 
nel tempo in cui Dante fiori, che, 



quando ■ uno voleva acquistar 
nome di rimatore, mandava un 
sonetto agli anziani dell'arte; i 
quali si degnavano di rispon- 
dergli più o meno gentilmente, 
e di accettarlo nella loro schiera, 
se lo stimavano meritevole. Car- 
ducci. 

28. Ma ora è manifestissimo ecc. 
- Vuol dire: Allora il sonetto, e 
massimamente].' ultimaparte del 
sogno, non si comprese da alcuno 
che volesse significare, ma ora, 
dopo che Beatrice è morta, la 
cosa è manifesta ai più sem- 
plici. 



IV. 



Da questa visione innanzi cominciò il mio spirito 
naturale ad essere impedito 1 nella sua operazione, però 
che 1' anima era tutta data 2 nel pensare di questa gen- 
tilissima ; ond' io divenni in picciolo tempo poi di si frale 
e debole condizione, che a molti amici pesava della mia 
vista 8 : e molti pieni d'invidia 1 già si procacciavano di 
sapere di me quello eh' io volea del tutto celare ad altrui. 
Ed io, accorgendomi del malvagio domandare che mi 
faceano, per volontà d' Amore, lo qual mi comandava 
secondo il consiglio della ragione, rispondea loro che 
Amore era quegli che cosi m' avèa governato 5 : dicea 



i. cominciò il mio spirito natu- 
rale ad essere impedito - L'autore 
aveva già annunziato la cosa nel 
cap. i, con le parole: fleti miseri 
quia frequenter impedittvs ero 
aevnceps. 

•1. V anima era tutta data ecc. - 
Quanto piti hello questo data 
SelV impiegata , o, coni' anche 
direbbesi col nostro esagerato 
metaforismo sentimentale, im- 
mersa! Si dice in un modo più 
usuale: ■■ quell'uomo era tutto 
• lato a Far denari: queir altro 
si diede agli studi » ; ma questo 
di Dante panni nuovo e spe- 
ciale : ne e, credo, notato nel 
Vocabolario. Gasdugci. 

3. pesava della mia vista- l'esarn 

significa increséeva. Tutto il 
senso e elie molti amici veden- 
dolo cosi pallido ed emaciato 



(cagionevole perciò e debole) pro- 
vavano un senso di rincresci- 
mento. La rista, poi è propria- 
mente qui 1' aspetto, la faccia. 
Cosi nel Purg., xvm, 3: « .... at- 
tento guardava nella mia vista 
s'io parea contento ». 

4. pieni d' invidia - Vuol dire 
pieni di un folle desiderio ili 
sapere, come piacque al Renier. 
A corroborare questa interpre- 
tazione d' inviala secondo il, 
senso del francese ei/rie. valga 
anche l'esempio di Dante stesso, 
il quale disse degli ignavi, 
Inf., in, 48: « che invidiosi son 
d' ogni altra sorte ». Il Littré 
nella sua traduzione in antico 
francese disse appunto: « qu' ili 
envieus sont de tout aiitre sort ». I 

5. m' avea governato - Vuol dire I 
ni ' aceti ridotto a tal condisioneÀ 



PARTE PRIMA 17 

d'Amore, però che io portava nel viso tante delle sue 
insegne 6 , che questo non si potea ricoprire. E quando 
mi domandavano : « per cui 7 t' ha cosi distrutto s questo 
amore ? » ed io sorridendo li guardava, e nulla dicea loro. 



6. tante delle sue insegne - In- 7. per cui - È interrogativo ed 

segna ha qui, come altrove e in equivale a per chi ?, per qual 
Dante e nel Petrarca, il valore donna ? 

di segni., 8. distrutto -Spiega bene questo 

distrutto la variante disfatto, che 
il Carducci preferiva. 

La Vita Nuova 2 



V. 



Un giorno avvenne che questa gentilissima sedea 
in parte ì ove s' udiano parole della reina della gloria 
ed io era in luogo dal quale vedea la mia beatitudine 
e nel mezzo di lei e di me, per la retta linea, sedes 
una gentile donna di molto piacevole aspetto, la quale 
mi mirava spesse volte, maravigliandosi del mio sguar 
dare, che parea che sopra lei terminasse; onde molt 
s' accorsero del suo mirare. Ed in tanto vi fu poste 
mente 2 , che, partendomi di questo luogo, mi sentii dire 
appresso: « Vedi come cotale donna distrugge la per 
sona di costui » ; e nominandola, intesi che diceano d 
colei ch'era stata nel mezzo della retta linea che move* 
dalla gentilissima Beatrice e terminava negli occhi miei 
Allora mi confortai molto, assicurandomi che il mie 
segreto non era comunicato lo giorno 3 altrui per mii 
vista. Ed immantinente pensai di fare di questa gentili 
donna schermo della veritade; e tanto ne mostrai il 
poco di tempo, che il mio segreto fu creduto saper» 



Cap. V. - AH'Allighieri pre- tutto il capitolo xx che quest 

ineva di tener nascosto l'oggetto amore per una gentildonna fio 

della sua passione, forse per rentina fu passionato e per 

naturai verecondia d'animo gen- tutt'altro che fìnto. 

tilissimo Ricorse (ditegli) ad un t sedea in te ow ecc . Se 

espediente fece sembiantedi es- (leva in ( . hies ' dove si ta | 

sere innamorato di altra donna. r uffizio d u Madonna. 

Udiamo 1 occasione e il pen- 
sici.» di questo, secondo la nar- 2 - in ta " to vi f " l» osto 1,,ent ' 
razióne ch'egli ce ne fa in questo che ecc. - In tanto che per I 
capitolo quinto. Carducci. semplice tanto che, quasi * 

Si vc<li,i dall'esposizione del tonto modo, ni tanto grado. 

capitolo vii e poi dall' inter- 3. lo giorno - Equivale a dir 

pretazione del sonetto v e di in (/nel giorno. 



PARTE PRIMA 19 

ìalle pili persone che di me ragionavano i . Con questa 
lonna mi celai alquanti anni e mesi; e per pili fare 
predente altrui, feci per lei certe cosette 5 per rima, le 
piali non è mio intendimento di scrivere qui, se non 
n quanto facessero a trattare 6 di quella gentilissima 
Beatrice; e però le lascerò tutte, salvo che alcuna cosa 
le scriverò che pare che sia loda di lei. 



4. che il mio segreto fu creduto 5. cosette ecc. - Composizioni 

sapere dalle più persone che ecc. - o brevi o di picciol momento ; o 

! È un costrutto che oggi non si è cosi detto per modestia. Gar- 

ìuserebbe affatto. Si direbbe, in dugci. 

(forma attiva, che le più persone 6. facessero a trattare ecc. - 

che ecc. credettero sapere il mio Significa giovassero alla cele- 

s&greto. orazione poetica, di Beatrice. 



TI. 



Dico che in questo tempo che questa donna 1 er 
schermo di tanto amore, quanto dalla mia parte 2 , n 
venne una volontà di voler 3 ricordare il nome di quell 
gentilissima 4 e d' accompagnarlo di molti nomi di donni 
e specialmente del nome di questa gentile donna ; < 
presi li nomi di sessanta le più belle donne della cittad 
ove 5 la mia donna fu posta dall' altissimo sire, composi 



Gap. VI. - 1. elio questa don- 
na ecc. - Il che è pronome rela- 
tivo, e significa m cui, ovvero 
durante il quale. 

2. quanto dalla mia parte - Vuol 
dire (indilla era quello che sen- 
tirli io. 

3. mi venne una volontà di vo- 
ler ecc. - A prima giunta una 
volontà i/i volere può sembrar 
un errore o, almeno, una ripeti- 
zione inutile. Ma eia uso degli 
antichi che certi verbi o espres- 
sioni signiiicanti volere o dovere 
o potere l'ossero seguiti, secondo 
i rasi, dal primo, dal secondo o 
dal terzo di questi verbi. Cosi, 
ad es.. nella novella di Primasso 
il Boccaccio scrisse : <• Primasso 
deliberò di volere andare a ve- 
dere la magnificenza ili questo 
aliale ». 

4. ili quella gentilissima - Quan- 
do nella Vita Suora I rovinino 

gentilissimo dobbiamo sempre 

intendere Beatrice. Il che del 
testo è tiià s'alo notalo. 

5. della cittade ove ecc. - K 
cosa da osservarsi che in tutta la 

Yitn Nuova Dante non nomina 
mai Firenze : la indica sempre 
con perifrasi. Nel capitolo \i. è 



detta hi cittade are naci/n 
vivette e morio tu gentilissiii 
donna. Il Carducci notò: « ] 
tutta la Vita Nuova il poe' 
non determina mai luogo 
tempo : pare che egli siasi con 
piaciuto di porre i suoi fantasn 
in un regno indeterminato, j 
mezzo allo spazio vuoto ». 

6. e, presi li nomi ecc. ..., coi 
Itosi ecc. - Il D'Ancona con pj 
lecchi codici legge : e presi ec 

.... e composi ecc facenc 

uno strascicamento di periot 
paratattico assai poco bello, 
insolito nella prosa di Dani 
pessimo anche per l'altra pi 
posizione collegata pure con 
(e non n' (ir rei fatto menai 
ne ecc.) che vien subito appresi 
Se poi, come piacque al Witt 
e torse giustamente, si ha qi 
da incominciare un nuovo p 
riodo : E presi ecc., dinnanzi 
composi non è più possilii 
l'altro e; perché in tal cai 
(come anche secondo la punte) 
giatura da noi adottata) pre 
non può essere che particip 
passato e però proposizione ili 
plicita, equivalente a poi ci 
clilii presi ecc. 



PARTE PRIMA 21 

ina epistola sotto forma di serventese ~, la quale io non 
criverò : e non n' avrei fatto menzione, se non per dire 
uello che, componendola, maravigliosamente addivenne, 
ioè che in alcun altro numero non sofferse il nome 
ella mia donna stare, se non in sul nove, tra li nomi 
i queste donne. 



e: 

« 7. serventese - Questa fu assai imitazione forse del famoso di 

I robabilmente la prima prova Rambaldo di Vaqueiras, cantò 

tf ile Dante fece del canto in terza le bellezze di sessanta gentili 

™ ma (che assai spesso il serven- fiorentine. Sventuratamente il 

lise aveva tal forma) ; ove, a serventese è perduto. 



VII. 



La donna con la quale io avea tanto tempo celai 
la mia volontade convenne che si partisse \ della sopr^ 
detta cittade, e andasse in paese molto lontano : per che 
io, quasi sbigottito della bella difesa che mi era venui 
meno 3 , assai me ne disconfortai più eh' io medesimo noi 
avrei creduto dinnanzi. E pensando che, se della su 
partita io non parlassi alquanto dolorosamente, le pei 
sone sarebbero accorte 4 più tosto 5 del mio nasconder* 
proposi di farne alcuna lamentanza in un sonetto, j 
quale io scriverò ' ; ; acciò che " la mia donna fu immediai 
cagione di certe parole che nel sonetto sono 8 , si coni 
appare a chi lo intende. E allora dissi questo sonetti). 



Gap. VII. - 1. convenne che si 
partisse - Equivale a dire fu ne- 
cessitata di partire.... e di on- 
da/re ecc. 

2. per che - Cioè per la guai 
cosa. 

3. quasi sbigottito della bella 
difesa che mi era venuta meno - 
E un costrutto che oggi non si 
usa e che risponde perfettamente 
a questo odierno quasi sbigot- 
tito che mi fosse, venuta meno 
la bella difesa. 

4. le persone sarebbero accorte 
ecc. - Equivale a si sarebbero 
accorti', lasciato il si della forma 
riflessiva, come spesso facevano 
gli antichi, in modo spiccio ed 
elegante. Cosi Dante stesso nel 
\u dell'Inferno (v. 80-81) t'adire 
a Chirone: « Siete voi accorti 
Che quel di retro move ciò ch'ei 



tocca? » Nell'ultimo verso d< 
sonetto di questo capitolo medi 
simo troveremo struggo col vj 
lore di mi struggo. 

5. più tosto - È lo stesso efi 
pia presto. 

6. il quale io scriverò - Il vert 
scrivere ha qui valore di tri 
scrivere. 

7. acciò che - È abbastanza ■ 
quente nella lingua del dugenj 
e nella prosa di Dante quel 
acciò che col valore di pera 
clie. Si trova poi invece peroX 
e li e, oggi usato solamente con! 
avverbio congiuntivo causai 
col valore finale di acciocché 

8. la mia donna fu immediai 
cagione di certe barole che n 
sonetto sono - Dante dice, neli 
chiosa del sonetto di queal 
capitolo, che le parole serio 



PARTE PRIMA 



23 



[Sonetto II. n ] 

voi che per la via d'Amor passate 10 , 
attendete e guardate 

s'egli è dolore alcun, quanto '1 mio grave; 
e prego sol ch'audir mi sofferiate; 
e poi imaginate 
s'io son d'ogni tormento ostello e chiave 11 . 

Amor, non già per mia poca bontate 12 , 
ma per sua nobiltate, 
mi pose in vita si dolce e soave 13 , 



con F intendimento di riferirsi a 
Beatrice, e non già alla gentil- 
donna partita da Firenze, sono 
quelle comprese tra i versi 7.° 
e 12.° Amor, non già ecc., pa- 
role che sono troppo chiaramente 
significative di un amor vero e 
passionato. Ma questa e evidente- 
mente una di quelle spiegazioni 
che Dante ha dovuto e voluto 
fare per accomodare le sue rime 
a quella unità d' intento che 
solo tardi stabili di dimostrare, 
quando cioè, scrivendo la prosa 
della Vita Nuova, volle far cre- 
dere a tutti, e forse un poco 
anche a se stesso, di non aver 
mai avuto, prima dell'amore per 
la donna gentile, narrato nei 
capitoli xxxv-xxxviii, altro a- 
more che quello di Beatrice. Del 
resto, eh' egli amasse davvero, 
e per fine di sensuale diletto, 
questa gentil donna (come amò 
poi 1' altra di cui ci parlerà tra 
breve) sarà dimostrato nella e- 
sposizione del sonetto v : Caval- 
cando V olir' ier ecc. 

9. Son. II. - Non è una bal- 
lata, come ignorantemente hanno 
affermato parecchi commenta- 
tori, ma un sonetto doppio, tale 
cioè che ha un settenario, rimato 
sempre con 1' endecasillabo pre- 
cedente, dopo ogni 1.° e 3.° verso 
delle quartine, e dopo il 2.° delle 



terzine. Si vegga più avanti il 
sonetto iv. 

10. O voi, che per la via ecc. - 
Sono quasi traduzione delle pa- 
role di Geremia che Dante stesso 
riferisce nella chiosa. V. il Libro 
delle lamentazioni, cap. i, 12. 

11. d' ogni tormento ostello e 
chiave - Ostello equivale ad al- 
bergo, si come disse Dante anche 
nel vi: del Purgatorio, v. 76 
« di dolore ostello ». Io sono, 
vuol dire il poeta, luogo proprio 
e quasi ricettacolo di gran pena ; 
inoltre sono di questa a me 
stesso cagione. La metafora della 
chiave fu da' nostri antichi usata 
moltissimo a significare appunto 
1' idea dell' aprire il cuore a 
questo o a quel sentimento. 

12. non già per mia poca bontate 
- Vuol dire non già per alcuna 
mia opera o qualità buona, 
eh' è cosa da poco ecc. 

13. mi pose in vita si dolce e 
soave - Questa vita tutta dolcezza 
e soavità vorrebbe dunque Dante 
che s' intendesse, come dice an- 
che nella chiosa, quella dell' a- 
more eh' egli sentiva per Bea- 
trice, la quale corrispondeva 
all' amore o, si può dire, alla 
divozione religiosa di lui salu- 
tandolo e mostrandogli i ridenti 
suoi occhi giovinetti. Ma, se tal 
dolcezza nessuno sapeva, come 



24 LA VITA NUOVA 

cITio mi sentia <1 i r dietro spesse fiate: 

« Deli!, per qual dignitate 

cosi leggiadro questi lo cor nave? » 

Or ho perduta tutta mia baldanza 14 , 
che si movea d' amoroso tesoro : 
ond' io pò ver dimoro 
in guisa, che di dir mi vien dottanza 15 . 

Si che, volendo far come coloro 

che per vergogna celan lor mancanza, 

di fuor mostro allegranza 16 , 

e dentro dallo core struggo e ploro. 

Questo sonetto ha due parti principali ; che nelk 
prima intendo chiamare i fedeli d' Amore per quelle! 
parole di Geremia profeta : vos omnes, qui transiti* 



poteva Dante sentirsi dir dietro, 
e sempre a cagione dell' amore 
di Beatrice, quelle parole ch'egli 
riferisce ne' versi 11 e 12 del 
sonetto? Poiché i due versi se- 
guenti, collegati con ciò che 
precède, significano Per <//ntl 
privilegio questi ha wn cuore 
cosi ben fatto ali' amore (e la 
gente non può intendere altro 
amore che sensuale) da potersi 
godere tanta delizia di vita? E 
se ciò dunque diceva la gente, 
resta fermo il fatto che ciò era 
a cagione di quella tal gentil 
donna che ognuno credeva (e lo 
Crediamo anche noi) amasse lui 
essendone riamata, si vegga più 
avanti la nota 7 al cap. jx. 

Ma chi era costei ? Non sap- 
piamo allatto: certo era una 
delle belle donne dell' aristocra- 
zia di Firenze. Torse, a cagione 
dell'alta condizione di lei, Bea- 
trice stessa, la quale si capisce 
bene che non voleva essere amata 

da Dante in tal modo, non si 
sentiva per altro punto offesa 
dal fatto die l' amico SUO godesse 
Le grazie (credute fors'anche one- 
ste) d' una sua pari, se non su- 



periore, specialmente per nobiltà, 
per spirito e piacevolezza. 

14. baldanza - È sempre xenti- 
mento della propria superici 
rito : e qui sta benissimo in] 
questo senso. Vuol dire il poeta' 
ch'egli si sentiva d'essere come i 
un gran signore possedendo tan- 
to tesoro di piacere amoroso; e, 
dopo la partenza di lei, egli è 
rimasto privo di tutto, e perciò 
fiorerò. 

lo. in guisa che di dir mi vien 
dottanza - È naturale conseguenza 
di quel che ha detto ne' tre versi 
precedenti. 11 povero amatore, 
cui le circostanze, o la volontà 
d'altri hanno privato di tutto il 
suo vanto e di tutto il suo go- 
dimento, prova come un senso 
di morti iicazione, simile a quello 
di colui che, essendo stato liceo. 
ora non ha nulla, e per vergogna 
nasconde la sua miseria, dimo- 
strando allegrezza nel volto, 
quando nel cuore ha struggi- 
mento e pianto. 

Hi. allegranza - Queste terni i- 
nazioni sono caratteristiche del 
periodo anteriore a quello di 
Dante. Carducci. 



PARTE PRIMA 25 

per mam, attendile et videte, si est dolor sicut dolor meus; 
e pregare che mi soffermo d' audire. Nella seconda narro 
là ove Amore m' avea posto, con altro intendimento che 
P estreme parti del sonetto non mostrano : e dico eh' io 
ho ciò perduto. La seconda parte comincia quivi : Amor 
non già. 









Vili. 



Appresso lo partire di questa gentil donna fu piacere 
del signore degli angeli 1 di chiamare alla sua gloria una 
donna giovane di gentile aspetto molto 2 , la quale fu 
assai graziosa 3 in questa sopradetta cittade ; lo cui corpo 
io vidi giacere senza 1' anima in mezzo di molte donne, 
le quali piangeano assai pietosamente. Allora, ricordan- 
domi 4 che già 1' avea veduta fare compagnia a quella 
gentilissima, non potei sostenere 5 alquante lagrime ; anzi 
piangendo mi proposi di dire alquante parole fi della sua 
morte in guiderdone di ciò, che alcuna fiata l' avea veduta 
con la mia donna. E di ciò toccai alcuna cosa nell'ultima 
parte 7 delle parole che io ne dissi, siccome appare mani- 



]. fu piacere del signore degli 
angeli ecc. - Elegante invece di 
piacque a Dio. a poi anche op- 
portuno il modo, trattandosi di 
un' angiola da abbellirne il Pa- 
radiso. 

'ì. (li gentile aspetto molto - Vuol 

dire che nel viso dimostrava gran 
nobiltà, torse di nascita, o anche 
di sentimenti. 

3. fu assai graziosa - Può signi- 
ficare fu assai avvenente, come 
si rileva dal v. 11 del sonetto ; 
ma può anclie intendersi nel 
senso eh' ella fu molto in (inizia 
delle persone. 

4. Allora, ricordandomi ecc. - Il 
ricordo d'averla veduta compa- 
gna «li Beatrice apira al poeta 
un canto di doglianza in morte 
di questa ignota giovine. Cab- 

DUCCI. 

5. sostenere - Vale i|lii rullr- 

nere, reprimere. 



6. dire alquante parole - Un'altra 
volta parole per rime. Nel capi- 
tolo in vedemmo l'arte di dir 
parole per rima : cosi nel due- 
cento designavasi il cantare poe- 
ticamente ; e dicitori erano chia- 
mati i poeti. Carducci. 

7. iiell' ultima parte delle pa- 
role ecc. - Qualcuno intende che 
s' accenni qui ai versi 9-14 del 
sonetto primo, altri alla fine del 
sonetto Morte villana, cioè alle 
parole Chi non morta salute 
No» sfieri mai d'aver sua com* 
pagnia. Stando a questo secondo 
modo, il poeta avrebbe voluto 
dire che Beatrice ha ben le virtii 
della morta giovinetta e perù 
merita salute e può sperare di' 
avere in paradiso la compagnia 
di lei. mh la cosa par troppo 
stiracchiata. Tenendoci invece 
al modo primo, noi vediamo che 
il poeta, appunto sotto il nome 



PARTE PRIMA 27 

festamente a chi lo intende : e dissi allora questi due 
sonetti ; delli quali comincia il primo Piangete amanti, 
il secondo Morte villana. 

[Sonetto 111. | 

Piangete, amanti, poi che piange Amore 8 , 
udendo qual cagion lui fa plorare. 
Amor sente a pietà donne chiamare 9 , 
mostrando amaro duol per gli occhi fuore ; 

perche villana morte in gentil core 
ha messo il suo crudele adoperare 10 , 
guastando ciò che al mondo è da laudare 
in gentil donna, fuora dell'onore 11 . 

Udite quanto Amor le fece orranza ; 
eh' io '1 vidi lamentare in forma vera 
sovra la morta imagine avvenente ; 

e riguardava ver lo ciel sovente, 
ove 1' alma gentil già locata era, 
che donna fu di si gaia sembianza. 

Questo primo sonetto si divide in tre parti. Nella 
prima chiamo e sollicito li fedeli d' Amore a piangere ; 
e dico che lo signore loro piange, e dico « udendo la 
cagione perch' e' piange », acciò che si acconcino più ad 



d' Amore, ha inteso d' indicare 9. a pietà donne chiamare - Il 

Beatrice e ci ha detto che lamen- verbo chiamare ha qui il suo 

tava la morte della sua com- significato etimologico, e vale 

pagna. Anche nel sonetto lo mi gridare. A pietà vuol dire in 

sentii svegliai' ecc. (cap. xxiv) modo da muovre pietà. 

Dante adombra la sua donna 10. adoperare - Significa ope- 

sotto il nome d' Amore : « E rare, come assai frequentemente 

quella ha nome Amor, si mi ne' nostri antichi, 

somiglia», dove appunto è Amore 11. fnora dell' onore - Lo stesso 

che parla. che eccettuato V onore ; poiché 

8. Piangete amanti ecc. - Il prin- questo non può dalla morte es- 

cipio di questo sonetto ricorda sere guastato. Ma è forse da 

quello che il Petrarca poi scrisse accettare la lezione, proposta dal 

in morte di Cino da Pistoia : Biscioni e ripresentata poi dal 

« Piangete, donne, e con voi Barbi, sovra dell' onore, inten- 

pianga Amore; Piangete, amanti, dendola per altro nel senso di 

per ciascun paese » Carducci. oltre V onore. 



28 LA VITA- NUOVA 

ascoltarmi; nella seconda narro la cagione; nella terza 
parlo d'alcuno onore che Amor fece a questa donna. La 
seconda parte comincia quivi : Amor sente ; la terza quivi: 
Udite. 

[Sonetto IV.] 

Morte villana, di pietà nemica, 
di dolor madre antica, 
giudicio incontrastabile, gravoso, 
poi che hai data materia al cor doglioso, 
ond' io vado pensoso, 
di te biasmar la lingua s' affatica. 

E s' io di grazia ti vo' far mendica 15 , 
convienesi eh' io dica 
lo tuo fallar, d'ogni torto tortoso 13 ; 
non però che alla gente sia nascoso, 
ma per farne cruccioso 
chi d'Amor per innanzi si nutrica. 

Dal secolo 11 hai partita cortesia 

e ciò che in donna ò da pregiar, virtute 

in gaia gioventute : 

distrutta hai l'amorosa leggiadria. 

Più non vo' discovrir qual donna sia, 
che per le proprietà sue conosciute. 
Chi non merla salute 15 
non .speri mai d'aver sua compagnia. 



12. K s' io di grazia li vo' far 15. Olii non merla salute - Vuoi 
mendica - È da intendere: e se dire semplicemente chi è licc- 
io li voglio far povera di grazia colore. 
diwnan&i a tutti, cioè se ti vo- 
glio rendere odiosa. 

\3. lo luo fallar d'ogni torto Se si pensa che Dante senti la 

tortoso - Equivale a due ,/ Ino necessità di comporre la Vitti 

peccato che è mtqmssvmo, col- Nuova al line che i lettori della 

pevolc dogm qualità o specie sua Commedia potessero inten- 

"' '"'/"'• dere chi fosse quella Beatrice a 

l'i. Dal secolo - Scaliti anche cui Santa Lucia si rivolse chia- 

i|iii. coinè già si vide nel capi- mandola Loda di Dio vera, ed 

tolo n, per mondo o vita terrena. esortandola a soccorrere colui 



PARTE PRIMA 



29 



Questo sonetto si divide in quattro parti ; nella prima 
parte chiamo la morte per certi suoi nomi propri; nella 
seconda, parlando a lei, dico la cagione per eh' io mi 
movo a biasimarla ; nella terza la vitupero ; nella quarta 
mi volgo a parlare a indifinita persona, avvegna che 
quanto al mio intendimento sia difinita. La seconda 
comincia quivi : Poi che hai data ; la terza quivi : E &' io 
di grazia ; la quarta quivi : Chi non merta salute. 



che lo amò tanto, non si farà 
nessuna meraviglia a credere che 
egli prendesse occasione nel suo 
libretto a far anche intendere 
chi fosse un'altra donna, la 
quale avrebbe incontrata nel 
Paradiso Terrestre, Matelda. E 
appunto la giovinetta di cui è 
detto nel capitolo vili è l' unica 
di tutte quelle della Vita Nuova 
di cui possa ognuno esser certo 
eh' era già morta prima dell'anno 
della visione : ed è pur 1' unica 
che abbia tutte le qualità che 
Dante attribuì a Matelda. E bella, 
è gaia ; è di tanto perfetta vita 



virtuosa, che l' anima di lei e 
andata subito in Paradiso ; ed 
era veramente famigliare e ca- 
rissima a Beatrice. 

Se non fosse stato per richia- 
mare l' attenzione del lettore 
sopra questa fanciulla, affinché 
potesse poi riconoscerla in Ma- 
telda, perché Dante si sarebbe 
trattenuto cosi a lungo su lei ? ; 
e soprattutto perché avrebbe 
posto qui il secondo sonetto, che 
non contiene nulla che si possa 
riferire a Beatrice, ma contiene 
alcune qualità che si riscontrano 
poi in Matelda ? 



IX. 



Appresso la morte di questa donna alquanti di 1 , 
avvenne cosa, per la quale mi convenne partire della 
sopradetta cittade-, ed ire verso quelle parti dov'era 
la gentile donna eh' era stata mia difesa, avvegnaché 
non tanto fosse lontano il termine del mio andare, 
quanto ella era. E tutto che io fossi alla compagnia di 
molti, quanto alla vista 3 1' andare mi dispiacea si, che 
quasi li sospiri non poteano disfogare 1' angoscia che 
il cuore sentia, però eh' io mi dilungava dalla mia 
beatitudine. E però lo dolcissimo signore, il quale mi 
signoreggiava per la virtù della gentilissima donna, 
nella mia imaginazione apparve come peregrino * leg- 
geramente vestito e di vili drappi. Egli mi parea sbigot- 
tito, e guardava la terra, salvo che talora li suoi occhi 
mi parea che si volgessero ad un fiume 5 bello e corrente 



1. alquanti di - K un' espres- 
sione per Dante generica e inde- 
terminata di tempo. 

2. mi convenuti partire della 
sopradetta cittade - Non è neces- 
sario in nessun modo pensare a 
una partenza di dovere per al- 
cuna spedizione militare; ma si 
può pensar benissimo a una 
partenza di piacere, a cui anche 
allora (come succede oggi) un 
giovane, per non aver alcuna 
ragione vera «li rifiutarsi, era 
costici to a prender parte. 

'.\. quanto alla vista ecc. - Vuol 
dire clic dal suo aspetto si ca- 
piva chiaramente che quell'an- 
data gli rincresceva. Il Barbi ha 
veramente ragione di sostenere 



che la virgola s' ha da porre 
prima di quanto, e non dopo 
rista. 

4. come peregrino ecc. - Perché 
Amore peregrino'? Peregrino 
indica 1' errare del poeta da un 
amore all' altro o da una sem- 
bianza d' amore all' altra: legge- 
ramente vestito adombra la 
leggerezza e vanità di si fatti 
amori, e di vili drappi significa 
clic quel nuovo amore fu indegno. 
Perciò più sotto guardava la 
terra. Carducci. 

ó. ini parca che si volgessero ad 
un fiume ecc. - Amore (che, ri- 
dotta la cosa alla realtà, è 1' af- 
fezione sensuale predominante 
allora nell'anima di Dante) 



PARTE PRIMA 



31 



e chiarissimo, lo quale sen già lungo questo cammino 
là ov' io era. 

A me parve che Amore mi chiamasse, e dicessemi 
queste parole: « Io vengo da quella donna la quale è 
stata tua lunga difesa, e so che il suo rivenire non 
sarà a gran tempi ; e però quello cuore eh' io ti facea 
avere a lei 6 , io l'ho meco e portolo a donna la qual 
sarà tua difensione, come questa era 7 ». E nominollami 
per nome si eh' io la conobbi bene. « Ma tuttavia di 



guardava la corrente dell' Arno 
che si dirigeva frettolosa a Fi- 
renze, come per dire: Quella sa- 
rebbe la via che vorrebbe il 
cuore ! 

6. quello cuore che io ti facea 
avere a lei - Vuol dire quello 
stesso sentimento che io faceva 
che tu avessi a lei, cioè verso 
di lei. Un costrutto col verbo 
fare simile a questo non è in- 
frequente. Nel xi del Paradiso 
(v. 56-57) Dante stesso volendo 
dire che Francesco nella prima 
giovinezza cominciò a fare che 
la terra sentisse alcun conforto 
della sua grande virtù, scrisse: 
«... ei cominciò a far sentir la 
terra Della sua gran virtute al- 
cun conforto ». 

7. la qual sarà tua. difeusione, 
come questa era - È un' altra 
donna, la quale, stando a quel 
che Dante scrive, non fu amata 
da lui che simulatamente, sic- 
come ha voluto egli farci credere 
di colei che vide in parte ove 
Wudiano parole della rema 
della gloria, di colei che guardò 
più volte il giovine Allighieri, 
volgendosi a lui con occhio forse 
ben ardente di desiderio. 

La trovata della difensione, o 
difesa, o schermo, come l' au- 
tore ci ha detto più volte, è 
abbastanza buona; ma le circo- 
stanze, e anche le parole, mo- 
strano chiaramente che ne' suoi 
vent' anni 1' Allighieri amò di 
sensuale amore la gentil donna 



che poi parti da Firenze; e, 
poco dopo, non avendo forse 
altra bella e gentile donna con 
cui potesse dare sfogo alla pre- 
potenza della sua libidine, 
rivolse F occhio e 1' appetito 
sensuale a una giovine, che 
certamente non era nobile, 
anzi pare, dalle parole di Dante 
stesso, che fosse volgaruccia, 
ma bella certamente. 

Le parole da Amore dirette a 
Dante « quello cuore [desiderio 
amoroso, appetito] eh' io ti facea 
avere a lei io l ho meco e por- 
tolo a donna ecc. » non avreb- 
bero senso, se non significassero 
che 1' amore novello per la fem- 
mina adocchiata già, forse in 
alcuna straducola di Firenze, 
doveva essere della medesima 
qualità, cioè sensuale, eh' era 
stato quello della gentil donna 
fiorentina. I versi seguenti del 
sonetto confermano, anzi avva- 
lorano la cosa: 

«... Io vegno di lontana parte, 
ov' era lo tuo cor per mio volere; 
e recolo a servir uovo piacere ». 

Quando compose il sonetto. 
Dante, non pensando ancora a 
finzioni né a schermi, disse 
con tutta schiettezza che in 
quella gentil donna era stato il 
suo cuore e che sentiva già 
di amare un' altra alla stessa 
maniera. Più tardi, vergo- 
gnandosi, nel suo rinnovato 
sentimento religioso, di tali 



32 



I.A VITA NUOVA 



questo parole eh' io t' ho ragionate, se alcuna cosa ne 
dicessi, dillo nel modo che per loro non si discernesse 
il simulato amore che tu hai mostrato a questa e che 
ti converrà mostrare ad altrui ». E dette queste parole, 
disparve questa mia imaginazione tutta subitamente, 
per la grandissima parte che mi parve che Amore mi 
desse di sé: e, quasi cambiato nella vista mia, cavalcai 
quel giorno pensoso ed accompagnato da molti sospiri. 
Appresso lo giorno, cominciai di ciò questo sonetto: 

[Sonetto V.| 

Cavalcando V altr' ier per un cammino, 
pensoso dell' andar, che mi sgradia, 
trovai Amore in mezzo della via, 
in abito legger di peregrino. 



amorazzi che forse erano adùl- 
teri, modificò, siccome potè me- 
glio, le cose, cercando di far 
apparire un amore solo nella 
sua vita giovanile, e questo 
santissimo. Ciò fece nella prosa 
della sua Vita Nuora; che le 
rime, essendo note a molti, non 
potevan essere mutate. Ma non 

10 potè fare per modo che non 
trasparisse la verità dalle parole. 
Accortosi che 1' emistichio e il 
verso or ora citati (or' era lo 
tuo coi- e recolo a servir noro 
•piacere) sarebbero stati intesi 
nel loro vero senso, s' affrettò a 
soggiungere: « Ma tuttavia di 
queste parole ch'io t'ho ragio- 
nate, se alcuna cosa ne dicessi 
(in riunì, s" intende) dillo in 
modo che per loro non si discer- 
nesse il simulato amore che tu 
hai mostrato a questa e che ti 
Converrà mostrare ad altrui ». 

11 che in breve significa: Scrivi 
in modo che chi leggerà il Ino 
Sonetto creda che non sia stalo 



tìnto 1' amore per la gentil donna 
e che non sia tinto questo nuovo. 
È proprio un mettere le mani 
innanzi ; poiché ognuno, leggendo 
il sonetto, sente la sincerità e 
la spontaneità delle due espres- 
sioni; e del resto, per quel eh' è 
detto subito dopo nei versi 13.° 
e 14." Allora presi di lai si gran 
parte ecc. che vuol dire mi se li- 
ti i in Ito in raso <V (nuore, pen- 
siero attenuato nella prosa con 
un mi parve, non si può aver 
dubbio nessuno su questo no- 
vello amore sensuale di Dante, 
e quindi anche sul precedente. 
Se t'ossero stati veramente tinti 
si fatti amori, il poeta non 
avrebbe potuto avere tanto accen- 
dimento di fantasia da figurarsi 
Amore in messo della ria In 
aliìti) legger i/i peregrina, né da 
sentirsene preso, o, come abbiala 
tradotto noi, inraso; e non 
avrebbe forse neanche saputo 
adoperare cosi efficaci parole*. 



' Quando il Cabdbcci Bpìegò il presente capitolo della. Tifa Nuova (che fu il 
<; decembre dell' anno 1870, Biocome trovo ne' mici appunti) fece la seguente 
OBBervaaione, che concorde del tutto con ciò clic ho detto <im sopra: « Se rtoves- 



PARTE PRIMA 33 

Nella sembianza, mi parea meschino 8 , 
come avesse perduta signoria; 
e sospirando pensoso venia, 
per non veder la gente, a capo chino. 

Quando mi vide, mi chiamò per nome, 
e disse: « Io vegno di lontana parte, 
ov' era lo tuo cor per mio volere ; 

e recolo a servir 9 novo piacere 10 ». 
Allora presi di lui si gran parte, 
eh' egli disparve, e non m' accorsi come. 

Questo sonetto ha tre parti: nella prima parte dico 
coni' io trovai Amore, e quale mi parea ; nella seconda 
co quello ch'egli mi disse, avvegnaché non compiu- 
mente 1J , per tema ch'io avea di discovrire lo mio 
(greto ; nella terza dico com' egli disparve. La seconda 
unincia quivi: Quando mi vide; la terza quivi: Allora 
esi. 



3. meschino - Vale servo. Dante 
isso dice (Inf. ix, 43) : « le me- 
nine Della regina dell' eterno 
anto ». Nel xxvn dell' Inferno 

115) il diavolo loico dice dei- 
anima di Guido di Montefel- 
) : « Venir se ne dee giù 
i' miei meschini ». A ineschino 
successo press'a poco quel che 
cattivo: disceso diritto dal la- 
io captivus (prigioniero di 
erra) è passato a mostrare 
o stato spregevole dell' uomo. 

idea di servitù porta con sé 
ella della miseria e della tri- 
zia malvagia. Carducci. 
). servir - 11 verbo servire è 
quentissimo presso i nostri 



antichi nel senso di amare. Ve- 
dremo più avanti anche servitore 
per amatore. 

10. piacere - È superfluo citare 
esempi di piacere per bellezza 
piacente, e quindi per bella 
donna, poiché sono in gran nu- 
mero. 

11. non compiutamente - Cioè 
non bene. Per dire bene o com- 
piutamente, secondo la finzione 
qui voluta far credere, l'Autore 
avrebbe dovuto esprimere l' idea 
eh' egli poco dopo si sarebbe 
affaticato a dimostrare affezione 
a una femminetta, e cosi non 
discovrire il suo segreto. 



o prestar fede a quello che Dante dice, cioè che i suoi amori fossero simulati 
nascondere il suo amor vero, non si saprebbe vedere la ragione di questi 
(amenti. Quando Dante scrisse questo sonetto non pensava già a difesa, o a 
ìrtno : lo scrisse da senno ». 

Vita Nuova 3 



Appresso la mia ritornata mi misi a cercare di quesl 
donna che lo mio signore m' avea nominata nel cammin 
de' sospiri 1 . Ed acciocché il mio parlare sia più brev 
dico che in poco tempo la feci mia difesa tanto 2 , et 
troppa gente ne ragionava oltre li termini della cortesiì 
onde molte volte mi pesava duramente. E per quesi 
cagione, ciò è di questa soverchievole voce che parea ci! 
m' infamasse viziosamente, quella gentilissima, la qui 
fu distruggitrice di tutti i vizi e reina delle virtud 
passando per alcuna parte mi negò lo suo dolcissin 
salutare 3 , nel quale stava tutta la mia beatitudine, jl 
uscendo alquanto del proposito presente, voglio dare 
intendere ' quello che il suo salutare in me virtuos 
niente 5 operava. 



1. nel cammino de' sospiri - Si 
comprende troppo bene che al- 
lude al viaggio, che aveva fatto 
a malincuore, accompagnato da 
multi .sospiri, siccome è narrato 
nel capitolo precedente. 

u 2. la feci mia difesa tanto," ecc. - 
Dante si fa qui un po' ironico 
verso se medesimo, come suol 
fare chi, dentro sé pentito d'alcun 
fallo, si chiama stolto ; e giùnge 
lino a» schernirsi dèlia propria 
sciocchezza. 

'.). mi nc£Ò lo suo dolcissimo sa- 
lutare ecc. - Beatrice, che, com'è 
dello nella noia 13 del cap. VII, 
non ~i eia offesa per la relazione 



che l'amico suo aveva stret 
con la gentil donna tìorentin 
si sentì offesa assai invece 
questo amore volgare, del qu« 
certo si fece un gran petteg 
lezzo in tutte le conversazio 
della città. Ella, cosi pura e ce 
nobile, riamare, per quanto p 
rissimamente, un giovine, nob 
aneli' esso, che scendeva tar 
in basso? Ohibò!... 

4. dare ad intendere - Equiv? 
a far intendere. 

5. virtuosamente - Signitica i 
virla. o forza propria, eh' 
in lei salutante. 



XI. 



Dico che quando ella apparia da parte alcuna, per 
l& speranza della mirabile salute \ nullo nemico mi 
irimanea, anzi mi giugnea una fiamma di caritade, la 
quale mi facea perdonare a chiunque m' avesse offeso : 
( e chi allora m' avesse domandato di cosa alcuna, la mia 
responsione sarebbe stata solamente « Amore », con viso 
cestito d' umiltà 2 . E quando ella fosse alquanto propinqua 
f al salutare 3 , uno spirito d'Amore 4 , distruggendo tutti gli 

I 



Il Carducci, arrivato a questo 
japitolo xr nella lezione , del 6 
ìecembre 1870, lèttone il primo 

(periodo, disse queste parole, che 
trascrivo quali furono da lui 
pronunciate: « Quando nella Vita 
Nuova non ci l'osse di singolare 
di bello altro che il primo 
periodo di questo capitolo, sa- 
rebbe uno dei libri più notevoli 
lei medio evo. Imaginarsi fra 
juelle risse perpetue di città a 
ùttà, di casa a casa, Dante cosi 

umano è qualche cosa che sor- 
prende. Bisogna ricordarsi che 
juesto periodo non è stato ima- 
inato nel nostro secolo, in cui il 

Sentimentalismo dopo Rousseau 

'i è sviluppato anche troppo ». 

1. della mirabile salate - Salute 
Ila latina per saluto. È chia- 

ìfaata poi mirabile perché faceva 
n lui per forza propria, o vir- 
Jmsamente, com' è detto nella 
tne del precedente capitolo, me- 
avigliosi effetti. 

2. con viso vestito d'umiltà - Il 
•erbo vestire, e cosi il participio 

vestuto, è spesso ado- 



perato metaforicamente dagli an- 
tichi a significare l' idea dell'or- 
namento che le virtù danno 
all'anima. Cosi Dante stesso dirà 
più avanti (cap. xxvi) di Bea- 
trice benignamente ci ' umiltà 
vestuta ; e il Petrarca disse di 
Laura, nel sonetto Senmiccio, 
io vo' che sappi ecc., Or vestirsi 
oiì estate, or leggiadria. 

3. E quando ella fosse alquanto 
propinqua al salutare - Comincia 
il secondo periodo e anche il 
secondo momento di questa 'mi- 
rabile salute. Il Casini dice bene: 
« Si osservi che, quanto agli 
effetti, il salutare di Beatrice è 
considerato in tre momenti di- 
stinti : la speranza del saluto, 
che induce nell'animo di Dante 
il sentimento della pace e della 
carità (1.° periodo) ; la vicinanza 
del saluto, che lo commuove 
tanto da impedirgli quasi la fa- 
coltà della vista (3." e 3.° periodo); 
e l'atto del saluto, che ha tanta 
efficacia da togliergli il dominio 
del corpo (4.° periodo) ». 

4. uno spirito d'Amore - Spirito 
equivale in questo luogo a seri- 



36 



LA VITA NUOVA 



altri spiriti sensitivi 5 , pingea fuori i deboletti spiriti del 
viso B , e dicea loro : « Andate ad onorare la donna vostra » ; 
ed egli si rimanea nel luogo loro. E chi avesse voluto 
conoscere Amore, fare lo potea mirando lo tremore degli 
miei occhi 7 . E quando questa gentilissima salute 8 salu- 
tava, non che Amore fosse tal mezzo °, che potesse obuni- 
brare a me la intollerabile beatitudine, ma egli quasi per 



timento. Cosi anche il Foscolo 
(Sep., v. 10-12): « Né più nel cor 
mi parlerà lo spirto Delle ver- 
gini Muse e dell' amore, Unico 
spirto a mia vita raminga ». 

5. distruggendo tutti gli altri 
spiriti sensitivi - Ricorda quel 
del capitolo xiv (son. vii) di questa 
stessa Vita Muova : « Amor, 
quando si presso a voi mi trova, 
Prende baldanza e tanta sicurtate, 
Che fiere tra' miei spiriti paurosi 
E nuale ancide e qual pinge di 
i'uora, Si eh' ei solo rimane a 
veder vui » Carducci. 

6. deboletti spiriti del viso - Le 
facoltà visive. Tutto ciò per dire 
che anima, senso, vista, tutto 
era in lei ; e il suo modo di 
guardarla mostrava 1' ineffabile 
amore di dentro. Carducci. 

7. mirando lo tremore degli miei 
occhi - È uso assai frequente di 
Dante nella Divina Commedia, 
e fu degli antichi e anche dei 
latini, d' adoperare il nome a- 
stratto formato dall' aggettivo 
che dovrebbe accompagnarsi col 
nome (soggetto, od oggetto, o 
altro) e d esprimer questo in 
forma di complemento di speci- 
ficazione o anche addirittura fa- 
cendone un aggettivo. Alcuni 
cscinpi dimostreranno bene la 
ÒQSa. Qui appunto Durando lo 

I n'inori 1 degli miei occhi corri- 
sponde ;il modo ordinario mi- 
rando i miei occhi tremanti. 
Cosi i versi fO-4@ del e. xxi del 
Purgatorio : « Cosa non è che 



sanza Ordine senta la religione 
della montagna » si direbbero in 
costruzione regolare Non e' 
cosa che la montagna religiosa 
senta senz'ordine. Similmente 
cima di i/iiidicio è giudicio alto, 
di Dio. Nel canto xvn del Para- 
diso si leggono i versi 34-35 : 
Ma per chiare parole e con pre- 
ciso Latin rispose quell'amor 
paterno ecc., dove quell' amor 
paterno equivale del tutto a dire 
quel padre amoroso. Ancora, 
nel canto xi del Purgatorio 
(112-113), Dante disse che a Mon- 
taperti fu distrutta la rabbia 
fiorentina intendendo che vi fu- 
rono distrutti gli arrabbiati 
Fiorentini. 

8. questa gentilissima salute 
Beatrice è chiamata sedute. Per- 
ché V Una persona può essere 
chiamata sedute, quando ha po- 
tenza di salvare. Ciò si disse di 
Cristo, di Maria. (Anche nelle 
litanie fu chiamata salus iufir- 
morum). Quando Dante scrisse 
questa prosa aveva già di Bea- 
trice il concetto che espresse 
nella Divina Commedia : la sua 
donna era già la fede religiosa ; 
era già quella a cui nel Para- 
diso avrebbe poi rivolto queste 
parole: « donna in cui la mia | 
speranza vige E che soffristi per 
la mia salute In Inferno lasciar | 
le tue vestige, ecc. ». 

9. non che Amore fosse tei mezzo 
ecc. - Avendo detto poco prima ! 
che Amore pingea fuori i debo- 
letti spiriti del viso e eh' egli 



PARTE PRIMA 



37 



soverchio di dolcezza divenia tale, che lo mio corpo, lo 
quale era tutto sotto il suo reggimento, molte volte si 
movea come cosa grave inanimata. Si che appare mani- 
festamente che nella sua salute abitava la mia beatitu- 
dine, la quale molte volte passava e redundava 1(l la mia 
capacitade. 



| rimanea nel luogo loro, si 
otrebbe pensare che Dante dun- 
ue non vedesse nulla. Tutt'altro. 
ggi si direbbe: «Amore, essendo 
a l'anima mia e Beatrice, non 
on solo non mi offuscava punto 
(.beatitudine eccessiva del veder 
i ; ma egli ecc. ». 

10. redundava - Equivale a dire : 
Soverchiava la mia capaci- 
de ; cioè era più di quel che 



io fossi abile a oapire in me, a 
sostenere » Carducci. 

Un poeta moderno, Giambat- 
tista Niccolini, ebbe a mente 
questo paragrafo della 'Vita 
Nuova, e ne imitò alcun con- 
cetto nella sua tragedia Gio- 
vanni da Procida (Atto i). La 
scena è forse fuor di luogo, ma 
è molto bella. Carducci. 



XII. 



Ora, tornando al proposito, dico che, poi che la mi 
beatitudine mi fu negata, mi giunse tanto dolore, ch< 
partitomi dalle genti, in solinga parte andai a bagnar 
la terra d' amarissime lagrime ; e poi che alquanto m 
fu sollenato questo lagrimare 1 , misimi nella mia camera 
là ove potea lamentarmi senza essere udito. E quiv 
chiamando misericordia" alla donna della cortesia 3 , < 
dicendo « Amore, aiuta il tuo fedele », m' addormenta 



1. e poi che alquanto mi fu 
sollenato questo lagrimare - Le 
edizioni anteriori a quelle del 
Casini e del Barbi hanno tutte, 
invece di sollenato, sollevato, 
che si spiegherebbe levato su. 
tolto ria. Ma per la concordia 
de' più antichi manoscritti è da 
accettare la lezione sollenato, 
che significa mitigato, fatto air- 
quanto lene, e di cui sono, nella 
lingua del dugento, esempi in 
rima e in prosa. Incontreremo 
di nuovo questo vocabolo al 
capitolo xxxi.x. 

z. chiamando misericordia - E- 
quivale a implorando miseri- 
cordia, e viene dal latino cla- 
mare, che significa (/ridare. In 
questo senso nel linguaggio co- 
mune si usa chiamare aiuto. 
Nel sonetto in (cap. vm) disse 
già il poeta: « Amor sente a 
pietà donne chiamare Mostrando 
amaro duol per gli ocelli i'uore » 
Cabducgi. 

3. alla donna della cortesia - 

Certamente significa a Maria. 

L' espressione donna della cor- 
tesia non può aver valore di 






donna cortese; né si* può, coni 
han creduto tutti, riferire a Bea 
trice. Non può significar donni 
cortese, perché, se mai Dant 
avesse voluto dir questo, avrebb 
dovuto adoperare il modo solit 
donna di cortesia (la preposi 
zione articolata non s' usa ma 
in tali casi) ; e l' espressione 
anche nel senso giusto dato da 
Giuliani di signora, ree/ina dell 
cortesia, non è da pensare eh 
sia stata riferita a Beatrice. Sa 
rebbe stato opportuno e beli 
che in tal momento Dante avess 
chiamato Beatrice donna cortes 
regina della cortesia"! Avend 
narrato or ora il fatto del negat 
saluto, il dir lei cortese o, pe£ 
gio, regina della cortesia sì 
rebbe parsa un' ironia tropp 
amara, la (piale non possiam 
credere che tal amatore sentisi: 
mai contro la sua donna. Dant< 
secondo che pare a me, ha v( 
luto dir questo, che in tant 
passione, quanta fu quella eh 
egli sofferse allora, piangend 
pregò misericordia da Colei ci 
considerava e credeva la clomit 



PABTE PRIMA 



39 



some un pargoletto battuto lagrimando 4 . Avvenne quasi 
lei mezzo del mio dormire che mi parea vedere nella 
ittia camera lungo me sedere un giovane vestito di 
Manchissime vestimenta 5 , e, pensando molto quanto alla 
asta sua, mi riguardava là dov' io giacea ; e quando 
n' avea guardato alquanto, pareami che sospirando mi 
ìhiamasse ; e diceami queste parole : Fili mi, tempus est 
vt praetermittantur simulacro, nostra. Allora mi parea 
ih' io il conoscessi, però che mi chiamava cosi come 
i/ssai fiate nelli miei sonni m' avea già chiamato. E 
iguardandolo, parvemi che piangesse pietosamente, e 
)area che attendesse da me alcuna parola ; ond' io, assi- 
nrandomi, cominciai a parlare cosi con esso : « Signore 
Leila nobiltade 6 , e perché piangi tu ?» E quelli mi dicea 



M)è appunto la signora, di 
gni grazia, la beata vergine 
laria, della quale egli fu assai 
.evoto. Ella, secondo il sentimen- 
b cristiano cattolico, a chiunque 
a prega con fede dona larga- 
lente. Di Lei scrisse poi il poeta 
ì.el xxxiii del Paradiso, facendo 
iregare San Bernardo : 

La tua benignità non pur soccorre 
a chi dimanda, ma molte fiate 
liberamente al dimandar precorre. 

I Non è questo il sommo della 
ortesia? Del resto cortesia è 
àlvolta propriamente sinonimo 
i misericordia, come s' intende 
al seguente passo del Paradiso 
E. vii, v. 91 e segg.) : 

) che Dio, solo per sua cortesia 
imesso avesse, o che V uom per sé isso 
■vesse soddisfatto a sua follia. 

Neil' ultimo periodo dell' ul- 
imo capitolo della Vita Nuova, 
! >ante invoca la misericordia di 
)io, al fine di poter un giorno 
edere la gloria di Beatrice, con 
meste parole : « E poi piaccia 

Colui eh' è sire della cortesia 
he la mia anima se n' possa 
ire a vedere la gloria della mia 
onna ecc. ». 



4. come un pargoletto battuto 
lagrimando - Vuol dire che egli 
si addormentò, pur essendo in 
tanta passione, a quel modo che 
s' addormenta un bambino men- 
tre piange angosciosamente per 
le battiture ricevute. 

5. un giovane vestito , di Man- 
chissime vestimenta - È Amore, 
quello stesso Amore eh' era ap- 
parso dianzi restilo leggeramente 
e di vili drappi. Ma amore, 
secondo Dante, è nobile se è 
purissimo (il che è significato 
nel candore delle vesti) e se 
guardando la bellezza corporea 
e spirituale della donna si leva 
a Dio creatore ; è vile, se, guar- 
dando cupidamente la bellezza 
del corpo, tende solo alla dilet- 
tazione carnale. Questo amore 
per ciò gli appare vestito legge- 
ramente e di vili drappi, come 
ha detto il gran simbolista. 

6. Signore della nobiltade 

L' amore alto, nobile, impone 
all' anima umana solamente a- 
zioni belle e veramente nobili ; 
perciò tal amore può ben es- 
sere chiamato signore della 
nobiltà. 



40 IvA VITA NUOVA 

queste parole: Ego tamquam centrimi circuii ", cui simù 
modo se habent circumferentiae partes ; tu auteni non su 
Allora pensando alle sue parole, mi parea che ni' avess 
parlato molto oscuramente, si eh' io mi sforzava di pa] 
lare, e diceagli queste parole : « Che è ciò, signore, eh 
mi parli con tanta oscuritade ?» E quegli mi dicea il 
parole volgari : « Non domandare più che utile ti sia x 
E però cominciai con lui a ragionare della salute 1 
quale mi fu negata, e domandailo della cagione ; ondi 
in questa guisa da lui mi fu risposto : « Quella nostri 
Beatrice udio da certe persone, di te ragionando, che 1; 
donna la quale io ti nominai nel cammino de' sospir 
ricevea da te alcuna noia 8 ; e però questa gentilissima 
la quale è contraria di tutte le noie, non degnò salutar» 
la tua persona, temendo non-' fosse noiosa. Onde coi 
ciò sia cosa che veracemente sia conosciuto per le 
alquanto lo tuo segreto per lunga consuetudine, vogliij 
che tu dica certe parole per rima, nelle quali tu coni] 
prenda la forza eh' io tegno sopra te per lei, e come ti 
fosti suo tostamente dalla tua puerizia. E di ciò chiami 



7. Ego tanni nani centrimi cir- tamente aveva fatto Dante coi 

culi ecc. - Tradotto alla lettera quella femmina) è fuori del punti 

vuol dire: Io sono come il rei?- giusto riguardo all'amore, chi 

tro del circolo, rispettivamente non è più fermo, si errante (\>e 

(il (inule ciascuna parte della rer/riuo), non più nobile, si vili 

circonferenza è nel medesimo e leggero. 

rapporto (di distanza) che tutte 8. ricevea da te alcuna noia 

le altre. Amore nobilissimo Equivale a dire : riceveva da ti 

Chiama sé centro del circolo alcun danno alla propria l'ama 

per similitudine, perché il cen- Noia italiano e provenzale de 

tro è unico punto egualissima- riva dal latino noxia, che signi 

mente distante da tutte le parti fica nocumento, danno : e per<j 

della circonferenza. Nel circolo in antico tiene del senso di i/o 

non e che quel punto materna- lore, sventura. Più tardi, a poc«< 

tico in cosi perfetta relazione a poco modificandosi, passò 

con La figura circolare: solo che significare quel senso vago d 

si vada d'un minimo spazio fuori molestia che proviamo talvolta] 

di li, non e più lui. Tal è l'amore CARDUCCI. 

alto: solo che si si-osti alquanto 9. temendo non ecc. - Nelli 

ila i| nel ch'è il vero, unico, asso- sintassi antica dopo temere. ( 

luto, è jjià tutt' altra cosa che altri verbi di simile significato! 

nobile amore Quando 1' uomo è -l' avverbio non, se la cosa noi 

cede a' suoi istinti (siccome cer- si vorrebbe che fosse. 



PARTE PRIMA 



41 



j testimonio colui che lo sa, e come tu prieghi lui che 

j gliele 10 dica : ed io, che sono quello, volontieri le ne 

j ragionerò ; e per questo sentirà ella la tua volontà, la 

j quale sentendo, conoscerà le parole degli ingannati. 

i Queste parole fa che siano quasi un mezzo, si che tu 

| non parli a lei immediatamente, che non è degno ; e 

j non le mandare in parte senza me, dove potessero essere 

intese da lei, ma falle adornare di soave armonia 11 , 

nella quale io sarò tutte le volte che farà mestiere ». 

E, dette queste parole, disparve, e lo mio sonno fu rotto. 

Onde io, ricordandomi, trovai che questa visione m' era 

apparita nella nona ora del di ; e, anzi che io uscissi di 

questa camera, proposi di fare una ballata, nella quale 

io seguitassi 12 ciò che '1 mio signore m' avea imposto, e 

feci questa ballata 13 : 



10. gliele - Questa forma negli 
antichi nostri rappresenta l'og- 
getto indeterminato, tanto ma- 
schile quanto femminile, singo- 
lare e plurale. Cosi il Boccaccio 
{Decani., vin, 1) : i denari che 
V altr' ieri mi prestasti non 
m ' ebber luogo ; e perciò io gli 
recai qui di presente alla tua 
donna, e si gliele diedi. Car- 
ducci. 

11. falle adornare di soave ar- 
monia - Dante pensò (e tinge che 
ciò gli fosse suggerito da Amore) 
di comporre una ballata e di 
farla mettere in musica, affinché 
fosse cantata, e cosi fosse fatta 
meglio conoscere a Beatrice ; la 
quale nelle parole e nelle note 
d'una melodia passionata avrebbe 
sentita la potenza dell'affezione 
di lui. Ognun sa, e Dante sapeva 
benissimo, che la melodia, ap- 
propriata dal genio musicale alle 



parole amorose, centuplica la 
forza del sentimento ; e però, 
assai meglio che le ph'i belle 
parole, arcanamente, ma pur 
sicuramente, la fa entrare nel- 
1' anima di chi l'ascolta *. 

12. seguitassi - Significa facessi 
seguitamente, eseguissi. 

13. questa ballata - L'argomento 
di questa ballata è svolto nella 
prosa che la precede. 11 poeta 
la manda affinché sia essa gen- 
tile messaggera di conciliazione 
tra lui e Beatrice. Carducci. 

Non capisco da vero come il 
Casini abbia potuto scrivere di 
questa ballata che è forse la più 
brutta delle poesie della Vita 
Nuova ; poiché a me pare, senza 
dubbio nessuno, assai bella, 
quantunque, come disse il Car- 
ducci, rigirata con molta reto- 
rica. Dice il Casini che la lingua 



* Il Boccaccio nella novella della Lisa {Dee., x, 7) narra di costei che indusse 
Minuccio, finissimo cantatore e sonatore ad armonizzare e poi cantare parole alla 
'presenza del re Pietro a fargli intendere che per lui sospirava un' incognita 
amante. Scrisse le parole Mico da Siena. Dante assai probabilmente, perché fosse 
armonizzata e cantata la sua ballata, si rivolse all'amico Casella. 



42 



LA VITA NUOVA 



Ballata, io vo' che tu ritrovi Amore, 
e con lui vadi a madonna davante, 
si che la scusa 14 mia, la qual tu cante, 
ragioni poi con lei lo mio signore. 

Tu vai, ballata, si cortesemente, 
che senza compagnia 
dovresti avere in tutte parti ardire ; 
ma, se tu vuoli andar sicuramente, 
ritrova l'Amor pria, 
che forse non è buon senza lui gire ; 
però che quella che ti de' audire, 
se, coni' io credo, è vèr di me adirata, 
e tu di lui non fossi accompagnata, 
leggeramente 1 r > ti l'aria disnore. 

Con dolce sono, quando se' con lui, 
comincia este parole, 
appresso che averai chiesta pietate 10 : 
« Madonna, quegli che mi manda a vui, 
quando vi piaccia, vole, 
sed egli 17 ha scusa, che la m'intendiate. 



io 



15 



20 



vi e qua e là ricercata, e a me 
pare elegante; dice che vi sono 
arcaismi, ed io non ci vedo che 
vocaboli belli del tempo ; dice 
che manca quella lucida perspi- 
cuità che, anche nelle cose gio- 
vanili dell'Allighieri, è osserva- 
bile; ed io vedo tutto chiaris- 
simo, anzi pili perspicuo che in 
altre rime giovanili dello Stesso 
Dante. Ma anche i più dotti e 
saggi possono talora veder male 
e mal giudicare: di che pren- 
diamo conforto. 

14. la scusa - Questo vocabolo 
significava in antico ciò clic di- 
strugge o toglie del tulio V llC- 
Cllsa. 

I"). leggeramente - Equivale ad 
agevolmente. In sostanza 1' au- 
tofe vuoi diri' che Beatrice 
avrebbe modo troppo agevole di 
non far onore alla ballata se 
non sentisse la nota .affettuosa : 
clic l'ila non I" ascolterebbe, e 
cerio non si lascerebbe da essa 
punto commuovere. Ma il Car- 



ducci credette che qui leggera- 
mente potesse esser stato usato 
nel senso di proba b il incuto. Poco 
più avanti, nel capitolo xm ab- 
biamo di nuovo lo stesso av- 
verbio e con tutta evidenza nel 
senso da noi indicato. 

16. appresso che averai chiesta 
piotate - Qui è la coscienza che 
parla, e fa dire in certo modo 
al giovine amatore mea culpa. 
Nelle ultime due stanze mostrerà 
ancora di sperare alquanto nel 
perdono della sua donna. Tutto 
questo potrebbe aver luogo 
(filando si fosse trattato vera- 
mente di una finzione"? Ma di 
ciò avremo a discorrere nella 
esposizione del capitolo se- 
guente. 

17. sed egli - Gli antichi ama- 
vano di evitare il iato, màssi- 
mamente quando i monosillabi 
se, clic, e anche o, erano seguiti 
da parola incominciante per la 
vocale stessa. Cosi Dante (////'., 
i, 6(5). « qual che tu sii od ombra 
od uomo certo ». Si osservino in 



PARTE PRIMA 



43 



Amore è qui, che per vostra beliate 18 
lo face, come voi, vista cangiare : 
dunque, perché li fece altra guardare, 
pensatel voi, da eh' e' non mutò '1 core ». 

Dille : « Madonna, lo suo core è stato 
con si fermata fede 19 , 

che 'n voi servir lo pronta 20 ogni pensiero: 
tosto fu vostro, e mai non s'è smagato 21 ». 
Sed ella non ti crede, 
di' che domandi Amor, sed egli è vero : 
ed alla fine falle umil preghiero 22 , 
lo perdonare se le fosse a noia, 
che mi comandi per messo eh' io moia ; 
e vedrassi ubbidir ben servidore 23 . 

E di' a colui eh' è d' ogni pietà chiave 24 , 
avanti che sdonnei' 25 , 
che le saprà contar mia ragion buona : 



30 



35 



questa medesima ballata i versi 
•29 e 30. Quella consonante d, 
che si chiama eufonica, fu da 
essi talora preposta, come ve- 
diamo in dove, in desso e in 
altri vocaboli. 

18. per vostra beltate ecc. - Vuol 
dire che solo per la bellezza di 
Beatrice Amore faceva a lui tras- 
mutare 1' aspetto ; onde viene 
la conseguenza che solo per lei 
egli aveva verace affetto e che, 
se aveva posto V occhio aopra 
un' altra, aveva fatto ciò non 
per vero amore ma per un breve 
sollazzo giovanile. 11 cuore ri- 
mase quel di prima. 

19. con si fermata fede - Signi- 
fica : U suo cuore è stato cosi 
costantemente fedele, che ecc. 

20. lo pronta - Equivale a lo 
sforza. Anche nel Purgatorio 
(xni, 23) disse il poeta : S'altra 
cagione in contrario non pronta 
ecc. 

21. non s'è smagato - Smagare 
è arcaismo frequente nei rima- 
tori del dugento, che si trova 
più volte anche nella Divina 
Commedia, con senso d' inde- 
bolire. Spesso è usato, come qui, 
riflessivamente. 



22. preghiero - Certi nomi al 
tempo di Dante oscillavano an- 
cora tra il maschile e il femmi- 
nile : preghiero e preghiera, 
dimoro e dimora, dimando e 
dimanda. Carducci. 

23. e vedrassi ubbidir ben ser- 
vidore - Il senso in sostanza è 
che, se Beatrice gli manderà a 
dire che muoia, egli, che è ser- 
vidore, cioè che 1' ama da vero, 
ubbidirà bene, morirà. Servidore 
per amatore si legge anche più 
avanti alla fine della prosa del 
capitolo xxxiii (Divisione). 

24. eh' è d' ogni pietà chiave - 
Ai tempi di Dante questa chiave 
metaforica a indicare la potestà, 
soprattutto d' aprire il cuore (e 
già lo vedemmo esponendo il 
sonetto del capitolo vii, n. 11) 
è frequentissima. 

25. avanti che sdonnei - Signi- 
fica : prima che tu ti parta 
dalla donna. Sdonnei non si 
deve già riferire a. colui eh' è 
d' ogni pietà chiave, ma si alla 
ballata, alla quale fu imposto 
di andare a madonna dava idi. 
Sdonneare è il contrario di don- 
neare (in provenzale dornnejar) 
che signitica conversare con 



44 LA VITA NUOVA 

« Per grazia della mia nota soave 

ri man tu qui con lei, 

e del tuo servo ciò che vuoi ragiona ; 40 

e s' ella per tuo prego gli perdona, 

fa che gli annunzi un bel sembiante pace ?G ». 

Gentil ballata mia, quando ti piace, 

movi in quel punto 27 che tu n' aggi onore. 

Questa ballata in tre parti si divide : nella prima 
dico a lei dov' ella vada, e contortola però che vada più 
sicura, e dico nella cui compagnia si inetta, se vuole 
sicuramente andare, e senza pericolo alcuno ; nella se- 
conda dico quello che a lei s' appartiene *di fare intendere; 
nella terza la licenzio del gire quando vuole, raccoman- 
dando lo suo movimento nelle braccia della fortuna. La 
seconda parte comincia quivi : Con dolce sono ; la terza 
quivi : Gentil ballata. Potrebbe già l' uomo opporre contra 
me e dire che non sapesse a cui fosse lo mio parlare 
in seconda persona, però che la ballata non è altro che 
queste parole che io parlo ; e però dico che questo dubbio 
io lo intendo solvere e dichiarare 28 in questo libello 
ancora in parte più dubbiosa ; e allora intenda qui chi 
pili dubita, o chi qui volesse opporre in questo modo. 



downa, dimorare o intrattenersi che tu sia bene accolta. Il gio- 

i-iii/ essa. Dante (Paracl., xxvn, vine amatore augura alla sua 

88) : La incute innamorata che ballata che il momento del suo 

donnea Con la mìa donna seni- partire verso la donna sia for- 

pre. Sdonneare non vale mia- tunato. Egli, come dice nella 

inorarci, come definisce il Voca- divisione, raccomanda lo suo 

bolario, e coinè dice il Biscioni. mori mento nelle braccia della 

Carducci. fortuna, ond' ella possa ricevere 

2(i. fa che gli annunzi un bel onore dalla donna. 

sembiante pace - L' innamorato 28. questo dubbio io lo intendo 

poeta voleva rivedere la sua solvere e dichiarare - Dante farà 

donna sorridente e salutante. questo che qui dice nel capitolo 

Oliando 1' avesse incontrata non xx\ , ove dimostrerà che si tratta 

pili cogli occhi torvi, ma sereni di personificazioni, le quali, se 

e lieti, ciò sarebbe stato per lui furono tanto usate dai poeti 

senno di pace. antichi latini e greci possono 

2/. in quel punto ecc. - Vuol essere ben consentite anche ai 

dire: Muovi in buon punto, cosi moderni. 



XIII. 



Appresso di questa soprascritta visione, avendo già 
dette le parole 1 eh' Amore m' avea imposto di dire, mi 
eominciaro 2 molti e diversi pensamenti a combattere ed 
a tentare, ciascuno quasi indifensibilemente 3 ; tra' quali 
pensamenti quattro m' ingombravano 4 più il riposo della 
vita. L' uno dei quali era questo : buona è la signoria 
d'Amore, però che trae lo intendimento del suo fedele 
da tutte le vili cose. L' altro era questo : non buona è 
la signoria d' Amore, però che quanto lo suo fedele pili 
fede gli porta, tanto più gravi e dolorosi punti gli con- 
viene passare. L'altro era questo: lo nome d'Amore è si 
dolce a udire, che impossibile mi pare che la sua propria 
operazione sia nelle più cose altro che dolce, con ciò 
sia cosa che 5 i nomi seguitino le nominate cpse, si com' è 
scritto : Nomina sunt consequentia rerum. Lo quarto era 
questo : la donna per cui Amore ti stringe cosi, non è 
come l' altre donne, che leggeramente si mova del suo 
icore 6 . E ciascuno mi combattea tanto, che mi Iacea stare 
quasi come colui che non sa per qual via pigli il suo 
cammino, e che vuole andare e non sa onde si vada. 



1. avendo già dette le parole - 4. m' ingombravano - Equivale 
Vuol dire avendo già composta a in' impedivano. 

la ballata. 5. con ciò sia cosa che - Dal- 

2. mi eominciaro ecc. - La par- 1' espressione latina cum hoc sit 
ticella mi deve unirsi coi verbi causa quod, equivale ad essendo 
combattere e tentare, dei quali che. Si vegga la n. 15 del capi- 
oggetto. . tolo III. 

3. indifensibilemente - Questo 6. che leggeramente si mova del 
avverbio è usato dal solo Dante ; suo core - Significa che agevol- 

significa senza difesa. Car- mente (come dianzi vedemmo) 

ducci. si rimuova dal suo pensiero. 



46 LA VITA NUOVA 

E se io pensava di volere cercare una comune via di 
costoro, cioè là dove tutti si accordassero, questa via era 
molto inimica verso me, cioè di chiamare e di mettermi 
nelle braccia della pietà. Ed in questo stato dimorando, 
mi giunse volontà di scrivere parole rimate; e dissine 
allora questo sonetto 7 : 

[Sonetto VI.] 

Tutti li miei pensi er parlan d'amore, 
e hanno in lor si gran varietale, 
ch'altro mi fa voler sua potestate, 
altro folle ragiona il suo valore, 

altro sperando m'apporta dolzore, 
altro pianger mi fa spesse fiate ; 
e sol s' accordano in chieder pietate, 
tremando di paura eh' è nel core. 

Ond' io non so da qual materia prenda ; 
e vorrei dire, e non so ch'io mi dica: 
cosi mi trovo in amorosa erranza. 

E se con tutti vo' fare accor danza, 
convenemi chiamar la mia nemica, 
madonna la pietà, che mi difenda. 



7. questo sonetto - Il senso del essere esaudito, e angosciosa- 
sonetto quale dovette apparire, mente domandarle pietà e per- 
prinia cne Dante scrivesse la dono, cosa ostica assai. — Questi, 
prosa antecedente, non poteva stando al sonetto, erano i punti 
essere che il seguente : — lo dai quali il rimatore avrebhe 
penso di volere starmi del tutto voluto prender uni/cria ; e si 
soggettò alla signoria d'Amore; capisce 'troppo bene che per il 
ina poi ripenso come l'essere suo intento di riacquistare ra- 
nella balia di lui sia cosa folle. more della donna nessuno di 
Se non che la speranza della questi poteva valere. Ma, se in 
caia pace e della felicità d' es- tale stato di amorosa dispera- 
sere riamato mi addolcisce il zione si volgeva dunque linal- 
cikiic Poi Ionia |)iù e più volte mente a pregare pietà, tutti sta-- 
il pensiero ch'ella mi saia crii- vano bene in accordo fra loro,! 
deh', e perciò piti e più volte ne in quanto appunto descrivevano! 
piango. Concludo che non mi la condizione dolorosa del cuore. 
resta a fare altro che gettarmi Intorno ai due versi ultimi ] 
a' suoi piedi, con paura di non dice ragionevolmente il Witte : 



PARTE PRIMA 



47 



Questo sonetto in quattro parti si divide : nella prima 
dico e suppongo, che tutti li miei pensieri sono d'Amore; 
nella seconda dico che sono diversi, e narro la loro 
diversitade ; nella terza dico in che tutti pare che s' accor- 
dino ; nella quarta dico che, volendo dire d'Amore, non 
so da qual parte pigli materia ; e se la voglio pigliare 
da tutti, conviene che io chiami la mia nemica, madonna 
la Pietà. Dico « madonna » quasi per isdegnoso modo 
di parlare. La seconda comincia quivi : E hanno in lor ; 
la terza : e sol s' accordan ; la quarta : Ond' io. 



« Non s' intende troppo bene 
perché 1' autore chiami sua ne- 
mica la pietà ». 

È certo che, secondo il rac- 
conto fatto da Dante nel capitolo 
antecedente, non si capisce per 
qual ragione, se egli veramente 
aveva finto di amare altra donna, 
dovesse aver bisogno d' invocare 
la pietà dinnanzi a Beatrice. 
Certamente è sempre' cosa spia- 
cevole e anche dura il dover 
dire ho errato. Ma, quando l'er- 
rore fosse stato solo apparente, 
anzi cosa voluta, al buon fine 
di celare ai profani l'oggetto 
dell 1 amor suo, perché Dante 
non avrebbe detta la verità a 
sua piena giustificazione ? Ecco : 
'si pensi anche qui che la prosa 
della Vita Nuova fu scritta 
assai più tardi che le rime e 
quando queste erano già notis- 
sime. Dante con molt' arte ha 
nella prosa attenuato, riguardo 
alla pietà, ciò che aveva cosi chia- 



ramente ed efficacemente detto 
nei versi 7." e 8.°, e poi anche 
nel 13.° e nel 14.° del sonetto. 
E per vero l' espressione chia- 
mare, e mettermi nelle braccia 
della pietà dice poco o jaiente ; 
e invece « ... sol s'accordano in 
chieder pietate Tremando di 
paura eh' è nel core » dice mol- 
tissimo. In somma la verità è 
questa, che Dante, avendo pec- 
cato con quella femmina, siccome 
nelle due ultime stanze della 
ballata, conscio del suo giova- 
nile errore, ha sinceramente sen- 
tito il bisogno di domandarne 
perdono alla donna, cosi anche 
nel presente sonetto ripete la 
cosa ; la quale troppo gli pesa 
di fare per ragione di giovanile 
e fors' anche nobilesco orgoglio. 
Lo dicono le parole madonna 
la pietà, modo ironico, o meglio, 
come dice Dante stesso nella di- 
visione, isdegnoso modo di par- 
lare. 



XIV. 



Appresso la battaglia de' diversi pensieri, avvenne 
che questa gentilissima venne in parte ove molte gen- 
tili donne erano raunate; alla qual parte io fui con- 
dotto per amica persona 1 , credendosi fare a me grande 
piacere in quanto mi menava là ove tante donne mo- 
stravano le loro bellezze 2 . Onde io, quasi non sappiendo 
a che fossi menato, e fidandomi della persona, la quale 
un suo amico 3 all' estremità della vita condotto avea, 
dissi a lui : « Perché siamo noi venuti a queste donne ? » 
Allora quegli mi disse : « Per far si eh' elle siano 
degnamente servite ». E il vero è che raunate quivi 
erano alla compagnia d' una gentile donna che disposata 
era il giorno ; e però, secondo 1' usanza della sopradetta 
cittade, convenia che le facessero compagnia nel primo 
sedere alla mensa che facea nella magione del suo 
novello sposo. Si che io, credendomi fare il piacere di 



1. io fui condotto per amica per- roseo, bianco o bruno del volto, 
sona - La preposizione per qui siccome han sempre fatto le 
fa 1' ufficio di da. Cosi nel Pur- donne in radunanze e feste. 
(/((torio [vii, 6]; « Furi' ossa mie 3. la quale un suo amico ecc. - 
per Ottavian sepolte » ; e il Boc- Significa la quale, par non sa- 
cucio nel Proehiio della gior- pernialo, avera condotto un suo 
nata vi del Dccainerone : « Av- amico, cioè Dante stesso, a 
venne che per la reina e per tale smarrimento che (/nasi fa 
tutti fu un gran rumore udito mortale. Ciò è detto in preven- 
che per le fanti e famigliari si zione di quello che dirà poi, cioè 
faceva in cucina » Carducci. dello svenimento che lo prese 

2. là ove tante donne mostravano sentendosi in presenza della sua 
le loro bellezze - Si deve inten- donna. Si ricordi il luogo del 
drr<> che tacevano vedere le loro xxx del Purgatorio : « E lo spi- 
bellezze per essere vestite in rito mio che già cotanto Tempo 
modo niu elegante del consueto, era stato che alla sua presenza 
in modo da far risaltare di più Non era di stupor tremando 
le curve del corpo, o il colorito affranto ecc. ». 



PARTE PRIMA 



49 



questo amico, proposi di stare al servizio delle donne 
nella sua compagnia. E nel fine del mio proponimento 
parvemi sentire un mirabile tremore incominciare nel 
mio petto, dalla sinistra parte e distendersi di subito 
per tutte le parti del mio corpo. Allora dico che poggiai 
la mia persona simulatamente 4 ad una pintura, la quale 
circondava questa magione 5 : e temendo non altri si 
fosse accorto del mio tremare, levai gli occhi ; e, mirando 
le donne, vidi tra loro la gentilissima Beatrice. Allora 
furono si distrutti 6 li miei spiriti per la forza che 
Amore prese veggendosi in tanta propinquitade alla 
gentilissima donna, che non ne rimasero in vita più 
che li spiriti del viso; ed ancora questi rimasero fuori 
de' loro strumenti 7 , però che Amore volea stare nel loro 
nobilissimo luogo per vedere la mirabile donna. E 
avvegna che io fossi altro che prima, molto mi dolea 
di questi spiritelli, che* si lamentavano forte, e diceano : 



4. simulatamente - Questo av- 
verbio pare oscuro, sebbene il 
significato grammaticale sia 
chiaro. Non si comprende bene 
perché appoggi egli simulata- 
mente la sua persona. Forse 
vuol dire « appoggiai la mia per- 
dona per dissimulare il mio 

smarrimento » ; ma il modo onde 
è posto non lo fa tanto chiaro. 
Carducci. Forse anche vuol dire 
« appoggiai la mia persona si- 
mulando stanchezza o altra 
qualsiasi cagione di ciò fare ». 

5. ad una pintura, la quale cir- 
condava questa magione - S' ha da 
intendere che la pittura girava 
tutt' intorno, o, se vogliam dire, 
copriva tutt' intorno le quattro 
pareti della stanza, o sala. Ma- 
gione è vocabolo generico, e si- 
gnifica luogo ove si permane, 
ove si abita. 

6. Allora furono si distrutti 
ecc. - Questo e il seguente 



periodo sono quasi ripetizione e 
amplificazione di quello che è 
detto nel capitolo xi : « E quando 
ella fosse alquanto propinqua 
al salutare ecc. ». Vuol dire in 
somma che in presenza della 
donna amata lo prese tale uno 
smarrimento, che ne perde tutti 
i sentimenti, fuori che il senso 
della vista, ma anche questo 
non gli rimase se non per ve- 
der lei ; anzi il suo sguardo 
altro non facea che dimostra- 
zione d'amore; del resto non 
vedea pili. lume. Tutto ciò è 
rappresentato con questa perso- 
nificazione e prosopopea degli 
spiriti, cioè de'sentimenti e delle 
facoltà sensitive. Carducci. 
Quanto poi a distrutti, non s' in- 
tenda assolutamente, ma in si- 
gnificato di sconfitti. 

7. de' loro strumenti - Cioè 
de' loro organi. 



La Tito, Nuova 



50 LA VITA NUOVA 

« Se questi non ci sfolgorasse 8 cosi fuori del nostro 
luogo, noi potremmo stare a vedere la maraviglia di 
questa donna, cosi come stanno gli altri nostri pari 9 
Io dico che molte di queste donne, accorgendosi della 
mia trasfigurazione, si coniinciaro a maravigliare; € 
ragionando si gabbavano di me 10 con questa gentilis 
sima : onde, di ciò accorgendosi 1' amico mio di buona 
fede, mi prese per la mano, e traendomi fuori della 
veduta di queste donne, si mi domandò che io avesse. 
Allora io riposato alquanto, e resurressiti 11 li morti 
spiriti miei, e li discacciati rivenuti alle loro posses 
sioni, dissi a questo mio amico queste parole: « Io 
tenni li piedi in quella parte della vita, di là dalla quale 
non si può ire più per intendimento di ritornare 12 ». E 
partitomi da lui, mi ritornai nella camera delle lagrime 
nella quale, piangendo e vergognandomi, fra me stesso 
dicea: « Se questa donna sapesse la mia condizione, io 
non credo che cosi gabbasse la mia persona, anzi credo 
che molta pietà ne le verrebbe ». Ed in questo pianto 
stando cosi, proposi di dire parole, nelle quali, parlando 
a lei, significassi la cagione del mio trasfìguramento, é 



8. non ci sfolgorasse - Jl Car- passato rimoto resitr ressi, che 

nuoci spiegò: « Non ci cacciasse si usò frequentemente, massime 

via furiosamente come folgore. con la terminazione ino, dicendo 

Nel qual senso il verbo sfolgo- Pasqua di resurresso. 
rare è usato dal solo Dante ». 12. Io tenni li piedi in quella 

Dice il Torri: « Che sfolgorare parte della vita, di là dalla quale 

importi < | il i discaccia re, cacciar non si può ire più per intendimenti 

di fuore, si deduce sicuramente di ritornare - Ciò significa: Io) 

da quanto viene soggiunto, cioè sono stato in quella parte della 

che ' questi spirili discaccia/i vita, di là dalla quale (partej 

rivennero alleloro possessioni». che è l'estrema) non si può an^ 

!). gli altri nostri pari - Non dare con intendimento di ritor 
gli altri spiriti sensitivi di Dante, nare ; perché a quel punto suc- 
cile erano stati distrutti; magli cede la morte. Brevemente (come 
spirili visivi delle altre persone dice il Giuliani) ei volle dirai 
presenti. che fu li li per morire, a termine 

10. si gabbavano di ine - Equi- di vita. Ma con quanta gravità 
vale a dire si facevano beffe e profondità è detto ! Di. quandi 
di me. o mi burlavano. in quando anche nella Vita 

11. resurressiti - Lo stesso che Nuova esce fuori la gran tigural 
ritorti] ed è da una l'orma di di Dante. Cahijucci. 



PARTE PRIMA 



51 



dicessi che io so bene eh' ella non è saputa 13 , e che, se 
fosse saputa, io credo che pietà ne giungerebbe altrui: 
e proposi di dirle, desiderando che venissero per avven- 
tura nella sua audienzia 14 . Ed allora dissi questo sonetto 15 : 

[Sonetto VII.] 

Con l'altre donne mia vista gabbate 16 , 
e non pensate, donna, onde si mova 
eh' io vi rassembri si figura nova, 
quando riguardo la vostra beliate. 

Se lo saveste, non poria pietate 

tener più contra me l'usata prova 17 ; 

che amor, quando si presso a voi mi trova, 

prende baldanza e tanta securtate 18 , 

che fere 19 tra' miei spiriti paurosi, 

e quale ancide, e qual pinge di fora, 
si che solo rimane a veder vui. 



13. io so bene ch'ella non è sa- 
puta - Vuol dire : lo so bene che 
tale cagione è ignorata. 

14. venissero per avventura nella 
sua audienzia - Cioè cercjcmdo che 
s'abbattessero ad essere udite 
da lei. 

15. dissi questo sonetto - Il Car- 
ducci nella lezione del 17 de- 
cembre 1870, arrivato a questo 
punto, prima di leggere il so- 
netto disse : « È piano, special- 
mente nella prima quartina ; ma 

, poi a poco a poco assurge, e 
nelle terzine diviene fantastico : 
negli ultimi versi poi è bellis- 
simo ». 

16. mia vista gabbate - Cioè vi 
gabbate di quello sbigottii <n ento 
che appare nella mia persona 
dinnanzi a voi ; vi fate beffe 
della mia cera smorta e di 
sbalordito. 

17. l'usata prova - Qui prora, 
dal provarsi in arme de' cava- 



lieri, vale resistenza, come in 
quel dell'Inferno (vm,122): « Non 
sbigottir, ch'io vincerò la prova, 
Qual che alla difension dentro 
s'aggiri »; e (xxvn, 43): « La 
terra che fé' già la lunga prova ». 
Cosi pure il Boccaccio nel De- 
ca m., (ix, 9): « Il mulo passò 
avanti, si che il mulattiere vinse 
la prova » Carducci. 

18. prende baldanza e tanta se- 
curtate - Abbiamo qui una en- 
diadi, non infrequente in Dante 
e negli antichi. Baldanza signi- 
iica il senti 'mento della propria 
superiorità ; onde baldanzoso 
o I/aldo è colui che, sicuro della 
vittoria, già par che ne goda. 
Onde qui a tutto rigore si sa- 
rebbe detto prende baldanza 
tanto sicura ; ma sarebbe stato 
pedantesco. 

19. fere - Si scrive anche fiere: 
equivale a percuote; ed è dal- 
l'antico fiere re, o fiedere (ferire). 



52 



LA VITA NUOVA 



Ond" io mi cangio in figura d' altrui, 

ma non si, eh' io non senta bene allora 
li guar degli scacciati tormentosi 2I . 



Questo sonetto non divido in parti, però che la divi- 
sione non si fa, se non per aprire la sentenzia della 
cosa divisa: onde, con ciò sia cosa che per la sua ra- 
gionata cagione assai sia manifesto, non ha mestiere di 
divisione. Vero è che tra le parole, dove si manifesta 
la cagione di questo sonetto, si scrivono dubbiose 
parole; ciò è quando dico che Amore uccide tutti li 
miei spiriti, e li visivi rimangono in vita, salvo che 
fuori degli strumenti loro. E questo dubbio è impossi- 
bile a solvere a chi non fosse in simile grado fedele 
d'Amore; ed a coloro che vi sono è manifesto ciò che) 
solverebbe le dubitose parole: e però non è bene a me 
di dichiarare cotale dubitazione, acciò che 22 lo miq 
parlare dichiarando 23 sarebbe indarno, o vero di 
soperchio. 



20. li giuri - Cioè gridi ili dolo re. 

21. degli scacciati tormentosi - 

\j aggettivo tormentosi, se si 
vuol intendere, dev'essere rife- 
rito non a (inni, ma a discac- 
ciali. Bisogna perciò spiegare : 
li unni, cioè ì /amenti de' miei 

spiriti risiri, che. per essere 

discacciati e non poter rette re 

Beatrice, soffrivano tormento. 
Tormentoso in senso passivo. 
cioè che soffre tormento, tu usato. 
ad esempio, dal Petrarca nella 
canzone Se 7 pensici' che mi 
strilline, ove, alla stanza 5. a si 
legge : Onde 7 cor lasso ri ed e 
l'ut tormentoso fianco A partir 
teca i lor pensier nascosti. Il 



Montemagno : Afflitto, lasso < 
tormentoso core. L' Alamann 
(Girone, vnr, 7) : S'accordò l'ai 
tro. e quel le sue dogliose ('nr> 
i/ìi naria tormentoso"in alto. 
22. acciocché - ComeTpiù volt» 
nella Vita Xnora. e piti spessi 
nel Coltrilo, acciò clic ha valori 
di per ciò che. 

, 23. Io mio parlare dichiarando 
È ima forma della sintassi pò 
polare che [equivale a dire i 
dichiarare il mio parlare; > 
questo è poi soggetto di sarchi) 
indarno. Troveremo'altre formi 
similmente irregolari di propo 
sizioni soggettive. 



XV. 



Appresso la nuora trasfigurazione mi giunse un 
pensamento forte *, il quale poco si partia da me ; anzi 
continuamente mi riprendea 2 , ed era di cotale ragiona- 
mento meco: « Poi che tu pervieni a cosi discherne- 
vole vista quando tu se' presso di questa donna, perché 
pur cerchi di vedere lei? Ecco che se tu fossi domandato 
da lei che avresti da rispondere ?, ponendo che 3 tu avessi 
libera ciascuna tua virtude, in quanto tu le rispon- 
dessi ». Ed a costui rispondea un altro, umile, pensiero 4 ; 
e dicea: « Se io non perdessi le mie virtudi e fossi 
libero tanto eh' io potessi rispondere, io le direi che, 
.si tosto com' io imagino la sua mirabile bellezza, si 
tosto mi giugne un disiderio di vederla, il quale è di 
tanta virtude, che uccide e distrugge nella mia memoria 
ciò che contra lui si potesse levare; e però non mi 
ritraggono le passate passioni 5 da cercare la veduta 
di costei ». Onde io, mosso da cotali pensamenti, pro- 



li . un pensamento forte - Vuol 
dire un pensiero che lo signo- 
reggia e al quale egli non sa 
sottrarsi. Umile invece, cioè 
modesto e come sottomesso a 
un potere superiore è il pensiero 
che risponde. 

2. mi riprendea - Equivale a 
dire mi ripigliava, cioè s' impa- 
droniva nuovamente di me. 
, 3. ponendo che ecc. - Cioè 
ammettendo che tu avessi libera 
ogni potenza in tanto grado 
quanto ti basterebbe perché 



tu le potessi rispondere. Car- 
ducci. 

4. un altro, umile, pensiero - 
L' aggettivo tintile è stato da 
noi posto fra due virgole a in- 
dicare che deve necessariamente 
aver valore di proposizione rela- 
tiva: un altro pensiero, il quale 
era umile. 

5. le passate passioni - Qui j>as- 
sioni, come altrove, è usato nella 
signitìcazione di patimenti, do- 
lori: nel qual senso ancora si 
dice « La passione di Cristo ». 



54 



LA VITA NUOVA 



posi di dire certe parole, nelle quali, scusandomi a lei 
di cotale riprensione 15 , ponessi anche quello che mi 
addiviene presso di lei ; e dissi questo sonetto : 



[Sonetto Vili.] 

Ciò che m'incontra 7 nella mente 8 more 
quando vegno a veder voi, bella gioia: 
e, quand* io vi son presso , sento Amore 
che dice: « Fuggi se '1 perir t' è noia ». 

Lo viso mostra lo color del core, 

che, tramortendo, ovunque può s'appoia 10 ; 

e per la ebrietà del gran tremore 

le pietre 11 par che gridin: « Moia, moia ». 

Peccato face chi allor mi vide 12 , 
se T alma sbigottita non contorta, 
sol dimostrando che di me gii doglia 



(i. scasandomi a lei di cotale ri- 
prensione - Vuole (e lo fa coi 
due primi versi del sonetto) scu- 
sarsi dinnanzi a Beatrice d' es- 
sere, come abbiam detto, signo- 
reggiato continuamente da un 
pensiero contrario al riveder lei, 
col dire che questo pensiero 
muore subito nella memoria ap- 
pena che egli s' è mosso per 
vederla. Por ciò quel riprensione 
non ha affatto qui senso di rim- 
provero, ma è I' astratto del 
verbo riprendere quale lo ab- 
liiaiii vislo adoperato da Dante 
nel principio di questo capitolo. 

7. Ciò elie in' incontra - Vuol dire 
il /ici/s iero clic mi rieii sempre 

mi (issali re opponendosi al desi- 
derio 'li rivedere In min donna. 
X. nella niente - Significa, come 
spessissimo nel poema di Dante, 

nella memoria. 
!(. e, quand' i" vi BOA presso ecc. 

- Uni comincia la seconda parte 
dei sonetto, incni l* autore pone 

rio elie i/li in/ili riene presso ili 
lei. come ha detto nella line 
della prosa precedente e come 
poi conferma nella divisione. 



10. ovunque ptiò s' appoia - 11 
viso, scolorandosi, dà indizio di 
svenimento e perciò del bisogno 
d' appoggiarsi (il riso, o, per 
sineddoche, la persona) a qual- 
cuno o a qualche cosa. 

11. e per la ebrietà del gran 
tremore le pietre ecc. - Vuol dire, 
per quella esaltazione, per quel 
parossismo che prende tutto 
l'essere di lui. tremante a libra 
a fibra, gli pare che le stesse 
pietre, pur essendo insensibili, 
gridino contro lui morte. Sono 
questi due versi ben osservabili, 
e tutto il sonetto, quando sia 
capito, è ben tutt' altro che 
brullo. 

12. Peccato face chi allor ini 
vide - Non Beatrice, come in-: 
tende il Fraticelli, ma persona 
indeterminata. 11 verbo vide poi 
si osservi che è presente, come 
s'usò spesso dai nostri antichi 
conforme al latino videi. Anche 
vidi, imperativo presente, per 
vedi fu usato nel dugento e nel 
trecento; onde, ad esempio, per 
il Nannucci i versi del vdel- 
V fn ferno: « Elena vidi, per cui 



PARTE PRIMA 55 

per la pietà 13 (che '1 vostro gabbo ancide) 
la qual si cria nella vista morta 
degli occhi, e' hanno di lor morte voglia 14 . 

Questo sonetto si divide in due parti: nella prima 
idico la cagione per che non mi tengo di gire presso 
a questa donna; nella seconda dico quello che mi 
diviene per andare presso di lei; e comincia questa 
parte quivi : JB quand' io vi son presso. Anche, si divide 
questa seconda parte in cinque, secondo cinque diverse 
narrazioni; che nella prima dico quello che Amore 
consigliato dalla ragione , mi dice quando le son presso ; 
nella seconda manifesto lo stato del cuore per esemplo 
del viso; nella terza dico si come ogni sicurtà mi 
viene meno; nella quarta dico che pecca quegli che 
non mostra pietà di me, acciò che 15 mi sarebbe alcuno 
conforto ; nell' ultima dico perché altri dovrebbe avere 
pietà, e ciò è per la pietosa vista, che negli occhi mi 
giunge; la qual vista pietosa è distrutta, cioè non 
pare altrui, per lo gabbare di questa donna, la qual 
jferae a sua simile operazione coloro che forse vedreb- 
bero questa pietà. La seconda parte comincia quivi: Lo 
viso mostra; la terza quivi: e per la ebrietà; la quarta: 
Peccato face; la quinta: per la pietà. 



tanto reo Tempo si volse e vidi 14. e' hanno di lor morte voglia 

il grande Achille ecc. » signifi- - Vuol dire che sentono d'essere 

cano vedi Elena ecc. e vedi il. come vicini a chiudersi per 

grande Addile. sempre. Aver voglia di morire 

13. per la pietà, - Si spieghi : si dice ancora nel dialetto bolo- 

« mosso da quel naturale senti- gnese a significare il sentirsi 

mento di pietà che nasce per vicino alla morte, 

effetto della mia sembianza da 15. acciò che - Eguale a perciò 

morto » ; ma quella è subito che, come s' è visto già in altro 

distrutta, uccisa, dalla vostra punto, 
derisione. 



XVI. 



Appresso ciò, che io dissi questo sonetto, mi mosse 
una volontà di dire anche parole, nelle quali io dicessi 
quattro cose, ancora sopra il mio stato 1 , le quali non 
mi parea che fossero manifestate ancora per me 2 . La 
prima delle quali si è che molte volte io mi dolea, 
quando la mia memoria movesse la fantasia ad imaginare 
quale Amor mi facea ; la seconda si è che Amore spesse 
volte di subito m' assalia si forte, che in me non rimanea 



1. ancora sopra il mio stato - 
Equivale a dire trattenendomi 
a (lese ri re re tutta ria il mio 
stato. 

2. le quali non mi parea che 
fossero manifestate ancora per me 
- il Casini dice che « non s' in- 
tende la ragione della dichiara- 
zione che apre questo capitolo ». 
Secondo me bisogna osservare 
che il poeta si è prefisso (e lo 
dice nelle prime righe del capi- 
tolo seguente) di narrare in tre 
capitoli e in tre sonetti, neces- 
sari del resto per il suo disegno 
delle rime che vedemmo nelle 
notizie preliminari, tutto il suo 
presente stato. E però nel 1.°, 
Bonetto vii. dimostra come, tro- 
vandosi a caso, e senza averlo 
prima saputo, in presenza di 
Beatrice, si sentisse ([nasi mo- 
rire; nel -.". sonetto \ in. come, 
pensando Ira se medesimo la 
gran bellezza di lei, gli venisse 
desiderio di vederla, ma poi, 
vedendola, ancora sentisse di 
quasi inoiirc; nel '.].". capitolò 
presente e sonetto i.\. come, 
pur ricordando i terribili effetti 



della presenza di Beatrice, si 
sentisse assalito e preso da Amo- 
re e da desiderio di rivederla, 
credendo che tal vista potesse 
guarirlo, e dimenticando quello 
che gli era avvenuto nella vici- 
nanza d' essa. Ed ecco che il 
riveder lei finiva di distruggere 
quel poco di vita che gli rima- 
neva. Le cose indicate nel pre- 
sente capitolo sono quattro : l. a 
il ricordo amaro dei terribili 
effetti della vista di Beatrice ; 
2. a 1' essere assalito da Amore e 
dal desiderio di rivedere la don- 
na ; 3. a il decidere con isforzo 
d' andare alla presenza d' essa ; 
4. a il rimanere finalmente scon r 
fitto. Ma queste quattro cose 
unite e collegate cosi non erano 
ancora state manifestate dal- 
l' autore. 

Forse il sonetto, con tutto il 
capitolo, sarebbe stato soppresso 
da Dante, se il diségno delle 
rime non l'avesse obbligato in- 
vece ad accoglierlo ; ma infine 
non disdice e non è del tutto 
inutile. 



PARTE PRIMA 57 

altro di vita se non un pensiero che parlava di questa 
donna ; la terza si è che, quando questa battaglia d'Amore 
mi pugnava cosi, io mi movea, quasi discolorito tutto, 
per vedere questa donna, credendo mi difendesse la sua 
veduta da questa battaglia, dimenticando quello che a 
propinquare a tanta gentilezza m' addivenia ; la quarta 
si è come cotal veduta non solamente non mi difendea, 
ma finalmente disconfiggea la mia poca vita ; e però 
dissi questo sonetto : 

[Sonetto IX.] 

Spesse fiate vegnonmi alla mente 

1' oscure qualità 3 eh' Amor mi dona 4 ; 

e vienmene pietà si che sovente 

io dico : « lasso ! avvien egli a persona 5 ? » ; 

eh' Amor m' assale subitanamente 
si che la vita quasi m' abbandona : 
campami un spirto vivo solamente, 
e quei riman, perché di voi ragiona. 

Poscia mi sforzo, che mi voglio aitare ; 
e cosi smorto, e d' ogni valor vóto, 
vegno a vedervi, credendo guarire : 

e se io levo gli occhi per guardare, 
nel cor mi si comincia uno tremoto 6 , 
che da' polsi 7 fa l'anima partire. 



3. 1' oscure qualità ecc. - Dice 5. avvieu egli a persona ? - Sot- 
bene il Witte che sono il tremore tintendi ciò che avviene a me. 
del cuore, la pallidezza del viso, Qual è che si trovi mai in un 
il venir meno degli spiriti sen- cosi compassionevole stato ? Car- 
sitivi, e generalmente la seller- nuoci. 

nevole vista. Qualità è usato 6. uno tremoto - Qui vale quanto 

qui per condizione, siccome al tremore, tremito. 

capitolo xxxv, sonetto xix « la 7. da' polsi - Significa in so- 

qualità della mia vita oscura ». stanza dal sangue, nel quale si 

4. mi dona - Ecco il verbo do- credeva che 1' anima avesse la 
nare usato al modo del francese sua sede ; di che veggasi Pur- 
donner. Carducci. gatorio, v, 74. 



58 LA VITA NUOVA 

Questo sonetto si divide in quattro parti, secondo 
che quattro cose sono in esso narrate : e però che son 
di sopra ragionate, non m' intrametto 8 se non di distin- 
guere le parti per li loro coniinciamenti ; onde dico che 
la seconda parte comincia quivi : eh' Amor ; la terza 
quivi : Poscia mi sforzo ; la quarta quivi : e se io levo. 



8. non m'intrometto- Equivale, canzone Dottile che accie inlel- 

oome spiega il Praticelli, a non letto d'amore, scrisse non mi| 

m'impaccio, non mi do pen- travaglio di piti incisioni, che 

siero. Altre volte usò la stessa chiarisce il senso di questo non 

espressione; ma, chiosando la tu' intra inetto. 



XVII. 



Poi che dissi questi tre sonetti, ne' quali parlai a 
questa donna, però che furo narratori di tutto quasi lo 
mio stato 1 , credendomi tacere e non dire più, però che 
mi parea di me avere assai manifestato, avvegna che 
sempre poi tacessi di dire a lei 2 , a me convenne ripi- 
gliare materia nuova e più nobile che la passata. E però 
che la cagione della nova materia è dilettevole a udire, 
la dicerò quanto potrò pili brevemente. 



1. furo narratori di tutto quasi 2. tacessi di dire a lei - Cioè 

lo mio stato - Vuol dire che fecero mi astenessi nelle rime anche 

noto quasi totalmente lo stato fatte per lei di rivolgere a lei 

di lui. direttamente il discorso. 



PARTE SECONDA 



XYIII. 



Con ciò sia cosa che per la vista mia x molte persone 
avessero compreso lo segreto del mio cuore, certe donne 
le quali raunate s' erano, dilettandosi - V una nella com- 
pagnia dell' altra, sapeano bene lo mio cuore 3 , però che 
ciascuna di loro era stata a molte mie sconfitte. Ed io, 
passando appresso di loro, siccome dalla fortuna menato 4 , 
fui chiamato da una di queste gentili donne ; e quella 
Iphe m' avea chiamato era di molto gentile parlare e 
leggiadro 5 . Si che, quando io fui giunto dinnanzi da 
loro 6 e vidi bene che la mia gentilissima donna non 



1. per la vista mia - Vuol dire 
perché io era stato visto assai 
volte trasfigurarmi e venir me- 
no alla- presema di Beatrice. 

2. dilettandosi - È causale : 
perché si dilettavano, godevano. 

3. sapeano bene lo mio cuore - 
Conoscevano, vuol dire, il mio 
pensiero. 

I A questo punto il Carducci, 
nella lezione che fece il 12 gen- 
naio 1871, siccome trovo nelle 
mie note tachigraiiche, osservò: 
« Ecco un' altra di quelle scene 
che sono assai rare nella Vita 
Nuova. È una scena di vita 
civile, come quella già da lui 
descrittaci (cap. xiv) in cui fu 
sconfitto dalla vista di Beatrice. 
Ma veramente il poeta non ci 
descrive, e tanto meno colorisce, 
tali scene : non fa altro che de- 
linearle ». 

4. siccome dalla fortuna menato 
- Vuol dire che fu proprio per 
caso il suo passare di là ; fu 



come se la stessa fortuna lo 
avesse là menato. 

5. era di molto gentile parlare 
e leggiadro - Dice che quella 
gentildonna aveva il buon par- 
lare fiorentino, ma non del volgo, 
si quello assai più fine ed ele- 
gante dell' aristocrazia. 

6. dinnanzi da loro - La prepo- 
sizione dei usata dagli antichi 
nostri dopo gli avverbi dinnanzi, 
davanti, dentro, ha il semplice 
valore di a. Cosi Dante da Ma- 
iano : « Ma pur davanti dalla 
donna mia Non saccio proferir 
ciò che conviene » ; V Allighieri 
stesso nel Purgatorio (xxxi, 62) : 
« Ma dinnanzi dagli occhi de' 
pennuti Rete si spiega indarno 
o si saetta », e nell' Inferno 
(xi, 73) : « Perché non dentro 
dalla città roggia Son ei puniti 
se Dio li ha in ira? » Del resto 
anche in altri casi la preposi- 
zione da ha valore di a. Cosi 
Dante nel xxn dell' Inferno 



64 



LA VITA NUOVA 



era con esse, rassicurandomi, le salutai, e domandai che 
piacesse loro. Le donne erano molte, tra le quali n' avea! 
certe 7 che si rideano tra loro. Altre v' erano che mi 
guardavano aspettando che io dovessi dire. Altre v'erano 
simigliantemente che parlavano tra loro , delle quali! 
una, volgendo li suoi occhi verso me e chiamandomi 1 
per nome, disse queste parole : « A che fine ami tu 
questa tua donna, poi che tu non puoi sostenere la sua' 
presenza ? Dilloci 8 , che certo lo fine di cotale amore 
conviene che sia novissimo '•' ». E poi che m'ebbe dette 
queste parole, non solamente ella, ma tutte l' altre comini 
ciarono ad attendere in vista la mia risponsione 10 . Allori! 



(v. 146): « Quattro ne fé' volar 
dall' altra costa » ; nel xxiv 
(v. 7 u 2-73): « .... Maestro, fa che 
tu arrivi Dall' altro cinghio » ; 
e poco più sotto (v. 79): « Noi di- 
scendemmo il ponte dalla testa ». 
Anche il Pulci (Morg., i, 49) : « E' 
ter la via da que' giganti morti ». 

7. tra le quali n' avea certe - 
. I vere per essere si riso sempre 
nelle terze persone, e per lo più 
nel singolare. Il Boccaccio nel 
Decani, (ix, 3): « Con quanti sen- 
sali aveva in Firenze teneva 
mercato » Carducci. 

8. Dilloci - La particella pro- 
nominale ci è posposta a lo come 
in Boccaccio, Filoc: « lo scelle- 
rato ardore di Biblis lo ci ma- 
nifesta » Carducci. 

9. certo lo line di cotale amore 
conviene che sia novissimo - Que- 
ste donne evidentemente crede- 
vano clic Dante amasse Madonna 
Dice in quel modo che tutti gli 
uomini, e i giovani principal- 
mente, lian sempre l'alto, cioè 
pei- possedere e godere la donna 
amata. Ma si pensi che. (piando 
le parole riferite l'uron dette (ed 
hanno ben l'aria di essere state 
dette) la canzone Danne che 
avete intelletto d'amore non era 
stata ancora, non che scritta, 



I 



concepita. E per ciò colei chi 
disse quelle parole (donna ma 
ritata, siccome tutte le altre 
chiamate perciò madonne) coni 
siderava naturalmente come cosi 
strana, se non ridicola, il pen| 
siero che un uomo amasse tanti 
appassionatamente una donni 
senza poterlesi pur appressare 
senza poterne sostenere la <pr\ 
sema, perché dinnanzi a lei er 
colto da svenimento. Ciascun 
d' esse certamente aveva ris 
dentro di sé, pensando il bei 
piacere che potesse avere di un 
donna queir innamorato che ri 
manesse dinnanzi a lei disfatti 
E la punta di questo riso ironie 
ben si fece sentire nelle parol 
sopra riferite. 

10. tutte P altre cominciarono I 
attendere in vista la mia rispoii 
sione - E' espressione in ris/ 
significa per quel che si vedev\ 
a (/indicare dall' aspetto. È 
turale del resto che fosse ( 
tanta curiosità dovevano avei 
quelle donne di sentire, da i 
giovane che sapevano di molti 
simo ingegno, quale fosse il lii 
del suo passionato amore, n( 
potendo essere il solito di lui 
eli altri amatori. 



PARTE SECONDA 



65 



dissi loro queste parole : « Madonne, lo fine del mio 
amore fu già il saluto di questa donna, forse di cui voi 
intendete 11 ; ed in quello dimorava 12 la beatitudine che 
era fine di tutti li miei desideri. Ma poi che le piacque 
[di negarlo a me, lo mio signore Amore, la sua mercede 13 , 
ha posta tutta la mia beatitudine in quello, che non mi 
puote venir meno ». Allora queste donne cominciaro a 
parlare tra loro ; e si come talora vedemo cadere 1' acqua 
[mischiata di bella neve, cosi mi parea udire le loro 
parole uscire mischiate di sospiri. E poi che alquanto 
[ebbero parlato tra loro, anche mi disse, questa donna 
che m' avea prima parlato, queste parole : « Noi ti pre- 
ghiamo che tu ci dica ove sta questa tua beatitudine ». 
Ed io rispondendole dissi cotanto : « In quelle parole 14 
che lodano la donna mia ». Allora mi rispose questa 
che mi parlava : « Se tu ne dicessi vero, quelle parole 



11. forse di cui voi intendete - 

Annota il Witte : « L' autore non 
vuol concedere direttamente che 
queste donne abbiano compreso 
lo segreto del suo cuore ». È 
poi cosa degna d' essere osser- 
vata che piacque a Dante talora 
di allontanare l' avverbio forse 
dal verbo a cui dovesse riferirsi ; 
e ciò per ragion d' eleganza. 
Eccone alcuni esempi. Neil' In- 
ferno (rx, 14-15): « Per eh' io traea 
la parola tronca Forse a peggior 
sentenza eh' ei non tenne », dove 
Worse va riferito a non tenne ; 
h, 62-63) : « Colui che attende 
là per qui mi mena Forse cui 
[Guido vostro ebbe a disdegno » 
ove s' ha da congiungere con 
ebbe ; e nel Purgatorio (xin, 
10-12) : « Se qui per dimandar 
'gente s' aspetta, Ragionava il 
poeta, io temo forse Che troppo 
avrà d' indugio nostra eletta », 
ove 1' avverbio forse non modi- 
fica punto il verbo temo, si avrà 
che è nella proposizione se- 
guente. 

La Vita Nuova 



12. ed in quello dimorava ecc. - 
Invece di dimorava oggi si di- 
rebbe consisteva. 

13. la sua mercede - E costru- 
zione speciale della lingua ita- 
liana, di cui gli esempi sono 
moltissimi ; ed equivale per gra- 
fia sua. Cosi mercè di Dio, 
vostra mercè, e più altri simili 
modi. 

14. In quelle parole ecc. - È la 
risposta di Dante alle donne, le 
quali, non avendo compreso ciò 
eh' egli aveva detto oscuramente, 
cioè che aveva posto la sua bea- 
titudine in cosa che non gli 
poteva mancare, decidono d' in- 
terrogarlo ancora per sapere in 
che consistesse dunque la sua 
beatitudine. 

È poi da aggiungere che qui 
la locuzione quelle parole, come 
anche subito appresso nella ri- 
sposta della donna, significa 
sempre quelle rime. E quelle di 
cui intende la donna sono i tre 
ultimi sonetti, nei quali il poeta 



66 LA VITA NUOVA 

che tu n' hai dette notificando la tua condizione, avresti 
tu operate 15 con altro intendimento 1 ' 5 ». Ond' io pensando 
a queste parole, quasi vergognoso mi partii da loro ; 
e venia dicendo fra me medesimo : « Poi che è tanta 
beatitudine in quelle parole che lodano la mia donna, 
perché altro parlare è stato lo mio ?» E però proposi 
di prendere per materia del mio parlare sempre mai 
quello che fosse loda di questa gentilissima ; e pensando 
molto a ciò, pareami avere impresa troppo alta materia 
quanto a me, si che non ardìa di cominciare ; e cosi 
dimorai alquanti di con desiderio di dire e con paura 
di cominciare. 



(lisci issc 1' animo suo senza 16. con altro intendimento.- CUjjì 

limilo Lodare la sua donna. con altre cose che s' avessen 

15. avresti tn* operate - Qui da intendere, non con quelli 

Operate equivale a fatte, coni- ivi espresse. 
poste. 



XIX. 



Avvenne poi che 1 , passando per un cammino, lungo 
quale se n' già un rivo chiaro molto, a me giunse 
mta volontade di dire, che io cominciai a pensare il 
lodo eh' io tenessi ; e pensai che parlare di lei non si 
mvenfa che io facessi, se io non parlassi a donne in 
conda persona, e non ad ogni donna, ma solamente a 
)loro che sono gentili e che non sono pure 2 femmine. 
Uora dico che la mia lingua parlò 3 quasi come per se 
essa mossa, e disse: Donne che avete intelletto d'amore. 



Avvenne poi che ecc. - Il 
ito narrato in questo capitolo 
assai probabilmente dell'anno 
39 ; certo'non è posteriore, per- 
é il 31 decembre di queir anno 
)ri Folco Portinari, padre di 
idonna Bice, della cui morte 
à Dante .poco appresso. 
!. pure - È avverbio e, come 
assissimo in Dante e in altri 
l suo tempo, significa sola- 
vate. 

». la mia lingua parlò ecc. - In 
ella lietezza di tutta la natura, 
la campagna e del limpido 
o, il poeta, sentendo in sé il 
mo e come un' eco della grande 
nonia di tutto quanto intorno 
lé vedeva e udiva, spontanea- 
nte, e senza averci prima pen- 
o, disse un verso, che moltis- 
10 gli piacque : Donne che 
te intelletto d'amore: e que- 
lli} avendo riposto nella mente 
t grande.; letizia, incominciò 
■ appunto iòon* tal verso la sua 
la canzone che , fu principio 
le Nuove Rime. È questa una 



delle canzoni di cui Dante mo- 
strò più di compiacersi, come si 
intende specialmente dall' epi- 
sodio di Buonagiunta da Lucca 
nel canto xxiv del Purgatorio. 
Il Carducci trovò questa can- 
zone trascritta non intera in un 
libro memoriale del notaro Pie- 
tro Allegranza di Bologna, appar- 
tenente all' anno 1292. « La tra- 
scrizione del notaio bolognese 
non offre tali particolarità di 
lezione da esser poste a confronto 
cogli altri testi » : ma « certo 
piace di avere una prova che la 
Canzone di Dante fosse cosi 
presto e bene conosciuta in Bo- 
logna, di dove venne al poeta 
fiorentino 1' esempio di certi li- 
rici ardimenti : di quello, per 
esempio, della seconda stanza, 
ove Dio e tutto ]' empireo sono 
messi in movimento e in rap- 
presentanza quasi drammatica a 
maggiore onore della donna e 
dell' amor suo ; come prima il 
Guinizelli aveva fatto, quando 
della purità e della necessità 



68 



LA VITA NUOVA 



Queste parole io riposi nella mente con grande letizii 
pensando di prenderle per mio cornili eiamento : onci 
poi ritornato alla sopradetta cittade, e pensando alquan 
di, cominciai una canzone con questo cominciament 
ordinata nel modo che si vedrà di sotto nella sua division 

[Canzone I.] 

Donne che avete 4 intelletto d'amore, 
io vo' con voi della mia donna dire 5 ; 
non perch'io creda sua lauda finire 6 , 
ma ragionar per isfogar la mente". 
Io dico che, pensando il suo valore, 



dell'amore si appellava, nell'ul- 
tima stanza della celebre Can- 
zone Al cor gentil, con uno dei 
movimenti più lirici di tutta la 
poesia italiana, al giudizio di 
Dio dopo la morte » Carducci. 
V, Intorno ad alcune rime dei 
secoli Xlfl e XTV ritrovate nei 
memoriali dell' archivio nota- 
rile di Bologna in Opere di 
(', ii isti e Carducci, voi. xvm, 
pag. 131-135. 

Il poeta nella prima stanza, 
che è procinto, si rivolge alle 
donne gentili dicendo che vuol 
cantale della donna sua per 
Lsfogo della mente senza per al- 
tro credere di poterla lodare in 
modo compiuto. Poiché, pensando 
quanta è la virtù di lei, egli 
prova in sé dolcezza amorosa 
tanta, che, se non si sentisse 
inferiore a cosi alto concetto, 
celebrando quel miracolo divino 
eh' è Beatrice, farebbe innamo- 
rare ognuno. Ma, soggiunge, non 
voglio mettermi nel pericolo di 
apparile insufficiente, da poco, e 
di dovermi ritirare da impresa 
troppo alta per timore di non 
riuscirvi: mi contenterò di trat- 
tare della somma gentilezza di lei, 
comparativamente a lei in modo 

agevole, piano, e solo con voi. 
o donne e donzelle amorose. 



4. Donne che avete ecc. 
proposizione relativa che avt 
ecc. è determinativa, indica ci 
che il poeta si rivolge non 
tutte le donne, ma solo a que 
che hanno intelletto d'amore 
quelle che intendono 1' alto, 
nobile amore. Per questa ragio 
la virgola che tutti gli edito 
eccettuato il Barbi, hanno pò; 
dopo Doììiie è un vero erro 
che tradisce, svisandolo, il p< 
siero del poeta. Anche nella e 
zione delle Antiche Rime V 
gari secondo le lezioni delcod 
/■(dicami 3793 trovo omessa) 
virgola dopo Donne. 

5. dire - Ha quasi il valore 
cantare, o celebrare in r'nm 






6. sua landa finire - 11 ve 

finire qui piglia il significato 

csaii ri re col caìdo. 

7. ina ragionar per isfogar 
niente - Il verbo ragionare sig 
fica qui, coni' è dimostrato 
moltissimi esempi, semplicem 
te parlare. Dinnanzi ad e 
bisogna sottintendere il ve 
voglto o vo' del verso secon 
Quanto poi ali* espressione 
isfogar la mente, ne spieg 
senso benissimo il Casini 
queste parole: « per ist'oge 
della mente dominata dal p 
siero della donna ». 



PARTE SECONDA 



69 



Amor si dolce mi si fa sentire, 
che, s'io allora non perdessi ardire 8 , 
farei, parlando, innamorar la gente. 
E io non vo' parlar si altamente, 
che divenissi 9 per temenza vile ; 
ma tratterò del suo stato gentile 10 
a rispetto di lei 11 leggeramente, 
donne e donzelle amorose, con vui, 
che non è cosa da parlarne altrui. 



8. s'io allora non perdessi ardire 
Questo mi accadrebbe, vuol 

itendere il poeta, quando pre- 
amessi di dire cose troppo su- 
eriori alla umana intelligenza, 
fferma in sostanza eh' egli ha il 
ntimento di ciò ch'è Beatrice ; 
che, se potesse spiegare que- 
,o miracolo divino, farebbe in- 
amorare la gente. Ma, essendo 
t cosa troppo alta, quando gli 
enisse talento di cimentarsi alla 
legazione, dinnanzi a tanto' 
Iti e divini concetti perderebbe 
gni ardire. 

9. che divenissi - Essendo la pro- 
osizione reggente io non co 'par- 

ecc. col verbo al presente 

idicativo, secondo la sintassi 

iierna dovremmo aver qui eh e 

fvenga, non già che divenissi. 

a gli antichi nostri (come già 

issi altrove, annotando la can- 

me del trecento : Io miro i 

"espi e li biondi capelli al 

, 14.°) con molta esattezza di 

'gola e d' uso adoperavano l' im- 

jrfetto del soggiuntivo nella 

"oposizione subordinata, quan- 

j. si doveva dal lettore o dal- 

ascoltatore intendere che l' opi- 

lone di chi parlava fosse che 

ijò non sarebbe potuto accadere. 

osi Dante fece dire a Virgilio 

>/"., ix, 56-57): « Che se il 

gorgon si mostra e tu '1 vedes- 

ecc. » ; dov' è chiaro che è 

tto si mostra, perché Virgilio 

ede questo cosa certa, ed è 

.fletto tu 'l vedessi, perche Vir- 

lio ha ferma opinione che ciò 

)n potrà avvenire. Dante stesso 



nel Paradiso (xm, 101-102): 
« .... o se del mezzo cerchio far 
si puote Triangol si che un retto 
non avesse » ; ov' è detto non 
avesse perché la cosa è mate- 
maticamente impossibile. Ma noi 
oggi diremmo non abbia. Il Boc- 
caccio {Decani. , ir, 10) : « Io 
t' avrò sempre cara ; e sempre, 
ancora che io non volessi, sarai 
donna della casa mia ». Altri 
molti esempi in Dante e in altri 
antichi si trovano di quest' uso, 
il quale non vedo che sia stato 
notato nei commenti né altrove. 
Oggi si fatta legge di sintassi è 
osservata rarissimamente anche 
dai poeti, che pur sogliono te- 
nérsi ai costrutti antichi. E come 
possa giovare l'osservarla si vede 
da questo bellissimo esempio che 
è nella versione dell' Iliade di 
V. Monti (vi, 576-580), là dove 
Ettore cosi parla ad Andromaca : 
« Ma de' Troiani io temo Forte- 
mente lo spregio, e dell' altere 
Troiane donne, se guerrier co- 
dardo Mi tenessi in disparte, e 
della pugna Evitassi i cimenti ». 

10. tratterò del suo stato gentile 

- Trattare di un argomento si- 
gnifica spesse volte per Dante il 
dire poeticamente di esso. Nel 
principio del capitolo seguente 
questa canzone è chiamata col 
nome di trattato. 

11. a rispetto di lei - Significa 
lo stesso che comparativamente 
a lei, come già s' è detto nella 
dichiarazione generale di questo 
esordio. 



70 



LA. VITA NUOVA 



Angelo chiama 12 in divino intelletto 13 
e dice : « Sire, nel mondo si vede 
maraviglia nell'atto 14 , che procede 
d' un'anima che lin quassù risplende ». 
Lo cielo, che non nave altro difetto 
che d' aver lei, al suo Signor la chiede, 
e ciascun santo ne grida mercede. 
Sola pietà nostra parte difende ; 
che parla Iddio, che di madonna intende : 
« Diletti miei, or sofferite in pace 
che vostra speme 15 sia quanto mi piace 
là, ov' è alcun 1C che perder lei s' attende, 



Nei versi 15-28 Dante rapisce 
seco il lettore per farlo assistere 
a una scena in cielo. Figurata 
in un angelo, l' intelligenza an- 
gelica, la quale hen s'intende di 
perfezione spirituale, vede con 
grande stupore, tutta fisa com'è 
continuamente nell'intelletto di- 
vino, il miracolo creato e vivente 
di Beatrice, che di hellezza spi- 
rituale risplende fin lassù ; e 
grida questo altamente. Tutto il 
cielo allora, cioè spiriti umani 
beati e angeli, non desiderando 
altra perfezione alla loro beati.- 
t udi ne che la presenza di Bea- 
trice, chiudon le mani al loro 
Signore; ed ogni santo domanda 
a gran voce tal grazia. Ma la 
Pietà s' interpone a favore dei 
viventi in terra e di Dante in 
particola!- modo ; onde Iddio, che 
vede con amore la perfettissima 
bellezza di Beatrice, risponde ai 
supplicanti cosi: « Diletti miei, 
ora tollerate con pace che colei 
la (piale sperale vostra compagna 
di beatitudine rimanga quanto 
tempo ancora mi piace Laggiù, 
dov'è qualcuno che s'aspetta di 
perderla, qualcuno die un giorno 
dirà nell 1 Inferno alle anime mal- 
nate : lo vidi e conobbi colei 
eli' eia sperata e desiderata nel- 
I' alto cielo ». 

12. chiama - Altri Legge clama 
più latinamente per la forma 

dtdla parola; ma. poiché altrove 



nella stessa Vita Nuova abbia 
mo chiamare a pietà col sens 
appunto di grillare, esclamare 
non e' è ragione di accettare 1 
troppo latina scrittura della pt 
rola. 

13. in divino intelletto - È chiari 
per quel eh' è detto nella prece 
dente dichiarazione della stanzi 

14. maraviglia nell'atto - S' ir 
tende un miracolo il quale 
nell'atto, cioè effettivo. Nel lirj 
guaggio filosofico d' allora, 
anche d' oggi, 1' espressione * 
atto o u eìV atto è contrapposi 
all' altra in potenza. Ciò ch| 
prima era idea, se venga effe 
tuato in cosa reale, passa ad et 
sere in atto o, com' anche 
disse e si dice, attillile. Coi 
Dante stesso nel suo Puri/adiri 
(xxv, 83): «Memoria, intelligenz 
e voluntade In atto molto pi 
che prima acute ». Nella div 
sione del sonetto seguente Dani 
stesso ci dirà: «Nella prim 
(parte) dico di lui (cioè d'amori 
in quanto è in potenza; nell 
seconda dico di lui in quanto ( 
potenza si riduce' in atto ». 

15. vostra speme - Cioè Beali il 
da voi speiata. 

16. alcun ecc. - Questi non pu 
essere altri che Dante; il quaì 
allora doveva aver già concepii 
e divisata nella mente una si. 
descrizione poetica dell' Inferito 
ove certo sarchile stato un ep 
sodio nel quale, forse a spiegai) 



PARTE SECONDA 



71 



e che dirà nell' inferno a' malnati : 
Io vidi la speranza de' beati ». 

Madonna è desiata in 1' alto cielo : 
or vo' di sua virtù farvi sapere 17 . 
Dico: qual vuol gentil donna parere u 



la ragione dell' alto privilegio 
avuto da Dio di visitare il regno 
dei morti essendo ancora vivo, 
avrebbe detto ai dannati stessi: 
Io vidi (cioè perfettamente co- 
nobbi per grazia d' intuizione) 
colei che era sperata dai beati 
ih cielo a compimento della bea- 
titudine loro *. 

Arrivato alla fine della seconda 
stanza nella esposizione che ne 
fece il 17 di gennaio dell' anno 
1871, siccome trovo ne' miei ap- 
punti, il Carducci avverti (e lo 
riferisco nel modo eh' io lo scrissi 
allora) : « Questa stanza è la 
parte più bella della canzone : 
ffuivi è andato il poeta oltre i 
pontini del reale ; al quale tor- 
nando nelle stanze seguenti, non 
che ripetere concetti che non 
sono proprii di lui, ma che sono 
p,nche de' suoi contemporanei. 
(Ora la stanza terza è tutta una 
interpretazione del maraviglia 
fieli' atto della precedente ». 

Il senso di tutta la terza stanza 
è questo, che, essendo dunque 
(Beatrice tanto perfetta da esser 
desiata in l'alto cielo, dimostra 
tal perfezione qui tra noi con i 
seguenti effetti : 1.° che ogni 
donna acquista gentilezza an- 
dando in compagnia di lei ; 
£.° che, quando va per via, ogni 
jjuomo sente rispetto di cosi so- 
vrumana beltà, non riuscendo a 
formare neppur un pensiero sen- 
suale sopra lei ; 3.° che, qua- 
lunque anima d' uomo s' indugia 
\i contemplarla, on'è ingentilita, 
se del tutto è volgare e mal- 



vagia, si può affermare senza 
dubbio alcuno che morirà, cioè 
sarà dannata ; 4.° che se poi chi 
la contempla è veramente gen- 
tile, quegli prova tutta la gran, 
potenza di lei, che riceve salute 
e tanto di bontà da dimenticare 
ogni offesa ; 5.° ed ultimo effetto 
è che chi le ha parlato nonptiò 
finir male, cioè va sicuramente 
a godere dopo la sua morte la 
gloria eterna. 

17. Or vo' di sua virtù farvi 
sapere - Tutta questa canzone è 
stata assai lodata di gran bel- 
lezza, e anche di perfezione te- 
cnica : nondimeno ecco qui uno 
di quei passaggi da una ad altra 
parte del soggetto che dimostrano 
piuttosto l'artificio piccolo, pale- 
se, che l'arte grande la quale tutto 
fa, nulla si scopre. Dante si 
dimostrerà veramente sovrano e 
signore dell'arte di trattare l'ar- 
gomento lirico, quando comporrà 
le sue canzoni della maturità. 
Ancora dieci anni circa d' eser- 
cizio, e poi verranno fuori di lui 
canzoni perfettissime, siccome 
quella che incomincia Donna 
pietosa e di novella etade, la 
quale vedremo spiegando il ca- 
pitolo xxnr della Vita Nuova. 

18. qual vuol gentil donna pa- 
rere ecc. - Il conversare delle 
donne con Beatrice dà loro gen- 
tilezza. Di che si vedrà chiara 
testimonianza nel sonetto xn 
Voi che portate la sembianza 
umile ; ove il poeta, parlando a 
certe donne che gli vengono in- 
contro, dice che certamente sono 



* Si può vedere tutta la quistione da me trattata in Studi e Diporti Danteschi, 
3ologna, Zanichelli, 1902, pagg. 128-135. 



72 



LA VITA NUOVA 



vada con lei ; che quando va per via 10 , 
gitta nei cor villani Amore un gelo 20 
per che ogni lor pensiero agghiaccia e pére ' 
e guai soffrisse di starla a vedere- 2 
diverria nohil cosa, o si morria 83 : 
e quando trova alcun che degno sia 



state in compagnia di Beatrice; 
« perdio, soggiunge, io vi veggio 
andar senz'atto vile » e nella 
pi-osa esplicativa traduce imperò 
che tornano quasi ingentilite. 
Dunque l'espressione qual vuol 
ecc. significa qualunque di voi 
vuol apparire, mostrarsi (e in 
sostanza essere) veramente don- 
na gentile, vada cori lei. 

19. che quando va per via - 
Tutti gli editori, credo, della 
Vita Nuova pongono l'accento 
sopra il che, onde per necessità 
ci danno qui una proposizione 
causale che dovrebbe spiegare la 
ragione di quanto è detto prima. 
Prima è detto qual vuol gentil 
donna parere vada con lei. E 
Dante dunque soggiungerebbe, 
come ragione di ciò, che, o per- 
ché Amore gitta nei cuori vil- 
lani un gelo, cioè un sentimento 
di riverenza?... L'oscurità del 
senso mi pare grandissima. Se- 
condo me invece che è pronome 
relativo, e che quando va per 
ria è tutta una sola proposizione 
la (pitale quando va per vìa, di 
costruzione latina, equivalente a 
dire e. (piando ella ra per ria, 
Amore ecc. Siffatto costrutto è 
frequente negli antichi nostri ; 
ed e assai simile a questo del 
Boccaccio {Decani., li, 7. n ): «La 
quale poi che alquanto fu ripo- 
sata, volle il so Ida no sapere 
come t'osse clic viva t'osse ». Vedi 
cosa simile più avanti in questo 
medesimo capitolo alla n. 40. 

30. niltii nei cor villani Amore 
un gelo ecc. - Noi siamo costretti 
di pensare che, (piando Beatrice 
passava per le vie, coloro che la 
vedevano cosi divinamente bella. 
S6 avevano cuore villano (cioè 
privo d'ogni gentilezza) sentis- 



sero subito suscitarsi dentro l'ap- 
petito vivo del possesso e del 
godimento sensuale di tanto bella 
persona; e facessero inconscia- 
mente esclamazioni di ammira- 
zione e di desiderio. Non dob- 
biamo stupirci se ciò che accade 
ogni giorno adesso, quando una 
bellissima signora o signorina o 
fanciulla del popolo s incontra 
per via, accadeva anche al tempo 
di Dante. Se non che il poeta ci 
vuol dire qui che l'alta potenza 
dell'amore, nato di gentilezza, che 
emanava dagli occhi di lei attu- 
tiva e raffreddava nei cuori vol- 
gari ogni pensiero e appetito 
sensuale. Onde anche coloro che 
avevano maggior volgarità di 
sentimenti, in presenza di lei, 
provavano senso di rispetto e di 
riverenza. La qua! cosa Dante 
dovè certo considerare come assai 
nuova, e veramente meravigliosa. 

2 1 . agghiaccia e pere - Vale : si 
raffredda del tutto e perisce, 
muore. 

22. e qual soffrisse di starla a 
vedere - Vuol dire: e chiunque 
s'indugiasse alquanto, ferman- 
dosi per contemplarla ecc. Il 
verbo soffrire nel senso d' indu- 
giare ovvero indugiarsi, aspet- 
tare, o simile, è usato assai bene 
in versi e in prosa nel trecento. 
Cosi Dante (Pnrg., xxxi, 10) : 
« Poco sofferse; poi disse: Che 
pense? Rispondi a me ecc. »; e 
il Boccaccio (Decani., ix, 9): 
«Convenne loro soffiar di passare 
tanto clic ouelle (bestie) passate 
fossero ». Il sofferite della st. 2. a 
comprende ben in sé anche l' idea 
dell'aspettare. 

23. diverria nobil cosa, o si inorriaj 
-Quanto a diverria nobil cosa il 
senso è chiaro; ma quanto a sii 






PARTE SECONDA 



73 



di veder lei, quei prova sua virtute ; 
che gli avvien ciò che gli dona salute, 
e si 1' umilia 24 , che ogni offesa obblia. 
Ancor le ha Dio per maggior grazia dato 
che non può mal finir chi le ha parlato 25 . 



morria, non si può pensare che 
Dante abbia voluto dire che l' ef- 
fetto di tal contemplazione sa- 
rebbe per un uomo materiale 
quel che si suol dire un acci- 
dente a secco. Si comprende che 
un innamorato, e sensibilissimo, 
qual era il Cavalcanti, dica di 
sé per naturale iperbole E s' io 
la guardasse ne morria ; ma, 
se a guardare un poco Beatrice 
cadeva morto a terra un mate- 
rialone qualsiasi, ognun vede 
che Dante non avrebbe dovuto 
già chiamare Beatrice miracolo 
ai Dio, ma un nuovo e stranissimo 
flagellum Dei. Eppure par bene 
che i commentatori credano di 
queste cose ; perché passan sopra 
M si morria senza una parola di 
chiosa, come se il senso fosse 
chiaro da sé ; o, al più, citano il 
verso da me già riferito di Guido 
Cavalcanti. Io credo che Dante ha 
voluto dire : queir anima diven- 
terebbe qualche cosa di nobile, 
o, essendo del tutto avversa, re- 
frattaria d'ogni gentilezza e però 
resistendo al potere della pre- 
senza di Beatrice, la si potrebbe 
già dire anima tutta morta alla 
grazia, o, che si riduce poi al me- 
desimo, anima oscura e priva di 
ogni luce intellettuale e d'animo. 
Morte appunto ne' rimatori del 
dolce stil novo s' intendeva spes- 
so per oscurità, cupezza di vita 
riguardo alla intelligenza e ai 
sentimenti. 

24. e si V umilia - Il verbo umi- 
liare non ha qui il senso ordi- 
Éario di abbassare, avvilire ; 
ma significa cristianamente far 
buono. Umile in senso cristiano 
vuol dire appunto sottomesso del 
tutto alla volontà di Dio e per- 
ciò perfettamente buono. 



25. non può mal finir chi le ha 
parlato - Dante ama, non dirò i 
sensi ambigui, che anzi si può 
dire che ama il contrario ; ma 
in certi casi egli, aristocratico in 
sommo grado, desidera di essere 
inteso del tutto da pochi, da quei 
pochi che conoscono i segreti 
dell' arte sua e i suoi intimi sen- 
timenti*. Cosi qui per il volgo 
dei lettori vuol dire semplice- 
mente che chiunque ha parlato 
con Beatrice è salvo per tutta 
1' eternità. Ma è un senso questo 
che possa accogliersi senz' altro 
da chi pensa che Dante non disse 
mai cosa di troppo volgare esa- 
gerazione? Il lettore avveduto 
deve osservare che il verbo par- 
lare è usato talora dal nostro 
poeta in senso, dirò cosi, solen- 
ne, in modo da essere quasi 
equivalente a cantare, e anzi 
altamente cantare. Allora com- 
prenderà che qui Dante vuol 
intendere di sé, affermando che, 
per aver celebrato lei nelle sue 
rime, è già certo della finale gra- 
zia divina, tanto ella è cara a Dio. 

« E cosi, disse il Carducci 
nella sopra indicata lezione, in 
questa terza stanza Beatrice 
prende ufficio di mediatrice u- 
mana fra la terra e il cielo ». 

La stanza quarta è descrizione 
delle bellezze esteriori di Bea- 
trice. Il sentimento universale di 
quanti l' amano (personificato in 
Amore) dice che una creatura 
tanto bella e tanto .pura non 
può essere mortale. E pur sen- 
timento d' ognuno che 1' ama 
(cioè dunque d'Amore) che Dio 
intende per mezzo di lei di ope- 
rare alcuna mirabile cosa. Il 



* V. anche quel che è detto nella line della seguente divisione. 



74 



LA VITA NUOVA 



Dice di lei Amor : « Cosa mortale 

come esser può si adorna 26 e si pura? » 
Poi la riguarda, e fra se stesso giura 
che Dio ne intende di far cosa nova 27 . 
Color di perla 28 ha quasi in forma quale 20 
conviene a donna aver, non fuor misura : 
ella è quanto di hen può far natura 30 ; 
per esempio di lei beltà si prova. 
Degli occhi suoi, come eh' ella li mova, 
escono spirti d' amore infiammati, 
che feron gli occhi a qual che allor la guati, 
e passan si che '1 cor ciascun ritrova. 
Voi le vedete Amor pinto nel riso 31 , 
là u" non puote alcun mirarla fiso. 



colore del suo bel corpo è quel 
della perla, ma nella giusta mi- 
sura che conviene a bella donna. 
Ella è riguardo al corpo il capo- 
lavoro della natura, tanto che si 
può aver idea del più o del meno 
di una bellezza femminile, osser- 
vando quanto in questa o in 
quella parte s'assomigli a lei. 
Dagli occhi di Beatrice escono 
delle vere forze ardenti che col- 
piscono gli occhi di chi la guardi 
e passano per entro fino al cuore. 
Nella bocca ridente è dipinto 
Amore sfesso, talché non si può 
guardarvi fisamente. 

26. si adorna - L' aggettivo 
adorno spesse volte nella poesia 
italiana, anche antichissima, dice 
bellezza e avvenenza vera. 

27. giura che Dio ne intende di 
far cosa nova - All'ernia con tutta 
certezza che Dio vuol fare per 
mezzo di lei alcuna glande me- 
raviglia, lo credo appunto la 
\ ita nuova, cioè mirabile, di colui 
che prima la vide, che per lei 
usci della volgare schiera. 

88. color di perla - Anche la 
bella donna descritta Della can- 
zone Io miro i crespi e li l>i<>>t<li 
capelli e della formosa e grande 
quanto a lei s'avviene con un 
colore angelico di perla. Nel 
mio commento di quella canzone 
dico : È chiaro che, come a 



Dante e al Boccaccio, cosi piac- 
que sempre a molti la pelle mor- 
bida delle belle donne pallide, 
ma non pallide per essere mala- 
ticcie, non fuor misura. 

29. in forma quale - Credo col 
Barbi che in forma quale ecc. 
qui valga /'// guisa, in modo 
(tale) (/itale ecc. 

30. ella è quanto di ben può far 
natura - Beatrice è l' archetipo 
della bellezza. Anche il Petrarca, 
nei primi due versi di un suo 
sonetto, disse di Laura: Chi vuoi 
veder quantunque imo natura 
E 'l del tra noi, venga a mi- 
rar costei. Carducci. 

31. Voi le vedete Amor pinto 
nel riso - Noi teniamo che la 
lezione vera sia qui riso (I tocca 
ridente onde movea il saluto) e 
non viso, perché il poeta nella 
prosi esplicativa dice assai chia- 
ramente che pai-la della bocca. 
Carducci. 

Ed ora abbiamo la chiusa, o 
quinta stanza, che è, dice Dante 
stesso nella fine della prosa se- 
guente, come ancella alle altre: 
nella quale (soggiunge) dico 
(indio clic di (/aesfa mia cuu- 
eone desidero. E però che </nestii 
ultima /iurte è lieve a intendere, 
non mi travaglio di pi/A diri- 
sioni. Cosi faremo noi, conten- 
tandoci di alcune spiegazioni che 



PARTE SECONDA 



75 



Canzone, io so che tu girai parlando 32 

a donne assai, quand' io t' avrò avanzata 33 : 
or t'ammonisco 34 , perch'io t'ho allevata 
per figliuola d'Amor giovane e piana, 
che là, ove giugni tu dichi pregando: 
« Insegnatemi gir-; eh' io son mandata 
a quella di cui loda io sono ornata 35 ». 
E se non vuoli andar 36 , si come vana 
non ristare ove sia gente villana : 
ingegnati, se puoi, d' esser palese 
solo con donna e con uomo cortese, 
che ti mefranno 37 là per via tostana 38 . 
Tu troverai Amor con esso lei ; 
raccomandami a lui come tu dèi 39 . 

Questa canzone acciò che sia meglio intesa 40 . la 
dividerò più artificiosamente che le altre cose di sopra, 
e però prima ne fo tre parti. La prima parte è proemio 
delle seguenti parole ; la .seconda è lo intento trattato ; 



ci sembrano opportune ed utili, 
se non proprio necessarie. 

32. parlando - Equivale a cele- 
brando col canto la bellezza 
spirituale e corporea ali Bea- 
'tfrice. Si ricordi la n. 25, st. 3. a . 

33. t' avrò avanzata - Significa 
V avrò mandata avanti, fuori, 
via tra le persone. 

34. or t' ammonisco ecc. - Il 
costrutto è : Ora ti ammonisco, 
avendoti cresciuta siccome fi- 
gliuola d'Amore affatto novella 
(cioè nata da poco tempo) e 
piana (cioè agevole) che ecc. 

KJtri spiega piana in senso di 
modesta ; ma io non so vedere 
che rispondenza abbia questo 
vocabolo nel concetto alto e, di- 
rei anzi, superbo della canzone*. 
L' aggettivo piano usò pili volte 
Dante parlando di alcun suo com- 
ponimento, a indicare che non 



aveva altro senso che il letterale. 
E questa canzone appunto è pia- 
na, cioè non ha senso recondito. 

35. a quella di cui loda io sono 
ornata - Mi pare che si debba 
intendere a quella la cui lode 
è mio ornamento, è tutta la mia 
bellezza. 

36. e se non vuoli andar - Es- 
pressione negativa a significare 
e se vuoli ristare, se ami di 
trattenerti in alcun luogo. 

37. merranno - Forma sincopata 
per meneranno. 

38. tostana - Vale spedita. 

39. come tu dèi - Vuol dire : 
Lo devi fare, perché sei sua 
figliuola e sei stata allevata 
da me. 

40. Questa canzone acciò che sia 
meglio intesa - Credo che la vir- 
gola dopo canzone sia da sop- 
primere e intendere qui acciò 
che sia meglio intesa questa 
canzone ecc. 



* Nel primo periodo del capitolo seguente 1' autore stesso esprime sentimento 
che non pare convenirsi con l' idea della modestia riguardo alla presente canzone. 



76 LA VITA NUOVA 

la terza è quasi una serviziale n delle precedenti parole. 
La seconda comincia quivi : Angelo chiama ; la terza 
quivi : Canzone, io so che. La prima parte si divide in 
quattro : nella prima dico a cui dir voglio della mia 
donna, e perché io voglio dire ; nella seconda dico quale 
mi pare avere a me stesso quand' io penso lo suo valore, 
e come io direi s' io non perdessi 1' ardimento ; nella 
terza dico come credo dire, acciò eh' io non sia impedito 
da viltà' 2 ; nella quarta, ridicendo anche a cui ne in- 
tenda dire, dico la cagione per che dico a loro. La 
seconda comincia quivi : Io dico ; la terza quivi : E io 
non vo } parlar ; la quarta : Donne e donzelle. Poscia 
quando dico Angelo chiama, comincio a trattare di questa 
donna ; e dividesi questa parte in due. Nella prima dico 
che di lei si comprende in cielo; nella seconda che di 
lei si comprende in terra, quivi : Madonna è desiata. 
Questa seconda parte si divide in due: che nella prima 
dico di lei quanto dalla parte della nobilitade della sua 
anima, narrando alquanto delle sue virtudi effettive, 
che dalla sua anima procedeano : nella seconda dico di 
lei quanto dalla nobilita del suo corpo, narrando alquanto 
delle sue bellezze, quivi: Dice di lei Amor. Questa seconda 
parte si divide in due ; che nella prima dico d' alquante 
bellezze che sono secondo tutta la persona; nella seconda 
dico d'alquante bellezze che sono secondo determinata 
parte della persona, quivi : Degli occhi suoi. Questa se- 
conda parte si divide in due : che nell' una dico degli 
occhi, li quali sono principio d' Amore ; nella seconda 
dico della bocca, la quale è fine d' Amore. E acciò che 
quinci si levi ogni vizioso pensiero, ricordisi chi legge 



U. serviziale - Lo stesso die l'uomo fa talvolta di sé; è 

ancella, siccome dirà nella line bassa stima nel senso della ri- 

di questa prosa. litas latina. Un antico cronista 

la. acciò ch'io non sia impedito parlò della viltà dei (frani per 

da viltà - Oni viltà è il Umore dire il basso prezzo d'essi. Ma 

'//' non riuscire nell'impresa: si vegga la nota 25 del capi- 

c il giudicio non degno che tolo xxm. 



PARTE SECONDA 



77 



che di sopra è scritto che il saluto di questa donna, lo 
quale era delle operazioni della bocca sua, fu fine delli 
miei desideri, mentre che io lo potei ricevere. Poscia, 
quando dico : Canzone, io so che tu, aggiungo una stanza 
quasi come ancella alle altre, nella quale dico quello 
che di questa mia canzone desidero. E però che questa 
ultima parte è lieve a intendere, non mi travaglio di 
più divisioni. Dico bene, che a più aprire lo intendi- 
mento di questa canzone si converrebbe usare di più 
minute divisioni ; ma tuttavia chi non è di tanto ingegno, 
che per queste che sono fatte la possa intendere 43 , a 
me non dispiace se la mi lascia stare: che certo io temo 
d' avere a troppi comunicato lo suo intendimento 44 , pur 
per queste divisioni che fatte sono, s' egli avvenisse 45 
che molti lo potessero udire. 



43. che per queste che sono fatte 
la possa intendere - Vuol dire : 
Chi non è dì tanto ingegno da 

poterla intendere per queste ecc. 

44. intendimento - Anche qui è 
concetto, quel che s' intende 
dalle parole. 

45. s' egli avvenisse - Veggasi 
ciò eh' è fletto nella nota 9 di 
questo capitolo. 

Il successo di questa canzone 
' fu cosi grande, che qualcuno, 
forse Dante stesso, pensò di sod- 
disfare al desiderio dei molti i 
quali Jillora s' appassionavano 
alle cose della poesia, special- 
mente amorosa, col seguitare in 
certo modo l'argomento mediante 
la risposta alla canzone. Questi, 
chiunque si fosse, compose la 
risposta* immaginando che nelle 



prime quattro stanze parlassero 
le donne a cui cosi hel parlare 
era stato diretto, e nella quinta 
parlasse la canzone Donne che 
avete ecc., personificata. La rispo- 
sta fu fatta tutta con le stesse 
rime della canzone detta. Essa 
, risposta, sebbene senta, come 
1 necessariamente doveva accade- 
re, la fatica e lo sforzo di chi si 
deve muovere dentro molti e 
stretti legami, ha parti assai 
singolari, che dimostrano in colui 
che ne fu autore grande espe- 
rienza dell' arte del dire parole 
per rima. Certamente chi finse 
la risposta delle donne fece dire 
a queste quelle cose clie al 
cuore del poeta importavano di 
più ; e mostrò di conoscere il 
proposito del poeta di compiere 
la lode di Beatrice. 



* La quale comincia Ben uggia V amoroso e dolce core. V. i miei Studi e 
Diporti Danteschi, Bologna, Zanichelli, 1902, pag. 3-45. 



XX. 



Appresso che questa canzone fu alquanto divulgata 
tra le genti, con ciò fosse cosa che alcuno amico l' udisse, 
volontà lo mosse a pregarmi che io gli dovessi dire che 
è Amore, avendo forse, per le parole udite 1 , speranza 
di me oltre che degna 2 . Ond' io, pensando che appresso 
di cotale trattato 3 bello era trattare alquanto d'Amore, 
e pensando che 1' amico era da servire, proposi di dire 
parole, nelle quali io trattassi d' Amore ; e allora dissi 
questo sonetto : 



[Sonetto X.] 

Amore e cor gentil sono una cosa 4 , 

si come il saggio 5 in suo dittato pone' 



1. le parole udite - Vuol inten- 
dere 1(1 ((111.10110. 

2. speranza di me oltre che 
degna - La locuzione oltre che 
degna vale quanto pM clic de- 
gna, cioè degnissima. 

3. trattato - V. la nota 10 al 
capitolo 1 precedente. 

il sonetto è definizione d'a- 
more, secondo la dottrina spic- 
cala da (inido Cuinizelli nella 
canzone Al cor gentil. Il Car- 
ducci, nella bellissima noia clic 
il D'Ancona pubblicò nel suo 
Commento della Vita Nuova a 
Cfuesto punto, dimostrò quanto 
(ossero frequenl i al tempo di Dan- 
te le [definizioni d'amore e quanta 
importanza si attribuisse loro. 

i. sono una cosa - Una è nel 
senso Ialino una sola, mia me- 
desiiiia. 



5. il saggio - E lo stesso che 
dire il poeta; e s' ha da inten- 
dere quel tal poeta da cui fu 
detto ciò elle si riferisce. Dante 
anche nel Convito e nella Di- 
vina Commedia usò saggio e 
savio per indicare alcun poeta. 

6. dittato - Come detto, s'ado- 
però anche dittato a significare 
una poesia. 

7. pone - Il verbo /torre ebbe 
talvolta il significato di stabilire 
siccome salda opinione e però 
insegnare. Cosi, ad esempio, il 
Cavalca (Espos. Simb., i, 113) : 
i Senza paura di giudicio pon- 
gono e dicono che Dio non è ». 
Dante stesso pili avanti nel ca- 
pitolo xxv : « .... appare eh' io 
ponga lui (cioè Amore) essere 
uomo ». 



PARTE SECONDA 



79 



e cosi esser 1' un senza V altro osa 8 , 
coni' alma razionai senza ragione. 

Falli 9 natura, quand' è amorosa, 

Amor per sire e '1 cor per sua magione, 
dentro la qual dormendo si riposa 10 
tal volta poca, e tal lunga stagione 11 . 

Beltate appare in saggia donna pui, 

che piace agli occhi si, che dentro al core 
nasce un desio della cosa piacente : 

e tanto dura talora in costui, 

che fa svegliar lo spirito d' amore. 
•E simil face in donna omo valente 1? . 



Questo sonetto si divide in due parti. Nella prima 
lieo di lui in quanto è in potenza ; nella seconda dico 
li lui in quanto di potenza si riduce in atto. La seconda 
3omincia quivi : Beliate appare. La prima si divide in due : 



. e cosi esser l' un senza l' altro 

jsa - Questo osa è arcaico per 
mò, come si vede da un esem- 
pio di Iacopo da Lehtini, nel 
3onetto Madonna ha in sé vir- 
ute ecc. ; ove, dicendo che nulla 
ippa raggiare a lei non osa, 
raol intendere che nessuna 
ionna può paragonarsi a lei ; 
1 qual senso è certo, per il fatto 
jhe ciò è traduzione di quel 
l'Amerigo di Peguillano (sicco- 
|Le annota il Nannucci) Tina 
iouina sai que no iroba par, 
Que di betitat puesc a leis pa- 
eillar. Del resto Dante stesso 
iella sua canzone La dispietata, 
mmte ecc. dice : Dar mi potete 
'4,0 eh' altri non osa. 

9. Falli - Si legge hene anche 
'agli ; ma 1' un modo o 1' altro 
equivale a dire fa li, fa ivi. 

10. dentro la qual dormendo si 
iposa - Quanto è bello ! escla- 
nava dopo aver letto questo 
erso il Carducci nella lezione 
lei 21 gennaio 1871 ; e soggiun- 



geva : « Vuol dire che Amore sta 
nel cuore in potenza pria d' es- 
sere in atto ; ma lo dice non da 
filosofo, si da poeta ». 

11. tal volta poca, e tal lunga 
stagione - Poca e lunga stagione, 
cioè poco e molto tempo. Quando 
il poeta dice fòca par che alluda 
al caso proprio ; che poco tempo 
era stato amore dormendo, ovvero 
in potenza, nel cuore di Dante. 
Fanciullo di nove anni, aveva 
veduto Beatrice e aveva sentito 
dentro il cuore il raggio della 
bellezza divina di lei. 

12. E simil face in donna omo 
valente - Verissimo è questo 
concetto, il quale manca nella 
trattazione poetica di Guido 
Guinizelli. La donna, a diffe- 
renza dell' uomo , che s' inna- 
mora principalmente della bel- 
lezza esteriore, s'innamora del 
valore intellettuale e morale, 
dimostrando in ciò di esser 
più savia e, più avveduta del- 
l' uomo. 



80 LA VITA NUOVA 

nella prima dico in che suggetto u sia questa potenz; 
e nella seconda dico si come questo suggetto e quest 
potenza siano produtti in essere 14 , e come l'uno guard 
1' altro, come forma materia. La seconda comincia quivi 
Falli natura. Poi quando dico : Beliate appare, dico com 
questa potenza si riduce in atto; e prima come si riduc 
in uomo, poi come si riduce in donna, quivi : E sim 
face in donna. 



13. in che soggetto - Significa natura stessa dà sussistenza un 
qui in che qualità d' anime, ca, tanto che sono insieme sii 

cioè nelle a ni me (/cui///. come materia e forma. 

14. in essere - Vuol dire che la 



XXI. 



Poscia che trattai d' Amore nella soprascritta rima, 
veflnemi volontà di dire anche in lode di questa genti- 
lissima parole per le quali io mostrassi come si sveglia 
jper lei quest' amore, e come non solamente si sveglia 
là dove dorme, ma là ove non è in potenza, ella mira- 
bilemerite operando 1 lo fa venire. E allora dissi questo 
sonetto : 



1. miràbìlemente operando - 

Bene disse il Witte : « Che beltà 
saggezza di donna sveglino 
A.more, lo riducano in atto nei 
3uore in cui esso Amore già 
iorme, esiste in potenza, corri- 
sponde alla legge universale ; ma 
ihe Beatrice- lo faccia venire, o 
iascere ne' cuori che non vi sem- 
brano qualificati, nei quali Amo- 
•e non dormiva in potenza, è un 
Miracolo, un' operazione mira- 
bile ». 



Quando Dante scrisse la prosa 
Iella Vita Nuova, avendo già 
compiuta nella sua mente la trans- 
ìgurazione di Beatrice, volle 
ìarrare di lei cose che la faces- 
ero apparire di molto superiore 
i tutte le altre che dovevano pur 
giudicarsi creature perfette di 
[uesto mondo, voglio dir supe- 
iore alle altre donne celebrate 
la eccellenti rimatori. Le altre 
totevano svegliare amore (secon- 
do la dottrina del dolce stil novo) 
à dove era in potenza : or bene, 
uesta sua divina Beatrice lo fa- 
eva nascere anche dove non era. 
A mostrare ch'egli aveva cre- 
uto ciò allora, quando Beatrice 

\a Vita Nuova 



era in vita, parve a lui, scri- 
vendo la prosa, che si prestasse, 
o potesse tifarsi, il sonetto se- 
guente. Il quale invece fu evi- 
dentemente composto, non già 
per cosi fredda considerazione, 
ma per impulso d' ispirazione 
vera generata da vero senti- 
mento. Si dimentichi per un 
istante la prosa che Io precede, 
poi si legga, pensando alcun in- 
contro per le vie di Firenze, il 
primo forse che Dante ebbe di 
Beatrice dopo il gran successo 
della canzone Donne cJie avete; 
e allora si sentirà tutta la po- 
tenza di questo sonetto, in cui 
il poeta mostra di godere la vista 
della donna salutante e sorri- 
dente. 

Per Dante filosofo aveva grande 
importanza questo sonetto, per- 
che egli voleva insinuare negli 
animi dei lettori il concetto da 
lui spiegato nella prosa, al quale 
del resto non risponde (e in 
modo assai generico e vago) che 
col secondo verso; per noi ha 
importanza grandissima, perché 
è il piccolo ma meraviglioso 
canto della riconciliazione e della 
pace, la quale non potè mancare 
dopo tanta lode. 



82 



LA VITA SUOVA 



[Sonetto XI.] 

Negli ocelli porta la mia donna Amore 2 , 
per che si fa gentil ciò ch'ella mira; 
ov' ella passa, ogni uom vèr lei si gira 3 
e cui saluta fa tremar lo core, 

si die, cassando il viso, tutto smuore, 
e d'ogni suo difetto allor sospira 4 : 
fuggon d'innanzi a lei 5 superbia ed ira ; 

aiutatemi, donne, a l'arie onore 6 . 

Ogni dolcezza, ogni pensiero umile 7 
nasce nel core a chi parlar la sente; 
ond' è laudato chi prima la vide 8 . 



2. Negli occhi porta la mia donna 
Amore - Il verbo portare ha non 
di rado, e in Dante e in altri 
antichi, il senso del verbo avere. 
Cosi nel I ' u Itima terzina dell' In- 
ferno leggiamo: « Salimmo su.... 
Tanto eh io vidi delle cose belle 
Che porta il ciel. per un pertugio 
tondo »; e nel Purgatorio (xn, 
17-18): « Sopra i sepolti le tombe 
terragne rortan segnato quel 
eh eli i eran pria ». 

3. ov' ella passa ogni noni vèr 
lei si gira - Qui siamo nel vero 
naturalissimo. Si potrebbe rap- 
presenta re. La poesia è fantasma 
e sentimento; e là dove non è 
fantasma e sentimento non è 
poesia. Questo sonetto è un qua- 
dro bello e vero e vivo : non cosi 
il precedente. Carducci. 

4. sospira - Significa qui ha 
dolore. SÌ pente. 

5. fuggon d' innanzi a lei ecc. - 
Si deve scrivere d' innanzi, e 
min dinnanzi, che. avendo il <l 
eufonico, ba precisamente il si- 
gnificalo del semplice innanzi, 
come dove non ha senso punto 
diverso da ore. Fuggon (I in- 
nanzi a lei saperhia ed ira 



significherebbe che codeste di 
furie si precipitano verso la beli 
donna. Dante vuol dire propri 
il contrario. «È da ricordarsi ci 
Dante era Fiorentino e perciò i 
mezzo a continue lotte civil 
Questo fuggire degli odi il" I 
nanzi a una donna tanto gentil 
in quei tempi ili gliene intestin 
non solo è bello poeticameni 
ma anche umanamente » CaJ 

DUOCI. 

6. Aiutatemi, donne, a farle ono 
- 11 passaggio lirico dalla narr 
zione descrittiva alla esclam 
zione è bellissimo. Quasi il poe 
non sappia pili che cosa dire p 
celebrare le Iodi di Beatrice, 
rivolge per aiuto alle don] 
Carducci. 

7. ogni pensiero umile - Seenni 
il significato che abbiamo g 
detto essere stalo proprio di 
l'aggettivo mirile, qui si vii 
indicare ogni sentimento buoi 

8. ond' è laudato chi prima 
vide - Il poeta vuol intendere 
sé, che nella puerizia ride (r 
senso | > ì l'i forte e spirituale d'i 
Inire) il miracolo di questa ed 
tura divina venula a, mostrare \i 
terra le sue perfezioni. 



PARTE SECONDA 



83 



Quel ch'ella par 9 , quand' un poco sorride 10 , 
non si può dicer né tenere a mente, 
si è novo miracolo gentile 11 . 

Questo sonetto ha tre parti. Nella prima dico siccome 
questa donna riduce questa potenza in atto, secondo la 
nobilissima parte de' suoi occhi : e nella terza dico questo 
medesimo, secondo la nobilissima parte della sua bocca. 
E intra queste due parti è una particella, eh' è quasi 
domandatrice d' aiuto alla precedente parte ed alla se- 
guente, e comincia quivi : Aiutatemi, donne. La terza 
comincia quivi : Ogni dolcezza. La prima si divide in 
tre ; che nella prima parte dico siccome virtuosamente 
fa gentile tutto ciò che vede ; e questo è tanto a dire 
quanto inducere Amore in potenza là ove non è. Nella 
seconda dico come reduce in atto Amore ne' cuori di 



9. Quel eh' ella par - Anche qui 
il verbo parere significa appa- 
rire. 

10. quand' un poco sorride - 
Dice un poco; dal che s'arguisce 
che il pieno sorriso sarebbe a 
lui intollerabile per eccesso di 
piacere. Saremmo tentati a cre- 
dere che il poeta avesse già in 
mente quel che avrebbe poi detto 
[di Beatrice e avrebbe fatto dire 
a lei nel Paradiso (xxi, 4-6) : 
Ed ella non videa ; ma. « S' io 
ridessi, » Mi cominciò, « tu ti 
faresti quale Fu Semeìè, quando 

Edi cener fessi ». Dopo di che 
Iella medesima soggiunge che per 
lil bene di lui la sua bellezza 
Itìeve temperarsi. 

11. si è novo miracolo gentile - 
Beatrice è miracolo gentile, cioè 
cosa meravigliosa, divina, di 
gentilezza, si capisce bene ; ma 
Movo ? Se questo aggettivo si 
dovesse prendere per singolare, 
straordinario, sarebbe ozioso ; 
che un miracolo non può non es- 
ser tale. Ma novo riesce qui del 



tutto appropriato , quando si 
pensi che quel divino salutale 
di Beatrice era a Dante restituito 
dopo un tempo che al desiderio 
di lui era parso certamente lun- 
ghissimo e dopo uno sdegno che 
lo aveva fatto quasi disperare. 

Il Carducci al finire della sua 
lezione del 24 gennaio 1871, se- 
condo che trovo nelle mie note 
tachi grafiche, dopo la lettura e 
la spiegazione di questo sonetto, 
soggiunse : 

« Il sonetto che abbiamo ve- 
duto ò uno dei tre più belli di 
Dante : che sono : questo Negli 
occhi porta, poi 1' altro che co- 
mincia Tanto gentile e, terzo, 
Vede perfetta ine lite. Questi so- 
netti si può dire che non hanno 
forma : volano via ; hanno il 
sorvolare degli angeli sopra la 
terra. I più grandi maestri del 
sonetto, quelli che gli han dato 
un' impronta loro particolare so- 
no l'Allighieri, il Petrarca, il 
Tasso, l'Alfieri e il Foscolo ». 



84 LA VITA NUOVA 

tutti coloro cui vede. Nella terza dico quello che poi 
virtuosamente adopera ne' loro cuori. La seconda co- 
mincia: (to' ella passa, la terza: E cai salata. Poi, quando 
dico : Aiutatemi, donne, do a intendere a cui la mia 
intenzione è di parlare, chiamando le donne che m'aiu- 
tino onorare costei. Poi, quando dico : Ogni dolcezza,] 
dico quello medesimo che detto è nella prima parte, 
secondo due atti della sua bocca ; 1' uno de' quali è il 
suo dolcissimo parlare, e 1' altro lo suo mirabile riso ; 
salvo che non dico di questo ultimo come adopera 
ne' cuori altrui, però che la memoria non puote ritenere 
lui, né sua operazione. 



XXII. 



Appresso ciò non molti di passati, si come piacque 
al glorioso Sire \ lo quale non negò la morte a sé, colui 
eh' era stato genitore di tanta maraviglia 2 , quanta si 
vedea eh' era questa nobilissima Beatrice, di questa vita 
uscendo, alla gloria eternale se ne gio veracemente. 
Onde, con ciò sia cosa che cotale partire 3 sia doloroso 
a coloro che rimangono e sono stati amici di colui che 
se ne va ; e nulla sia si intima amistade come da buono 
padre i a buon figliuolo e da buon figliuolo a buon 
padre; e questa donna fosse in altissimo grado di bou- 
tade, e lo suo padre (si come da molti si crede, e vero è) 



Il Carducci, nella sua lezione 
idei 28 gennaio 1871, incomin- 
ciando a leggere il presente ca- 
pitolo, disse intorno ad esso que- 
iste, o certamente simili, parole : 
Narra il dolore della donna 
amata, sofferto per la morte del 
padre suo Folco Portinari ; e pi- 
tia occasione dal compianto delle 
onne per imaginare un dialogo 
con queste. 11 presente capitolo 
insieme con altri due che abbiamo 
visti, e che pur contengono l' in- 
trattenersi del poeta con donne, 
mostrano la potenza di Dante 
anche in prosa. Egli, comeabbiam 
detto altra volta, nella prosa è 
impacciato, specialmente nel Con- 
vito e nella parte scolastica e 
mistica della Vita Nuova ; ma 
dove non è scolastico, dove di- 
pinge la natura, egli è anche 
jgran prosatore. Dante e Dino 
Compagni nel periodo che va 
dal 1290 al 1320 sono i migliori 



artisti della prosa vera italiana, 
e ne danno il vero carattere ». 

1. al glorioso Sire ecc. - Peri- 
frasi per indicare Iddio. 

2. colui eh' era stato genitore di 
tanta maraviglia ecc. - Folco Por- 
tinari, ottimo cittadino di Fi- 
renze ; eh' ebbe per moglie Cilia 
dei Caponsacchi e figliuoli molti 
(maschi : Manetto, Ricovero, Pi- 
gello, Gherardo, Jacopo ; fem- 
mine : Ravignana, Bice, Vanna, 
Fia, Margherita e Castoria). Mori 
il giorno 31 decembre dell' anno 
1289. 

3. cotale partire - Il morire è 
considerato un partire da questo 
mondo per andare nell'altro. 

4. da buono padre ecc. - È ma- 
niera novissima, nella quale il 
da sembra che s'abbia a inten- 
dere in senso simile a quello di 
fra .... e. Carducci. 



8.6 « LA VITA NUOVA 

fosse buono in alto grado ; manifesto è che questa donna 
fu amarissimamente piena di dolore. E con ciò sia cosa 
che, secondo 1' usanza 5 della sopradetta cittade, donne 
con donne ed uomini con uomini si raunino a cotale 
tristizia, molte donne si ratinarono colà dove questa 
gentilissima Beatrice piangea pietosamente: onde io, 
veggendo ritornare alquante donne da lei, udii dire loro 
parole di questa gentilissima tì com' ella si lamentava. 
Tra le quali parole udii che diceano : « Certo ella piango 
si che quale la mirasse dovrebbe morire di pietade ». 
Allora trapassaro queste donne; ed io rimasi in tanta 
tristizia, che alcuna lagrima talora bagnava la mia faccia, 
onde io mi ricopria con porre le mani spesso agli occhi. 
E se non fosse eh' io attendea udire anche 7 di lei, però 
eh' io era in luogo onde ile giano la maggiore parte di 
quelle donne le quali da lei si dipartiano, io mi sarei 
nascoso incontanente che le lagrime m' aVeano assalito. 
E però dimorando ancora nel medesimo luogo, donne 
anche passaro presso di me, le quali andavano ragio- 
nando tra loro queste parole: « Chi dee mai essere lieta 
di noi, che avemo udita parlare questa donna cosi pie- 
tosamente? » Appresso costoro passaro altre donne, che 
veniano dicendo : « Questi eh' è qui piange uè più né 
meno come se 1' avesse veduta, come noi avemo ». Altre 
poi diceano di me: « Vedi questo che non pare esso*; 



5. secondo 1' usanza Jecc. - L' n- Compagni, Cron., I, 20 e Ma- 

sanza a cui Dante accenna ora chiavelli, Ist. Fior., 11, 18). 

questa che, «juando^in una" casa G. parole di questa gentilissima)] 

moriva alcuno, massimamente La particella di ha proprio ametìj 

de' ricchi e de' nobili cittadini qui il senso del de latino, signi 

di Firenze (e cosi pure d'altre ftca'cioè intorno a. 

città) lutti i parenti, i consorti 7. anche - Equivale, come 

e i vicini si raccoglievano nella l'anche trovato al principio delj 

casa del mollo per conl'orlarew capitolo XXI, e come <|iiello chej 

superstiti, e poi;perJaccompagna- si legg'e qui poco appresso, a.( 

re il defunto alla chiesa. K india un'altra rolla, o di mt&vo. 

casa e nella chiesa si radunavano 8.^che non pare esso - Il Gai 

uomini con uomini e donne con ducei avrebbe preferito leggìi 

donne, dio si chiamava il cor- desso, che, diceva, in simili casi 

rullo, o il mortoro (V. Dino ha non so che di più efficaci] 



PARTE SECONDA 87 

tale è divenuto ». E cosi passando queste donne, udii 
jparole di lei e di me in questo modo ohe detto è. Onde 
[io poi pensando proposi di dire parole, acciò che 9 degna- 
mente avea cagione di dire, nelle quali parole io con- 
chiudessi tutto ciò che inteso avea da queste donne. E 
però che volontieri 1' averei domandate, se non mi fosse 
stata riprensione, presi tanta materia di dire come se 
io l' avessi domandate ed elle m' avessero risposto. E 
feci due sonetti ; che nel primo 10 domando in quel modo 
[che voglia mi giunse di domandare ; nell' altro dico la 
loro risponsione, pigliando ciò eh' io udii da loro si 
come lo m' avessero detto rispondendo. E comincia lo 
primo : Voi che portate la sembianza umile ; e 1' altro : 
•Be' tu colui e' hai trattato sovente. 

[Sonetto XII.] 

Voi che portate 11 la sembianza umile 12 , 
cogli occhi bassi mostrando dolore, 
onde venite, che '1 vostro colore 
par divenuto di pietà simile 13 ? 

che non abbia esso in dimostrare 13. la sembianza umile - Non si 

].' identità. E citava il Petrarca, comprende perché all' aggettivo 

il quale nel sonetto Tornami a umile si vogliano attribuire si- 

mente, ansi v' è dentro, lineila gnificati assai diversi fra loro, 

'disse : « Si nel mio primo occorso Questi sono principalmente umile 

onesta e bella Veggiola in sé nel senso odierno, modesto, e 

raccolta e si romita, Oh' io grido : anche, come vogliono qui alcuni, 

Eli' è ben dessa ». dimesso , abbattuto. Noi mo- 

9. acciò che - Come spessissimo strammo già nella nota 24 del 
nella Vita Nuova e nel Convito, capitolo xix, e lo confermammo 
anche qui è adoperato invece di nella nota 7 del xxi, che umile 
per ciocché. spessissimo presso gli antichi 

10. che nel primo - Noi avremmo significò in sostanza Miotto. Qui 

['posto regolarmente dei quali non e' è da cambiar nulla a tale 

•invece del semplice che ; ma significato, potendosi ' intendere 

quando segue un' idea partitiva benissimo Voi che avete le facce 

KL che si pone assolutamente. E naturalmente piene di bontà, 

questo è V uso costante degli ma che, tenendo gli occhi bassi, 

scrittori classici e dei popolo. dimostrate dolore ecc. 

Carducci. 13. di pietà simile - Il vostro 

li. Voi che portate ecc. — Il colore apparisce ora quello della 

verbo portare ha pur qui il senso pietà, cioè quello che acquista il 

di avere come s' è detto nella volto umano quando il cuore si 

nota 2 del capitolo xxi, commova a pietà. 



88 LA VITA NUOVA 

Vedeste voi nostra donna gentile 

bagnar nel viso suo di pianto Amore' 4 *? 
Ditelmi, donne, che me '1 dice il core, 
perch' io vi veggio andar senz' atto vile. 

E se venite da tanta pietate 15 , 

piacciavi di ristar qui meco alquanto, 
e qual che sia di lei 16 , no '1 mi celate. 

Io veggio gli occhi vostri e' hanno pianto 17 , 
e veggiovi tornar si sfigurate, 
che '1 cor mi trema di vederne tanto 1 s . 

Questo sonetto si divide in due parti. Nella prima 
chiamo e domando 19 queste donne se vengono da lei, 
dicendo loro eh' io lo credo, imperò che tornano quasi 
ingentilite. Nella seconda le prego che mi dicano di 
lei; e la seconda comincia quivi: U se venite. 

Qui appresso è l' altro sonetto si come dinnanzi 
avemo narrato: 



14. bagnar nel viso suo di pianto 
Amore - Bellissima imaginetta 
questa di Amore che, essendo 
negli occhi di Beatrice, è ora 
bagnato dalla pioggia delle la- 
crime di lei. 11 Carducci avverti, 
nel commento del D'Ancona, che 
di questo solo verso tre poeti 
avevan saputo cavare e ritrarre 
ciascuno un quadretto separa- 
tamente vaghissimo. I tre poeti 
sono Lorenzo de' Medici, l'Ariosto 
e Niccolò d'Arco. 

15. E se venite da tanta pietate 
- Pietate è usato qui e altrove 
(ad esempio nel vii dell' Inferno, 
v. 97) nel senso di spettacolo da 
destare i>i<'tù. 

16. qual che. sia di lei - Qual clic 
ha il valore di ij/adiiiii/ne cosa. 

17. Io veggio gli. ocelli vostri 
e' hanno pianto - È verso bellis- 
simo nella sua semplicità e na- 
turalezza piena di sentimento 
affettuoso e schietto. Ma a inten- 
derne precisamente il senso è 
da (issare che la proposizione 
c'hanno pianto non è affatto 



relativa, ma è oggettiva; poiché 
la costruzione regolare sarebbe : 
Io vedo che i vostri occhi ha unii 
pianto. 

18. di vederne tanto - Espres- 
sione la quale sarebbe piena di- 
cendo a cai/ione di ecc. Si disse 
e si dice, ad esempio, morir di 
ferite, immondi di cotesti mali 
(Dante, Inf., vii, 51). E cosi pure 
Dante disse (Inf.,- xni, 77-78): 
« Conforti la memoria mia che 
giace Ancor del colpo che invidia 
le diede ». 

19. domando - E usato con l'og- 
getto di persona, come ha detto 
di sopra volentieri l'arerei do- 
mandate. 11 verbo domandare 
ha cosi il senso medesimo d'in- 
terrogare. 

Il Carducci, incominciando la 
sua lezione 18. a su la Vita Nuova 
il 31 gennaio 1871, diceva: « Sia- 
mo al sonetto secondo del xxii 
capitolo ; nel qual sonetto il 
poeta raccoglie come dette in 
risposta al suo ragionamento le 



PARTE SECONDA 



89 



[Sonetto XIII. ] 

Se' tu colui che hai trattato sovente 

di nostra donna, sol parlando a nui 50 ? 
Tu risomigli alla voce ben lui, 
ma la figura ne par d' altra gente. 

E perché piangi tu si coralmente, 
che fai di te pietà venire altrui? 
Vedesti! pianger lei, che tu non pui 
punto celar la dolorosa mente"? 

Lascia pianger a noi, e triste andare 
(e fa peccato chi mai ne conforta), 
che nel suo pianto 1' udimmo parlare. 

EU' ha nel viso la pietà si scorta 21 , 
che qual 1' avesse voluta mirare, 
sarebbe innanzi lei piangendo morta. 



parole che aveva udite dalle 
donne mentre uscivano dalla casa 
di Beatrice. Per valore poetico è 
molto inferiore all'antecedente». 
Troviamo nel Canzoniere altri 
due sonetti sul soggetto mede- 
simo delle donne confortatrici : 
nel primo che comincia Voi, 
'loìine, che pietoso atto mostrate, 
Pante parla loro, ma in presenza 
li Beatrice stessa. Questo par- 
lare è riferito nelle due quar- 
tine : poi nelle due terzine ab- 
biamo la risposta delle donne. 
Da questo sonetto, non bello, 
penne, e certo più tardi, a Dante 
F idea dei due sonetti che ab- 
biamo qui. Egli ebbe cosi un' idea 
irtisticamente felice : trasportare 
ta scena dall' interno della casa 
■fu la via, e dare un sonetto in- 
ero al domandar suo, un altro 
il risponder delle donne. Il pen- 
siero di trasferire la scena su la 
ria fu espresso da prima nel so- 
letto « Onde venite voi cosi 
mnsose: ma questo riusci affa- 
icato e freddo ; onde il poeta 
Denso di rifarlo (che la novità 
lei soggetto dovette piacergli) ; e 



allora ci diede quella meraviglia 
che incomincia Voi che 'portate 
la sembianza umile. 

Ed ora vediamo il sonetto Se' tu 
colui e' hai trattato sovente; il 
quale mi sembra assai più ri- 
sposta al sonetto Onde venite voi 
ecc., dove il poeta ha parlato di 
sé doloroso e consumato, eli quel- 
lo che risposta al sonetto Voi 
che portate la sembianza umile, 
in cui egli non ha detto parola 
che accenni ad un suo piangere 
coralmente, né ad avere tal figu- 
ra da sembrare un altro, cioè da 
non essere più riconoscibile. 

20. sol parlando a nui - Vuol 
dire rivolgendo il tao cantare 
solamente a noi, donne che ab- 
biamo intelletto d' Amore. E 
questo ha relazione con l'ultimo 
verso della prima stanza della 
canzone alle donne, ove dice che 
non è cosa da parlarne altrui. 

21. si scorta - Scorta significa 
qui manifesta, visibile; e tutto 
il verso in sostanza vuol dire 
eh' ella è la pietà personificata. 
Carducci. 



!)<> LA VITA NUOVA 

Questo sonetto ha quattro parti, secondo che quattrc 
modi di parlare ebbero in loro le donne per cui rispondo 
E però che son di sopra assai manifesti, non mi tramettc 
di narrare la sentenzia delle parti, e però le distingue 
solamente. La seconda comincia quivi: E perché piangi 
la terza: Lascia piangere a noi; la quarta: EU' ha ne 
viso. 






XXIII. 



Appresso ciò pochi di' avvenne che in alcuna parte 



In questo capitolo la pinosa e 
la poesia sono quasi una cosa 
sola, di gran bellezza certo e di 
gran potenza. 

Io esposi già in altri miei scritti 
le ragioni* per le quali credo che 
la canzone fosse composta solo 
allora che Dante ebbe concepito 
l' idea di Beatrice quale incar- 
nazione della fede religiosa, che 
prima era stata per lui ben viva, 
pur essendo semplice e ftuerile, 
poi s' era illanguidita a cagione 
ai piaceri e ■ di falsa dottrina, 
poi finalmente si era ravvivata 
in lui ed era diventata grande e, 
iter gli studi delle Sacre Scrit- 
ture e dei Santi Padri, forte di 
divino e verace sapere. Allora, 
cioè quando, per l' appressarsi 
del grande giubileo , egli si 
ienti pentito de' suoi travia- 
menti morali e intellettuali, ri- 
tornando con la sua mente me- 
ditativa sopra di sé, vide che il 
cominciare a illanguidirsi della 
fede sua e il cresciuto appetito 



epicureo dei piaceri mondani, 
che (forse dal tempo del secondo 
schermo) gli aveva offuscato nel- 
1' anima il sentimento religioso, 
coincideva con l'avanzare e l'ap- 
pressarsi della morte di Beatrice. 
Per ciò egli, quando poi fu ridi- 
ventato religiosissimo, come nau- 
frago scampato volgendosi al- 
l' acqua perigliosa, disse a se 
medesimo che appunto allora 
aveva sentito che la fede, bea- 
trice dell'anima, gli veniva meno, 
era nell' anima sua già presso a 
morire. Da questo pensiero a 
iraaginare la morte prossima 
di Beatrice, che egli dunque 
aveva immedesimata con la sua 
fede religiosa, per un poeta come 
Dante non era necessario un 
grande sforzo di fantasia. 

Non abbiamo nessuna difficoltà 
a credere che, appunto nel prin- 
cipio dell'anno 1290, Dante avesse 
sofferto ci' una malattia, forse 
semplicemente nevralgica, la 
quale però, malissimo curata 



* V. principalmente Studi e Diporti Danteschi, Bologna, Zanichelli, 1902, 
4>agg. 47-70. Le ragioni poi per le quali io credo che la. canzone Donna pietosa 
■fu composta assai tardi, e in prossimità del giubileo, si possono raccogliere in 
Jtma breve nota. Sono : 1." la fattura perfetta della canzone, la quale si dimostra 
.òpera di grandissimo e già del tutto esperto maestro dell' arte. Tanta perfezione 

ci fa pensare che tra la canzone Donne che avete ecc., e anche tra la canzone (ìli 
'Occhi dolenti ecc. e questa debbano essere passati più anni ; 2.° È mai credibile che 

Danto componesse e facesse conoscere in Firenze tal canzone, mentre Beatrice, 
quantunque malata, era ancora in vita ? ; 3." Si legga la canzone da sola, fingendo 
iòhe non esista la prosa precedente (come avrebbe dovuto essere, se la canzone 

fosse stata scritta nei primi mesi dell'anno 1290) e poi si consideri quanto possa 
.tìuscir chiara nelle prime due stanze ; il che dimostra come fosse concepita e 

scritta insieme con la prosa ; 4. a nel codice della Vaticana 3793, scritto nella fine 

del mille e dncento, e certamente da alcun Fiorentino, se ivi, com' è il fatto, si 

legge la canzone Donne che avete ecc., perché non si dovrebbe leggere anche la 
'canzone Donna pietosa, che dunque sarebbe proprio del medesimo tempo, e tanto 

più degna d' esservi aoolta, essendo assai più bella e più nuova ? 



92 



LA VITA NUOTA 



della mia persona mi giunse una dolorosa infermitade i 



come allora usava, gli cagionasse 
veramente dolore intollerabile e, 
per sangue sottrattogli, alcun 
deliquio o fors' anche delirio. 
Ecco quel tanto di vero che al 
poeta hastava per dar verosimi- 
glianza alla sua imaginazione. 

Ma ognuno capisce che sul 
serio non si può pensare ch'egli 
abhia avuto la visione. Ora, se il 
poeta, già fattosi grande, ha vo- 
luto qui questa forma di visione, 
deve anche aver voluto signifi- 
care un concetto concreto. Come 
le tre precedenti visioncelle (dei 
capitoli in, ix e xii) si riducono 
tutte assai facilmente a senso 
concreto, osservando che quel 
che Dante vede è in sostanza 
ciò eh' egli pensa nell' accendi- 
mento della passione; cosi anche 
questa presente visione, grande 
assai in confronto delle altre, 
deve ben significare qualche cosa 
di del tutto preciso. Ora, qual 
è il concetto concreto'? solamente 
che Beatrice, figlia del già morto 
Folco Portinari e cittadina di 
Firenze, bella e giovane, fra 
breve sarebbe morta?; e a que- 
sto fine avrebbe imaginato di 
averla veduta già morta"? Quelle 
cose spaventevoli che il poeta 
dice d' aver vedute e udite, quei 
visi di donne scapigliate che di- 
cono: Tu sola/mente morirai.', 
e quegli altri visi mostruosi che 
gridano: Tu sei morto, mi pare 
che non abbiano, e avere non 
possano, gran che a vedere con 
il solo e puro presentimento 
della morte di una donna amata, 
su questa non è già qualche 
cosa di ben maggiore che una 
semplice donna. Ma, se si con- 
sidera ciò che ho detto, che 
Beatrice, quando Dante pensa e 
scrive questo, è già per lui la 



fede religiosa, al venir meni 
della quale i rimbrotti della co 
scienza per la vita mondana (i 
forma di donne scapigliate) dij 
cono all'anima: tu sola morirM 
cioè sarai dannata, e terrori pii 
orribili venuti a quest' anim. 
per cagione d' aver vagheggiati 
e accolto false dottrine contrari: 
a religione, avvertendo l'anim., 
della oramai perduta fede, gri' 
dano : tu sei morta, cioè tu se 
dannata ; se si considera tutti 
questo, s' intende la gran vision 
in ben altra maniera e la si giui 
dica di ben altra importanza. 

I particolari della visione, eh' 1 
io spiegai già in un mio scritto*] 
concordano perfettamente tutt 
con questo concetto fondamenta 
le: il che apparirà chiaro dal com 
mento che ora verrà dietro dell; 
prosa e della canzone. Leggende 
il quale commento si tenga bei 
fermo questo, che tutte le cos< 
descritte nella imaginazione (o 
se anche vogliam dire, nella vii 
sione) sono apparentemente prei 
senti o passate, ma nel fatto, rf 
spettivamente al punto a cui ^ 
trova la storia psicologica d 
questo amore, sono da intendere 
come future tutte quante. I' 
poeta ci fa qui una specie d 
profezia del gran dramma chcl 
avrebbe fra breve cominciato <• 
travagliare la sua vita, e che 
sarebbe durato dalla morte d 
Beatrice ** fino alla proclama 
zione del grande giubileo. Ne 
capitolo seguente vedremo comi 
similmente egli ci farà presentir! 
il ritorno della fede, e proprie! 
della fede di Cristo preannunciaU 
da San Giovanni. 

1. una dolorosa infermitade - 1 
difficile poter dire qua] malatti; 



1 Fu pubblicato dal Fanfulla della 'Domenica il 2~ marzo 1904. 

** Si ricordino i versi che Dante fa dire a Beatrice stessa nel xxx del Pur 
(intuii',, (121-126): « Si (osto come in su la soglia fui Di mia seconda etate e muta: 
vita (Questi si tolse a me e diessi altrui ». 



PARTE SECONDA 



93 



and' io soffersi per nove di amarissima pena; la quale 
Ini condusse a tanta debolezza, che mi convenia stare, 
some coloro li quali non si possono muovere. Io dico 
ime nel nono giorno sentendomi dolore quasi intolle- 
rabile, giunsemi un pensiero, il quale era della mia 
ionna 2 . E quando ebbi alquanto pensato di lei, ed io 
ritornai alla mia debiletta vita, e veggendo come leg- 
gero era il suo durare, ancora che sana fosse 3 , comin- 
ciai a piangere fra me stesso di tanta miseria. Onde, 
sospirando forte, dicea fra me medesimo: « Di necessità 
conviene che la gentilissima Beatrice alcuna volta si 
moia ». E però mi giunse un si forte smarrimento, che 
chiusi gli occhi e cominciai a travagliare i come farne- 
tica persona ed a imaginare 5 in questo modo : che nel 



fosse questa ; ma è certo che fu 
un male che gli prese solo una 
parte del corpo, e forse male 
nevralgico ; onde gli conveniva 
stare, cioè rimanersi immobile. 

2. giunsemi un pensiero, il quale 
era della mia donna - Altrove (capi- 
tolo xxxviii, son. xxu della Vita 
Nuova) disse il poeta : « Gentil 
pensiero che parla di vui Se 
n' viene a dimorar meco sovente » 
Carducci. 

3. ancora che sana fosse - È 
questa una osservazione generale 
che Dante fa su la vita umana ; 
onde è sbagliata la lezione che 
il Giuliani porta, ma solamente 
in nota, ancora che sano fossi* 
Carducci. 

4. cominciai a travagliare - Il 
verbo travagliare si vede ado- 
perato da Dante in più sensi, 
quali di soffrire, affaticarsi e 
anche di trapassare di vista in 
vista , da una imagine a 
un'altra, siccome nel xxxiii del 
Paradiso (112-114); ove si legge; 

»... Per la vista che s' avva- 
lorava In me guardando una sola 



parvenza Mutandola' io a me si 
travagliava ». Forse in questo 
senso è da travalicare, siccome 
ci fa pensare il seguente esempio 
del Boccaccio {Decani., n, 9): 
«... e d' un ragionamento in 
altro travalicando, pervennero a 
dire delle lor donne le quali alle 
lor case avean lasciate ». 

5. ed a imaginare - Tutto ciò 
che ora sentiremo descrivere è 
opera della virtù imagiiiativa ; 
la quale trae fuori imagini signi- 
ficative d'alcun concetto, invece 
di semplice ragionamento. Quando 
l' anima poetica è tutta j3iena 
d'alcun concetto vasto, com- 
plesso, ma latente ancora e non 
formato, se un pensiero d' un 
tratto la commove, essa inco- 
mincia a veder passare dinnanzi 
a sé imagini e imagini, tutte 
relative alla cosa ; e queste com- 
pongono il grande quadro che 
era, come a dire, nel fondo del- 
l'anima stessa lineato appena in 
forme di semplici idee. Ora, il 
pensiero della futura morte di 
Beatrice suscita tutto questo che 



* Questa lezione era stata pure accolta nel suo testo dal Torri. Recentemente 
il Barbi ha accettata la lezione preferita dal Carducci e per la ragione da lui detta. 



94 



LA VITA NUOVA 



cominciamento dell' errare che fece la mia fantasia api 
parvero a me certi visi di donne scapigliate ', clip m; 
diceano: « Tu pur morrai ». E dopo queste donne m'ap 
parvero certi visi diversi e orribili a vedere, li quali 
mi diceano: Tu se' morto ». Cosi cominciando ad errare 
la mia fantasia, venni a quello che non sapea dove ic 
fossi; e vedere mi parea donne andare scapigliate pian 
gendo per via, maravigliosamente triste ; e pareami 
vedere lo sole oscurare 7 , si che le stelle si mostra vauc 
di un colore che mi facea giudicare che piangessero: <j 
parevami che gli uccelli volando per l' aria cadessero 
morti, e che fossero grandissimi terremoti. E maravi 
gliandomi in cotale fantasia, e paventando assai, im» 
ginai alcuno amico 8 che mi venisse a dire: « Or non 
sai ? la tua mirabile donna è partita di questo secolo 



stiamo pei- vedere ; perché Bea- 
trice si identifica con la fede 
religiosa; Questa è ben la prima 
volta clic I" anima di Dante pensa, 
non già Letteralmente alla morte 
della donna (clic ci ha pensato 
altre volte, e l' ha detto) ma alla 
morte della sua fede religiosa. 
Tale è l impulso alla sua ima- 
ginativa, elicgli fa vedere quante 
e quanto gravi cose accadono 
nell anima per cagione di tal 
morte. 

(). certi visi di donne scapigliate 
- A questi lengon dietro subito 
india prosa eérti risi diversi e 
arri bili a vedere. -Ma nella can- 
zone abbiamo solamente Visi di 
(lumie ni 'apparver crucciati. Ora 
le l'acce didle donne scapigliate, 
e cosi l'accenno (die vien subito 
dopo - mi parco vedere donne 
andar scapigliate piangendo 
ecc. » stanno a significare i ri- 
morsi per la vita dissoluta, i risi 
diversi, cioè mostruosi, >• orri- 
bili o vedere stanno a rappre- 
sentare i gravi terrori dell'anima 
al pensiero della sua dannazione 
per la oramai morta fede. L'ima 
cosa e l'altra insieme, per la mag- 



gior brevità necessaria alla poe 
sia. sono espresse per entro ali 
canzone nei visi 'li donne e nel 
l"a<^eftivo crucciati. Le tristt 
ricordanze della vita dissoluta di- 
cono all'anima tu sci ijiò morta 
a indicare la perfetta. certezza d: 
tal futuro. Nella canzone di coni 
soltanto morirai, cioè sarà 
dannato. La sostanza non cam- 
bia, poiché la condizione di colli 
che in peccato òdi doversi aspet- 
tare la dannazione, la (piale I 
certissima, se. cosa assai rara 
non interviene un atto della di- 
vina misericordia. Dante appunti 
dirà, della condizione di peccati 
figurata nella sélva, tonto < 
amaro, che poco e piò morte. 

7. e pareami vedere Io sole oscu 
rare - Cominciano di qui i Sega 
della line del mondo indicati nel- 
[' Apocalisse, a significare (die 
per l'anima la (piale fa mala vit; 
e ha perduto la fede il mondo ( 
Unito : non piti luce, non pii 
vita : neanche la terra vuol pii 
sostenerlo; e per tutto è gramU 
tristezza e pianto. 

8. ìmaginai alcuno amico - il 
tanta tristezza e desolazione 



PARTE SECONDA 



95 



Allora incominciai a piangere molto pietosamente; e 
non solamente piangea nella imaginazione s , ma piangea 
con gli occhi, bagnandoli di vere lagrime. Io imaginava 
di guardare verso il cielo, e pareami vedere moltitudine 
d' angeli li quali tornassero in suso ed avessero dinnanzi 
da loro una nebuletta bianchissima 1 ". A me parea che 
questi angeli cantassero gloriosamente; e le parole del 
loro canto mi parea che fossero queste : Osanna in 



qual più vero amico religiosa- 
mente parlando, del sacerdote 
confessore ? Quegli appunto dice 
all' amico, la cui salute gli sta 
a cuore : Tu non hai più fede ; 
la tua fede religiosa è morta. 
E, allargando il senso, ben dice 
il poeta filosofo eh' ella se n' è 
andata via da questo mondo cor- 
rotto. 

9. e non solamente piangea nella 
imaginazione ecc. - Era cosa da 
addolorare profondamente, non 
solo per il fatto imaginato del- 
l'amico annunciatore di sciagura, 
ma per il fatto pur troppo vero 
e reale del mondo oramai privo 
di sentimento religioso. Questo 
latto sarà confermato, special- 
mente per Firenze, dal sonetto 
Deli peregrini ecc. 

10. una nebuletta bianchissima - 
Questa, coni' è l'anima purissima 
di Beatrice, rappresenta la can- 
dida fede che scomparisce "dal 
mondo nostro. Gli angeli, che 
sono le manifestazioni della ca- 
rità, della sapienza, della giu- 
stizia e di tutta la volontà divina, 
cantano gloriosamente ; perché 
la fede religiosa ha, ed avrà in 
eterno, il suo trionfo nell' em- 
pireo. Ma si attenda bene alle 
parole del canto, che son quelle 
stesse del popolo, quando Cristo 
entrò trionfalmente in Gerusa- 
lemme (Marco, xi, 10). La reli- 
licnone di Cristo allora fu accolta 



dal popolo commosso e festante: 
ora ella si parte dal popolo, dal 
genere umano per 1' eccesso dei 
vizi e per la falsa dottrina del 
mondo. 

Questo canto degli angeli Osan- 
na in excelsis sarebbe del tutto 
fuor di luogo, o certamente inu- 
tile, quando in questo xxm capi- 
tolo si trattasse di descrivere 
solo la futura presentita morte 
di Beatrice. 

Dopo questa imaginazione del 
dipartirsi della fede religiosa da 
questo mondo, che rimane d'essa? 
La parvenza appunto di cosa 
morta, intorno a cui si compiono 
sole pratiche (mestieri) *, ma pur 
di tanto ancora bella, che par 
rendere testimonianza della di- 
vina bontà, eh' è pace alle anime, 
e queste par richiamare a sé 
tuttavia. Onde il poeta conclude 
essere beato chi la vede, cioè 
alcuno di quei pochissimi eletti 
che hanno ancora l'anima pura, 
libera, dritta e tutta rivolta in 
alto alla perfetta conoscenza 
d' essa. Ma la condizione in cui 
si trova l'anima umana senza 
sentimento religioso, e non più 
confortata dalla speranza della 
vita futura, è intollerabile ; è tale 
da far desiderare piuttosto la 
morte. E il poeta la invoca, di- 
mostrando cosi di trovarsi in uno 
stato di vera disperazione. 



* Forse dal latinismo ministerii. L' usò anche Franco Sacchetti per esequie. 
Nov. 153. 



96 



LA VITA NUOVA 



exoelsis; ed altro non mi parea udire. Allora mi parea 
che il cuore, ov' era tanto amore, mi dicesse : « Yero è) j 
che morta giace la nostra donna ». E per questo mi 
parea andare per vedere lo corpo nel quale era stata 
quella nobilissima e beata anima. E fu si forte la errante 
fantasia, che mi mostrò questa donna morta: e pareamil 
che donne le coprissero la testa con un bianco velo: e| 
pareami che la sua faccia avesse tanto aspetto d' umil- 
tade, che parea che dicesse: « Io sono a vedere lo prin- 
cipio della pace ». In questa imaginazione mi giuuse 
tanta umiltade per veder lei, eh' io chiamava la morte, 
e dicea: « Dolcissima morte, vieni a me, e non m'es- 
sere villana, però che tu dèi essere gentile, in tal parte 
se' stata ! Or vieni a me che molto ti disidero : e tu vedi 



Ora, che suol accadere nella 
vita, quando un giovane che s' è 
gettato alle dissolutezze e a false 
dottrine, non ha più fede reli- 
giosa e trascura le pratiche dei 
sacramenti della penitenza e del- 
l' eucaristia'? Ecco l'amore dome- 
stico, il sentimento religioso della 
famiglia che se ne dà grave pen- 
siero, e se ne affligge assai dolo- 
rosamente. Ecco la sorella di Dante 
che piange. Ma altri amori, so- 
prattutto di mondane cose, e di 
mondane scienze , distraggono 
l'anima, facendole intendere che 
non è più tempo di dormire. 
Queir anima ha hen ancora al- 
cuno slancio huono verso la sua 
beatrice fede religiosa ; ma non 
è intesa da chi pensa di confor- 
tarla del tutto mondanamente. 
Inoltre bisogna ben considerare 
che le scienze, nella lor freddezza 
sillogistica, non possono com- 
prendere (pianto la fede religiosa 
sia beatrice del cuore. 

Se Dante avesse descritto ixna 
scena vera, e solamente vera, 
come credono sempre tutti i let- 
tori e i commentatori della Vita 
Nuova, si potrebbe domandare 
come mai non apparisca alquanto 



strano che altre donne (e perché 
solo donne? .Non ci sarebbe stato 
altrettanto bene alcun amico e, 
meglio, un medico?) stiano nella 
camera del malato. E ciò anchei 
si potrebbe comportare e ani- 
vare ad ammettere. Quel che non 
si potrebbe accettare in nessun 
modo sarebbe il particolare che 
queste amiche di casa non fecero 
ritornare la sorella di Dante, 
tosto eh' ebber veduto il giovine 
aver riacquistato i sensi ed es- 
sersi a loro rivolto per parlare. 
Ma nel senso allegorico che il 
poeta ha voluto significare si 
capisce troppo bene che il senti- 
mento religioso famigliale (rap- 
presentato nella sorella) sia te- 
nuto lontano dall'anima, in cui 
la fede è oramai spenta, per 
opera d' altro amore, delle cose 
e delle scienze mondane (tale è 
appunto il significato delle olire 
donne) ; né si capirebbe affatto 
che per opera di queste fosse 
fatto tornare. Nel senso letterale 
sarebbe proprio il contrario. E 
però, se Dante non ha voluto 
che la domi fi pietosa ricompa- 
risca su la scena della sua grande 
fantasia, ha avuto certo una forte 






PARTE SECONDA 97 

lei.' io porto già lo tuo colore ». E quando io avea ve- 
nuto compiere tutti li dolorosi mestieri che alle corpora 
Be' morti s'usano di fare, mi parea tornare nella mia 
camera, e quivi mi parea guardare verso il cielo: e si 
forte era la mia imaginazione, che piangendo incominciai 
a dire con verace voce: « Oi, anima bellissima, come è 
beato colui che ti vede ! » E dicendo io queste parole con 
doloroso singulto di pianto, e chiamando la morte che 
venisse a me, una donna giovane e gentile, la quale 
pra lungo il mio letto, credendo che il mio piangere e 
le mie parole fossero solamente per lo dolore della mia 
infermitade, con grande paura cominciò a piangere. 
Onde altre donne, che per la camera erano, s' accorsero 
fli me, che io piangea, per lo pianto che vedeano fare 
a, questa; onde facendo lei partire da me, la quale era 
a me di propinquissima sanguinità congiunta, elle si 
trassero verso me per is.vegliarmi, credendo che io so- 
gnasse, e diceanmi: « Non dormir pili », e « non ti 
sconfortare ». E parlandomi cosi, cessò la forte fantasia 

I entro in quello punto eh' io volea dire : « O Beatrice, 
benedetta sie tu ». E già detto avea: « O Beatrice », 
quando riscotendomi apersi gli occhi, e vidi ch'io era 
(Ingannato ; e con tutto eh' io chiamassi questo nome, la 
mia voce era si rotta dal singulto del piangere, che 
queste donne non mi potettero intendere, secondo il 
mio parere. E avvegna ch'io mi vergognassi molto 11 , 
tuttavia per alcuno ammonimento d'Amore mi rivolsi 



ragione , questa che abbiamo pei' aver perduto la fede religio- 

ietta. Si vuol forse pensare che sa ; tuttavia non potei tenermi 

kbbia dimenticato di farla ritor- dal raccontar loro quello eh' io 

aare presso il suo letto ? aveva veduto, eh' io aveva cioè 

11. e avvegna eh' io mi vergo- meditato dolorosamente sopra 

■issi molto ecc. - Vuol dire : me stesso, affinché appunto fosse 

I E quantunque al cospetto delle caritatevolmente ammonito cia- 

«ùenze (sarebbe lo stesso in senno degli effetti orribili che 

;oncreto il dire degli scienziati) porta all'anima il perdere la 

ip mi vergognassi molto di tanto propria beatrice, la fede reli- 

iolore che provavo coralmente giosa ». 

La Vita Nuova 7 



98 



LA VITA NUOVA 



a loro. E quando mi videro, coruinciaro a dire: « Quest: 
pare morto », e a dire tra loro: « procuriamo di con 
fortarlo ». Onde molte parole mi diceano da confortarmi 
e talora mi domandavano di che io avessi avuto paura 
Onde io, essendo alquanto riconfortato, e conosciuto le 
fallace imaginare 12 , risposi loro: « Io vi dirò quello ch< 
ho avuto ». Allora cominciandomi dal principio infine' 
alla fine, dissi loro ciò che veduto avea, tacendo il nonu 
di questa gentilissima 13 . Onde poi, sanato di questi 
infermitade, proposi di dire parole di questo che m' eri 
avvenuto, però che mi parea che fosse amorosa cosa di 
udire 1 ': e si ne dissi questa canzone: 



12. e conosciuto lo fallace imagi- 
nare - Anche nella canzone al 
Verso 44 dirà vano imagmar, 
e poi nel principio del capitolo 
seguente dirà Appresso questa 
rana imaginazione, ove l'ag- 
gettivo vana, sta a significare lo 
stesso che fallace, erronea. 11 
poeta appunto .aveva veduto cose 
le quali non erano nella realtà 
oggettiva, e però cose fallaci, 
rane. Ma queste erano siccome 
le visioni di belli esempi di mi- 
tezza che nel xv del Purgatorio 
(v. 117) il poeta chiamò col nome 
di non falsi errori; poiché per 
esse egli aveva avuto un grande, 
salutale avviso dal cielo, del 
quale avrebbe avuto profitto un 
giorno, quando avrebbe risentita 
in tutta la sua potenza l'affezione 
dell'antica sua tede semplice e 
puerile. Ciò vedremo nel capi- 
nolo XXXIX. 

13. tacendo il nome di questa 
gentilissima - Se anche qui noi 
supponiamo vero tutto quello che 
del resto si erède comunemente, 
cioè che questa canzone fosse 
scritta sul principio dell'anno 
1290 e solo per dire del turba- 
mento sofferto dal poeta al pen- 
siero della vicina morte di Bea- 
trice, perché avrebbe egli taciuto 
il nome di lei, quando in ogni 
modo taceva intendere che di lei 



il 



appunto si trattava? Noi sai 
piamo che già nel 1289 non er. 
più \in mistero per nessuno eh 
Beatrice fosse la donna amatj 
da Dante ; e Dante stesso ci h 
avvisati di questo. E allora 
chi avrebbe mai fatto credei 
che dicendo Ben con verrà eh 
la mia donila mora avessi» pi 
tuto intendere d'altra che no 
fosse Beatrice; Era affatto ini 
tile voler nascondere il nome. 

Ma non era inutile, anzi er 
necessario, nel senso allegorie) 
che abbiamo spiegato ; perdi 
alle altre donne egli si era pie 
posto di narrare come avesl 
veduta morta oramai la sua fedi 
religiosa ; la quale però no] 
osava dire che gli aveva dai 
vera felicità di cuore, eh' ei 
stata per lui beatrice. 

14. amorosa cosa da udire - \\ 
descrizione dei terribili el't'et 
che porta con sé di conseguen/ 
il perdei- la fede è cosa del luti 
salutare alle anime; e però 
dir questo, specialmente in fo 
ma artistica grande , è aim 
rosa cosa, cioè opera di alj 
carità. Volendo spiegar ques» 
nel senso letterale, tutti i pjf 
recenti commentatori si son di 
vuti contentare della melen 
nota del Giuliani, che suona cos 
« Chi ben considera, amorà 



i: 



* 



PARTE SECONDA 



99 



[Canzone II. J 

Donna pietosa 15 e di noveila etate 16 , 
adorna assai di gentilezze umane 1T , 
eh' era là ov' io chiamava spesso morte, 
veggendo li occhi miei pien di pietate 18 , 
e ascoltando le parole vane, 
si mosse con paura a pianger forte; 
e altre donne, che si furo accorte 



[ui importa più che altro pia- 
\ente, gentile, come appropriato 
, cosa nata per virtù d'amore ». 

Ed ora siamo alla canzone, la 

fuale per le cose dette è oramai 

hiara tutta quanta. Tuttavia mi 

dace di fermarmi ancora su 

rualche punto ; onde avrò occa- 

ione e di raffermare cose già 

piegate e di spiegarne altre 

fuove. Poiché, siccome ho già 

etto, non solamente la prosa 

i questo capitolo, ma anche la 

anzone fu scritta certamente 

filando il poeta, per la perdo- 

ianza universale bandita nel 

iome di Dio dal sommo ponte- 

ce, senti rinascere nel cuore 

iitto il suo antico fervoroso sen- 

Imento cristiano ; ed esaminan- 

[osi tutto, ricordò e vide bene 

ùel che. aveva sofferto allorché 

? era accorto di perder la fede. 

lloraegli, già espertissimo poeta 

sicuro dell'arte, volle rendere 

ìasticamente l' intimo suo dram- 

ìa ; e compose questa mirabile 

inzone. 

ijt La quale cosi intesa è immen- 

ittimente più bella ; e dimostra 

!ie Dante nel 1300, o poco prima, 

ra già veramente poeta nel senso 

4iù puro e maggiore della parola ; 

liba poeta che sapeva rappresen- 

ìi ire tutto un concetto senza ombra 

pi i ragionamento, solo ponendo 

d 1 manzi agli occhi del lettore dei 

ni padri. Cosi, dopo ancor poco 

osjunpo, egli sarebbe riuscito a 

ppresentare tutta la storia del- 



l' anima umana, che dalla peg- 
giore ed intima sua condizione, 
quella del peccato, esaminati i 
mali tutti quanti e vedutene le 
terribili conseguenze, rifugge da 
essi, si eleva mediante la peni- 
tenza, torna a purezza perfettis- 
sima, poi per via della contem- 
plazione s' innalza di grado in 
grado alla massima perfezione 
intellettuale e morale, sino ad 
aver grazia di godere la beati- 
tudine suprema, la visione dei 
misteri divini per contemplazione 
estatica d' infiammata carità. 

15. Donna pietosa - L'aggettivo 
pietosa, che fu molto usato in 
senso di pia, religiosa, è qui 
convenientissimo ad indicare , 
siccome ho detto, il sentimento 
religioso della famiglia. 

16. di novella etate - Risponde 
anche questo alla qualità del- 
l' indicato sentimento , ancora 
assai lontano da religiosa dot- 
trina di età matura. È donna di 
religiosità semplice. 

17. adorna assai di gentilezze 
umane - Vuol dire fatta piti bella 
da finesse di nobile umano sen- 
timento. Nel senso allegorico e 
chiarissimo : riesce vago e inde- 
terminato in senso letterale. 

18. pien di pietate - Pien è 
troncamento del plurale pieni. 

Il vocabolo pietate è qui pure 
in quel senso che Dante gli dà 
tanto nella Vita Ntiova quanto 
nella Commedia, cioè di dolore 
che move a pietà. Carducci. 



100 



LA VITA NUOVA 



di me 19 per quella che meco piangia, 

fecer lei partir via, 

ed appressarsi per farmi sentire. 

Qual dicea: « Non dormire »; 

e qual dicea: « Perché si ti scontorte? » 

Allor lasciai la nova fantasia 20 . 

chiamando il nome della donna mia. 

Eia la voce mia si dolorosa 

e rotta si dall'angoscia del pianto 21 , 
ch'io solo intesi il nome nel mio core; 
e con tutta la vista vergognosa 22 , 
eh' era nel viso mio giunta cotanto, 
mi fece verso lor volgere Amore 2 3. 
Egli era tale a veder mio colore, 



1!>. di me - S' ha da intendere 
di me qual ero in quel momento, 
cioè in uno stato angoscioso. 

20. la nova fantasia - È lo stesso 
che dire Jet singolare e straor- 
dinaria imaginazione. Fan- 
tasia rispettivamente a imagi- 
nazione è la causa; e però abbiami 
qui figura di metonimia. 

21. dall' angoscia del pianto - È 
modo antico e dantesco, già no- 
tato, per dire dal pianto ango- 
scioso. Vedi capitolo xi n. 7. 

22.J[con tutta la vista vergognosa 
- Significa non ostante la rista, 
cioè l'aspetto vergognoso. Nel 
canto xt del Purgatorio (v. 7-9) 
leggiamo: Vegna vèr noi la pace 
del tuo regno, che noi ad essa 
non potem da noi, S' ella non 
vien, con tutto nostro ingegno ». 
Il Boccaccio (Decani., vii, 1) 
scrisse: « Federigo.... con tutta 
la sua malinconia, aveva si gran 
voglia di ridere, che scoppiava ». 
Più avanti, nel capitolo xxxix. 
Dante stesso dice con tutto lo 
vergognoso cuore, e vuol inten- 
dere appunto non ostante che 
avessi il cuore pieno di ver- 
gogna. 

Il pensiero totale, compren- 
dendovi anche le parole seguenti, 
è dumi ile; Non ostante che la 
vergogna fosse apparsa tanto 



sul mio viso, cioè non ostan 
che mi vergognassi molto, ci 
è poi precisamente quel del 
prosa a r regna ch'io mi verg 
girassi molto. 

Ma quale vergogna è questi 
Dante giustissimamente disti 
gue la buona e la trista. Or 
a me par chiaro che qui non 
ha da intendere quella eh' è re 
sore di male commesso, si quel 
eh' è pallore e tristizia d' essej 
scoperto in difetto. Il giovi 
Allighieri dinnanzi a chi pii 
fessa dottrine contrarie a re 
gione e a Dio, dinnanzi a ri 
presentanti di vita spregiudicai 
ed epicurea, si vergogna d 
gran turbamento, e del suo s<|», 
frire tuttavia al pensiero di n 
avere ormai più la fede. 

23. mi fece verso lor volg^ 
Amore - Qui ripete il poeta qv 
che ha detto nella prosa p< 
che mi parca che fosse amorcM 
cosa da udire e, un poco prir 
per alcuno ammonimento 
amore mi rivolsi a loro. I 
quali tre passi appare che l'int< 
zione del poeta era sempre 
stessa, cioè di rivolgersi a 1 
donne con le quattro stanze 
guenti della canzone, per 
intendere ad ognuno (queste 
l' ammonimento che viene 



:f. 



PARTE SECONDA 



101 



che facea ragionar di morte altrui: 

« Deh, consoliam costui » 

pregava l'una l'altra umilemente- 4 ; 

e dicevan sovente: 

« Che vedestù, che tu non hai valore? » 

E quando un poco confortato fui, 

io dissi: « Donne, dicerollo a vui. 

Mentr'io pensava la mia frale vita, 
e vedea '1 suo durar com' è leggero, 
piansemi Amor nel core, ove dimora; 
per che l' anima mia fu si smarrita, 
che sospirando dicea nel pensiero: 
« Ben|converrà che la mia donna mora » 
Io presi tanto smarrimento allora, 
ch'kTchiusi gli occhi vilmente gravati 25 
e fuoron si smagati 
li. spirti miei, che ciascun giva errando: 



irità) con la potenza della poe- 
a qual cosa grave e dolorosa 
ijil perdere la fede. r 
Ed è giusto e verosimile che 
jli dica esser ciò ammonimento 
( tritatevole a queste donne (rap- 
ii resentanti di dottrine e di for- 
me di vita contrarie a credenza 
il sligiosa) perché, quando ha pen- 
)[ ito e scritto prosa e canzone, 
«gli è già tornato alla sua an- 
a pa fede cristiana, della quale è 
Rivenuto quasi acceso apostolo. 
|ji24. umilemente - Vale con bontà 
% remurosa. Le scienze, che pos- 
ili >no, per dir cosi, far a meno 
. Dio, o la filosofia averroistica 
„,V epicurea, sono concepite dal 
g )eta siccome cose assai gentili ; 
i veramente nella intenzione 
^■ima son volte alla ricerca del 
in irò. E però Dante imagina poe- 
j jamente che esse, quando si 
I tspongano a trarre a sé alcuno, 
,1, ibiano tutta 1* apparenza di 
jj ione confortatrici. 
j 25. chiusi gli occhi vilmente gra- 
el i,ti - Tosto che l'anima umana 
, j i fermato il pensiero in sé che 
jjj sua fede religiosa è oramai 
j Tduta e che perciò essa anima 



si deve di necessità considerare 
non punto più nobile di quella 
mortale di qualsiasi bestia, ecco 
che è costretta di fare stima di 
sé assai inferiore al vero e al 
giusto. Ora la stima inferiore 
a quel di' è il vero e il giusto 
è dal nostro poeta significata 
con la parola viltà (v. la n. 42 
del cap. xix). Questa viene dal 
latino vilitas nel senso di 
basso presso o, appunto, bassa 
stima che si fa talora di cose 
venali, derrate, o simile. Un 
esempio. Quando Virgilio (inf., 
n, 43-48) vuol far intendere a 
Dante che ingiustamente egli 
pensa di non esser degno di 
fare, essendo ancora vivo, quel 
viaggio per i regni de' morti che 
fu fatto solo, e per divino de- 
creto, da Enea e da San Paolo, 
usa (sottintendendo che egli, 
Dante, gode di una grazia spe- 
cialissima, unica, da Dio) queste 
parole: « Se io ho ben la tua 
parola intesa, Rispose del ma- 
gnanimo queir ombra, L' anima 
tua è da viltate offesa », è of- 
fesa, cioè, dal giudizio eh' ella 
fa di sé, d' essere un' anima 



102 



LA VITA NUOVA 



e poscia imaginando, 

di conoscenza e di verità fora, 

visi di donne m'apparver crucciati, 

che mi dicean pur: « Morràti, morràti 20 ». 

Poi vidi cose dubitose molte 27 

nel vano imaginar, dov'io entrai; 

ed esser mi parea non so in qual loco, 

e veder donne andar per via disciolte, 

qual lagrimando. e qual traendo guai 

che di tristizia saettavan foco. 

Poi mi parve vedere a poco a poco 

turbar lo sole ed apparir la stella? 8 , 

e pianger egli ed ella; 

cader gli augelli volando per l'are, 

e la terra tremare; 

ed uom m'apparve scolorito e fioco 29 , 



come tutte le altre del mondo, 
quand' è invece in altissima 
grazia davanti a Dio. 

Nel presente passo Dante dun- 
que dice in sostanza: A questo 
pensiero, della oramai perduta 
fede, sentendomi pari ad animale 
irragionevole, e però del tutto 
mortificato, chiusi gli occhi, come 
se questi si fossero appesantiti 
pei 1 effetto appunto di si fatta 
mia bassissima stima. San Fran- 
cesco nel cospetto del pontefice 
Innocenzo in non è già rappre- 
sentato da Dante con gli occhi 
bassi e come mortiticato per es- 
sere plebeo, figliuolo d' un Pietro 
Bernardone mercantuccio, o per 
essere sparuto e, alle vesti, spre- 
gevole. Tutt' altro dice Dante, 
con parole che ci chiariscono 
anche queste: « Né gli gravò 
viltà di cuor le ciglia Per esser 
fi' di Pietro Bernardone, Né per 
parer dispetto a meraviglia » 
(l'anni., si, 88-90). Perché egli 
sentiva come Iddio lo avesse 
chiamato a, ricondurre la cri- 
stianità su la via buona; onde, 
facendo stima di sé degna, parlò 
regalmente. 

26. che ini (liceali pur: « Mor- 
ràti, morràti ». C'è stata quistione 



se il pur dovesse unirsi a diceai 
o a morràti. Pare al Barbi, 
pare anche a me, .miglior cos 
assai leggere ini dicean pur: 1 
qual espressione secondo il Bari 
può significare mi di eoa ho rip< 
untamente, lo per altro non esclud 
che il pur possa anche qui signi 
ficare, come spessissimo, sola 
mente. 

27. Poi vitli cose dubitose molt 
- L' aggettivo dubitose signific 
che facean patirà, come n* 
capitolo in della Vita Nuov 
dubitosa mente, e come ancor, 
nel seguente luogo dell' Inferii 
(xxxin, 43-45) il verbo dubita ri 
che significa appunto temei 
« Già eran desti ; e 1' ora s' aj 
pressava Che il cibo ne solevi 
essere addotto E per suo sogn 
ciascun dubitava ». 

28. la stella - È negli antict 
talvolta per le stelle, a quel mod 
che si dice ancora la foglia 
il pesce per signiticare i plura 
fogUè e pesci. 

29. scolorito e fioco - si debbori 
intendere per pallida e delia 
di voce, coni' è proprio di chi 
costretto di dare una ben tris 
notizia a persona amica. 



PARTE SECONDA 



103 



dicendomi: « Che fai? 30 non sai novella? 
morta è la donna tua, ch'era si bella ». 

Levava gli occhi miei bagnati in pianti, 
e vedea (che parean pioggia di manna) 31 
gli angeli che tornavan suso in cielo, 
ed una nuvolettafavean davanti, 
dopo la qual gridavan tutti: Osanna; 
e se altro avesser detto, a voi dirèlo 32 . 
Alior diceva Amor: « Più no '1 ti celo; 
vieni a veder nostra donna che giace ». 
Lo imaginar fallace 
mi condusse a veder madonna morta; 
e quand' io l' ebbi scorta, 
vedea che donne la covrian d'un velo 33 ; 
ed avea seco~umiltà si verace, 
che parea che dicesse: « Io sono in pace 34 ». 



30. Che fai? - Non è nella prosa, 
ed è un' aggiunta importantis- 
sima; perché questo che faif è 
sempre stato usato come atto di 
jneraviglia e di rimprovero in- 
sieme per cosa non buona che 
Sia stata commessa da colui al 
quale si parla. (V., fra gli altri 

sempi, anche questi di Dante 
3tesso : Inf. x, 31 e Purg. xxxir, 
72). Qui dunque l'amico spirituale 
fii Dante viene a dirgli in certo 
modo : « Se è morta la tua donna, 
oh' era si bella, colpa tua ». 
ugnun vede che non è possibile 
che qui si tratti della donna in 
senso letterale. 

31. pioggia di manna - Il poeta 
chiama gli angeli pioggia di 
manna come nel Paracl, (xxvn, 
70) similmente dice : In su vid'io 
cosi 1' etere adorno Farsi e fioc- 
car di vapor trionfanti Che fatto 

iavean con noi quivi soggiorno. 
ICarducci. 

32. e se altro avesser detto, a voi 
Idirèlo - S' intenda : Se invece di 

Osanna, cioè d' un canto di lie- 



tezza e di trionfo (perché, come 
si disse, la fede trionfa eterna- 
mente nell' Empireo) avessero 
fatto sentire un canto di tristezza, 
io non avrei ritegno alcuno di 
dirlo a voi, a cui non duole di 
sapere che la fede religiosa se 
ne vada via dal mondo*. 

33. donne la covrian d' un velo 
- Donne, escluse le scapigliate 
e i visi crucciati, che sono 
rimbrotti e terrori d'anima, sono 
in tutto il simbolismo di questa 
canzone (e cosi di altre dello 
stesso Dante) ciò che abbiamo 
detto, scienze profane, filosofìa 
averroistica o epicurea con vita 
mondana. E si fatte cose ap- 
punto par che faccian di tutto 
per impedire all' uomo di vedere 
anche l' imagine bella della re- 
ligione. 

34. Io sono in pace - Vuol dire : 
Io sono in luogo di pace, di 
beatitudine eterna. Similmente 
nella prosa, ma con minore ef- 
fetto, ci ha fatto intendere come 
la fede sia ora in cielo a vedere 



* In altro mio scritto avevo interpretato il verso come una non felice ver- 
sione della prosa ed altro non mi parea udire ; ma poi ho pensato che questo, 
I qui spiegato, è assai più bel senso, ed è un altro particolare aggiunto dal poeta 
nella canzone. 



104 LA VITA NUOVA 

Io di venia nel dolor si umile, 

veggendo in lei tanta umiltà formata, 
ch'io dicea: Morte, assai dolce ti tegno; 
In dèi ornai esser cosa genti le 3 ">, 
poi che tu se' nella mia donna stata, 
e dei aver pietate, e non disdegno. 
• Vedi che si desideroso vegno 

d'esser de' tuoi, ch'io ti somiglio in fede. 

Vieni, che '1 cor ti chiede. 

Poi mi partia, consumato ogni duolo; 

e quanti' io era solo, 

dicea, guardando verso l'alto regno: 

« Beato, anima bella, chi ti vede! 30 » 

Voi mi chiamaste allor, vostra mercede 37 ». 



Iddio, eh' è principio della bea- 
titudine. 

35. tu dèi ornai esser cosa gentile - 
Il senso di quasi tutta questa 
ultima stanza è: In quel punto, 
sentendomi intenerito e pieno 
di dolore, considerando quel che 
avevo perduto e ripensando la 
bontà essenziale che pur aveva 
in sé la mia fede religiosa, de- 
siderava assai di morire. Pen- 
sava: Se la morte ha distratto 
ciò che nell' anima mia era di 
più gentile, bisogna bene che 
ora anch' ella sia gentile, e però 
pietosa di me togliendomi da que- 
sta vita che, per esser simile a 
([nella d' ogni animale, è senza 
speranza di alcuna gioia spiri- 
tuale oltremondana. Sarebbe di- 
sdegnosa e crudele semi lasciasse 
in tale condizione. 

Si ricordi anche qui che tutto 
ciò ha i iliaci nato il poeta quando, 
ritornato a pura fede, ha riflet- 
tuto sul suo stato durante quel 
terribile dramma dell'anima. 

:'>('). Beato, anima bella, chi ti 
vede! - L'anima del poeta, che, 
per clfclto di una vita di piaceri 
orni" e distolto da ogni pratica 
religiosa e per effetto di dottrine 
antireligiose, sente oramai di 



ncn poter più riavere la sua 
bella antica fede, ripensando in 
un momento di buon affetto alla 
felicità di chi la possiede, e non 
già la possiede somigliante a non 
buona moneta, ma lucida e per- 
fetta si da non lasciare dubbio 
nessuno, esclama: Beato, anima 
bel hi. chi ti vede! cioè chi ha 
la mente, lo sguardo dell' anima 
tutto rivolto a quella grande po- 
tenza spirituale eh' è sustanzia 
di cose sperate ed argomenti 
delle Don parventi. 

37. vostra mercede - Vuol dire 
per rostro grama ; ma è ironico. 
Solo intendendo cosi può aver 
senso quel eh' è detto nella prosa 
esplicativa « dicendo a che ora 
mi chiamaro, le ringrazio chiusa- 
mente ». Questo significa: di- 
cendo com' esse mi attrassero a 
sé mentr' io più sentiva il ram- 
marico d' aver perduto la mia 
beatrice, le ringrazio in maniera 
coperta. Il che poi vien a con- 
cludere che non le ringrazia da 
vero, ma solo per convenienza. 
Certo è che chiusamente non 
può aver nessuno dei sensi pro- 
posti lin qui, cioè di implicita* 
ii/ente, di brevemente, e di a 
mniht dì chiusa. 



PARTE SECONDA 105 

Questa canzone ha due parti: nella prima dico, 
parlando a indifinita persona, com' io fui levato d' una 
vana fantasia da certe donne, e come promisi loro di 
dirla : nella seconda dico com' io dissi loro. La seconda 
comincia quivi: Mentr' io pensava. La prima parte si 
divide in due: nella prima dico quello che certe donne, 
e che una sola, dissero e fecero per la mia fantasia, 
quanto è dinnanzi che io fossi tornato in verace cogni- 
zione ; nella seconda dico quello che queste donne mi 
dissero, poi eh' io lasciai questo farneticare ; e comincia 
questa parte quivi: Era la voce mia. Poscia quando 
dico: Mentr' io pensava, dico com' io dissi loro questa 
mia imaginazione; ed intorno a ciò fo due parti. Nella 
prima dico per ordine questa imaginazione; nella se- 
conda, dicendo a che ora mi chiamaro, le ringrazio 
chiusamente ; e comiucia quivi questa parte : Voi mi 
chiamaste. 



XXIV. 



Appresso questa vana imaginazione 1 , avvenne un 
di che, sedendo io pensoso in alcuna parte, ed io mi 
sentii cominciare un tremito nel cuore, cosi come s'io 



1. Appresso questa vana imagi- 
nazione ecc. - Il poeta, nel tur- 
bamento prodotto nell'anima sua 
dal pensiero che la sua fede re- 
ligiosa era vicina a spegnersi, 
aveva dunque lavorato di fan- 
tasia, aveva veduto poeticamen- 
te, meravigliosamente, in un 
sèguito d' imagini, dirò anzi, di 
quadri, qual cosa grave sia a 
un'anima gentile il perdere la 
fede, la beatrice. Ma queste 
imagini mancavano naturalmente 
di realtà oggettiva; e per ciò 
son dette tutt' insieme una vana 
imaginazione, come già ha detto 
vana fantasia, fallace imagi- 
nare. 

Ora un altro fatto. Egli ha 
nel misticismo dell'intimo suo 
sentimento il pensiero, ovvero 
il presagio, che poi la fede reli- 
giosa tornerà bella e viva. Un 
giorno, racconta egli, dopo aver 
sentito un gran tremore nella 
persona, come gli soleva accadere 
ogni qualvolta si trovasse, pur 
senza saperlo, in presenza di 
Beatrice, vede Amore assai lieto 
veli he dalla parte ove abitava 
la donna verso il luogo ov'egli 
sedeva lutto pensoso. Dietro 
viene monna Vanna, sopranno- 
minata Primavera: e dietro que- 
sta monna Bice. Egli ha allora 
un pensiero che gli pare sugge- 
rito da Amore e che, per quanto 



faccia noi sorridere, egli rife- 
risce con tutta gravità a cagione 
del senso mistico del fatto. 
« Quella prima, gli dice Amore, 
è nominata Primavera solo per 
questa venuta d'oggi; che io 
mossi lo imponitore del nome a 
chiamarla cosi Primavera, cioè 
prima verrà lo di che Beatrice 
si mostrerà dopo la imaginazione 
del suo fedele ». E poi a dimo- 
strare meglio, anzi vittoriosa- 
mente, l' importanza di queir in- 
contro rispettivamente al futuro 
ritorno del sentimento religioso 
nel cuore, soggiunge che, anche 
volendo considerare il nome più 
proprio della donna, si viene alla 
stessa conclusione. Ella ha nome 
Giovanna e preannunzia Beatri- 
ce, siccome San Giovanni prean- 
nunziò, o, come qui dice Dante, 
precedette la verace luce, il 
Salvatore. Si consideri ancora che 
la religione, Beatrice, è amore 
Tutto ciò % detto solamente 
nella prosa. Il sonetto, che fu 
scritto di certo nella primavera 
del 1290, non ha ombra del ra- 
gionamento riferito. Racconta il 
poeta ch'egli vide venire, verso 
la parte ov'era, monna Vanna e 
poi monna Bice, bellissime; e 
sofjfj-iunge che, se l'ima è degna- 
mente chiamata Primarcra,Val- 
tra si può ben dire che ha nome 
Amare. Tutto qui: ed è niente 
più che un discreto madrigale. 



PARTE SECONDA 107 

fossi stato presente a questa donna. Allora dico che 
mi giunse una imaginazione d'Amore; che mi parve 
vederlo venire da quella parte ove la mia donna stava, 
e pareami che lietamente mi dicesse nel cor mio : 
« Pensa di benedicere lo di che io ti presi 3 , però che 
tu lo dèi fare ». E certo mi parea avere lo cuore si 
lieto, che non mi parea che fosse lo mio cuore, per la 
sua nuova condizione. E poco dopo queste parole, che 
il cuore mi disse con la lingua d'Amore, io vidi venire 
verso me una gentile donna, la quale era di famosa 
beltade, e fu già molto donna di questo primo mio 
amico 3 . E lo nome di questa donna era Giovanna, 
salvo che per la sua beltade, secondo che altri crede, 
imposto l' era nome Primavera : e cosi era chiamata. 
E appresso lei guardando vidi venire la mirabile Bea- 
trice. Queste donne andaro presso di me cosi l'una 
appresso l' altra 4 , e parve che Amore mi parlasse nel 
cuore, e dicesse: « Quella prima è nominata Primavera 
solo per questa venuta d' oggi ; che io mossi lo impo- 
nitore del nome a chiamarla cosi Primavera, ciò è 
prima verrà lo di che Beatrice si mostrerà dopo la ima- 
ginazione del suo fedele. E se anco vuoli considerare 
lo primo nome suo, tanto è quanto dire prima verrà, 
però che lo suo nome Giovanna è da quello Giovanni, 
lo qual precedette la verace luce, dicendo: « JEgo vox 
elamans in deserto: parate viam domini ». Ed anche mi 
parve che mi dicesse, dopo, queste parole : « E chi 
volesse sottilmente considerare, quella Beatrice chiame- 
rebbe Amore, per molta simiglianza che ha meco ». 



2. lo di che io ti presi - Cioè 4. Queste donne andaro presso 
il giorno in cui ti feci sentir di me cosi l' una appresso l'altra - 
umore. S' intende : Queste donne mi 

3. fu già molto donna di questo passarono vicino l'una dietro 
primo mio amico - Vuol dire che l'altra. In somma presso signi- 
monna Vanna signoreggiò assai fica vicinanza ed è uguale ad 
l'amico primo di Dante, Guido accanto; appresso qui vale dopo. 
Cavalcanti. Carducci. 



108 LA VITA NUOVA 

Onde io poi ripensando, propuosi di scrivere in rima 
al mio primo amico, tacendomi certe parole 5 le quali 
pareano da tacere, credendo io che ancora lo suo cuore 
mirasse la beltà di questa Primavera gentile. Dissi 
questo sonetto: 

[Sonetto XIV.] 

Io mi sentii svegliar dentro allo core 
un spirito~amoroso che dormia: 
e poi vidi venir da lungi Amore 
allegro si, che appena il conoscia 7 , 

dicendo 8 : « Or pensa pur di farmi onore »; 
e 'n ciascuna parola sua ridia. 
E, poco stando meco il mio signore, 
guardando 9 in quella parte onde venia, 

io vidi monna Vanna e monna Bice 
venir invèr lo loco là ov' i' era, 
l'ima appresso dell'altra maraviglia: 

e si come la mente mi ridice, 

Amor mi disse: « Queir è Primavera, 
e quel!' ha nome Amor, si mi somiglia ». 



5. tacendomi certe parole ecc. - 6. vidi venir da lungi Amore - 

Se Dante voleva che il sonetto Nella prosa esplicativa che segue 

significasse il pensiero principale dice parve che Amore m'apptk- 

spiegato nella prosa, non doveva risse allegro da lunga parte, 

tacer questo totalmente; poiché cioè da parte lontana. 

la vera importanza del suo con- 7 fa . M 6 troviamo 

ce tosta appunto nei nomi Pn- rkJia Sono f deiri „ l|m .. 

"Z m \ ì ^ (,v, "" ia £££. a tetto indicativo che durante tutto 

significare la preannunzia tace u dugento 8Ì vedono operate 

della salute. Ora tutto questo vi Q { f hi d R d . 

manca. Ma, come fece altre volte, „ ; 

egli nella prosa manifestò delle «= azione - 

intenzioni le quali gli erano man- 8 - dicendo - Il gerundio e spesse 

rate affatto al momento di coni- volte > ™me qui, adoperato dai 

pone la rima. (V. i sonetti i e nostri antichi col valore ili una 

vi). Oui si scusa in quella ma- proposizione relativa. 

edera vaga ed incerta, che, se 9. guardando - Ha per soggetto 

"mi, In accusa. io del verso seguente. 



PARTE SECONDA 109 

Questo sonetto ha molte parti: la prima delle quali 
Idiee come io mi sentii svegliare lo tremore usato nel 
cuore, e come parve che Amore m' apparisse allegro da 
lunga parte; la seconda dice come mi parea che Amore 
mi dicesse nel mio cuore, e quale mi parea; la terza 
dice come, poi che questi fu alquanto stato meco cotale, 
fio vidi ed udii certe cose. La seconda parte comincia 
quivi: dicendo: Or pensa pur di farmi onore; la terza 
quivi: E poco stando. La terza parte si divide in due: 
nella prima dico quello ch'io vidi; nella seconda dico 
quello ch'io udii; e la seconda comincia quivi: Amor 
mi disse. 



XXV. 



In questo capitolo mi pare che 
si abbia la certissima prova di 
quanto più volte è stato da me 
e da altri affermato, che la com- 
posizione della Vita Nuova fu 
fatta dal poeta in età più matura 
di quella che si vuole dai critici, 
odierni. Troviamo qui che Dante, 
a dimostrare come possa esser 
concesso, a un rimatore volgare 
di far la personificazione d'A- 
more, o altra qualsiasi, cita luo- 
ghi di Virgilio, di Lucano, di 
Orazio e d' Ovidio, per conclu- 
dere che, come questi poeti non 
parlano casi' senza, ragione, 
cosi quelli clic rimano non dea- 
no parlare cosi, non avendo 
alenilo ragionamento in. loro 
di quello clic dicono. 

Ora, noi sappiamo appunto che 
Dante cominciò a leggere assai 
tardi quei poeti latini, certissi- 
mamente non prima dell' anno 
1292. Lo fa intendere egli stesso 
nel suo Cui/rito al capitolo xm 
ilei libro ri. Dal qua! capitolo 
noi apprendiamo che prima lesse, 
e non poco stentando a capire, 
l'opera De consolatione philor 
sopitine di Boezio, e il libro di 
Cicerone De amicHia. Dunque 
è chiaro che i quattro gravi e 
difficili poeti di cui cita alcuni 
passi nel presente capitolo della 
Vita Nuora gli furono noti più 
lardi, in quegli anni che corsero 
tra il 1292 e il 1300, o poco prima. 

Si potrebbe pensare che Dante, 
quando scrisse questo xxvcapi- 
lolo. non conoscendo ancora quei 
poeti, li citasse però, come suol 
dirsi, di seconda mano, giovan- 
dosi d'alcun allora nolo trattato 



di retorica. Ma mi pare che la 
cosa non possa accettarsi per 
questi due fatti: 1.°, che Dante 
non ha detto nulla di ciò, pur 
avendo sempre avuto abitudine 
e cura nelle sue opere didasca- 
liche d'indicar l'autore che se- 
guiva; 2.°, che in un trattato di 
retorica notissimo a Dante (vo- 
glio dire il libro vili del Tesoro 
di Brunetto Latini) dopo un ac- 
cenno al quinto colore retorico, 
eh' è appunto la figura, cosi chia- 
mata da noi oggi, di personifi- 
cazione, di cui si discorre in 
questo capitolo xxv della Vita 
Nuova, si leggono le seguenti 
parole: E questo è si inteude- 
vole, clic il maestro (Ser Bru- 
netto) non intende a ciò porre 
alcuno esempio*. Anche Fra 
Guidotto nel suo Fiore di reto- 
rica mostra, nel proposito stesso 
della jìcrsonificasione, d' igno- 
rare gli esempi che Dante cita, 
ma ne reca innanzi altri affatto 
diversi e probabilmente cavati 
da libri di retorica latina del 
medio evo„Ond'è da concludere, 
se non erro, che in nessun trat- 
tato anteriore al 1300 fossero 
riferiti i belli e singolari esempi 
che noi troviamo qui citati 
dal nostro Dante. Il quale dunque' 
li ebbe dalla sua stessa memoria; 
perché, quando scriveva il pre- 
sente capitolo e tutta la prosa 
della sua Vita Nuora, aveva 
già letto e meditato la grande 
poesia di Virgilio, di Lucano, 
di Orazio e d'Ovidio. 

Del resto ognuno deve beri 
capire che il leggere e ren- 
dersi sufficientemente famigliari 



* Vedi la traduzione di Bono Giamboni. Bologna, lìomaynoli, 1883, voi. iv, 
a pag. 58. 



PARTE SECONDA 



111 



Potrebbe qui dubitare persona degna da 1 dichiararle 
ogni dubitazione, e dubitare potrebbe di ciò, che io dico 
d'Amore come se fosse una cosa per sé, e non sola- 
mente sustanzia intelligente, ma si come fosse sustanzia 
corporale. La qual cosa, secondo la verità, è falsa; 
che Amore non è per sé si come sustanzia, ma è uno 
accidente in sustanzia 2 . E che io dica di lui come se 
fosse corpo, e ancora come se fosse uomo, appare per 
tre cose che io dico di lui. Dico che lo vidi venire ; 
onde, con ciò sia cosa che « venire » dica moto locale, e 
localmente mobile per sé, secondo lo filosofo 3 , sia sola- 
mente corpo, appare che io ponga Amore essere corpo. 
Dico anche di lui che ridea, ed anche che parlava; le 
quali cose paiono essere proprio dello uomo, e special- 
mente essere risibile 4 ; e però appare ch'io ponga lui 
essere uomo. A cotal cosa dichiarare, secondo che è 
buono al presente, prima è da intendere che antica- 
mente non erano dicitori d'Amore in lingua volgare, 
anzi erano dicitori d'Amore certi poeti in lingua latina : 
tra noi, dico (avvegna forse che tra altra gente 5 addi- 



quattro poeti quali sono questi, 
specialmente allora che manca- 
vano a ciò tutti gli aiuti che 
possiamo avere adesso, dovette 
richiedere uno studio assai lungo. 
Sappiamo poi anche un'altra 
cosa, cioè che Dante negli anni 
che seguirono alla morte di Bea- 
trice fu molto dedito agli stra- 
vizi con Forese Donati (il che 
durò certo fino al suo matrimonio 
con Gemma, circa il 1295) ; e pos- 
siamo quindi con tutta ragione- 
volezza credere che solo dopo il 
1295 Dante attendesse di propo- 
sito al grande studio dei poeti 
latini. 

1. persona degna da ecc. - Tal- 
volta presso gli antichi si costruì 
l'aggettivo degno anche con la 
preposizione da. Cosi il Boccaccio 
(Decani., v, 9): Degno cibo da 
voi il reputai. Raffaello Forna- 



ciai, nella nota a questo luogo 
del Boccaccio, dice essere questo 
« il da consecutivo, che s'ado- 
pera anche solo, ed esprime di 
per sé dignità ». 

2. accidente in sustanzia - Vuol 
dire che è modificazione di 
sostanza. 

3. secondo lo filosofo - Senz'altro 
il filosofo o, come qui, lo filo- 
sofo è Aristotile. 

4. e specialmente essere risibile 
- Come spiega il Giuliani, risi- 
bile vuol dire « fatto al riso ». 
E soggiunge: « È proprio del- 
l' uomo, il quale fu per ciò defi- 
nito animale risibile ». Si homo 
est, est risibilis disse Dante 
stesso nell' epistola a Can Grande 
della Scala (V. Epist. xi, § 26). 
Carducci. 

5. tra altra gente - Non è cosi 
facile il dire chi fosse quest'afra 



112 



L,A VITA NUOVA 



venisse e addivegna ancora, si come in Grecia), noi 
volgari ma litterati poeti queste cose trattavano. E noi 
è molto numero d'anni passati, che apparirono prims 
questi poeti volgari ; che dire per rima in volgare tant< 
è 6 quanto dire per versi in latino, secondo alcum 
proporzione. E segno che sia picciolo tempo è che, .s( 
volemo cercare in lingua d' oco ' e in lingua di si, no 
non troviamo fcose dette anzi lo presente tempo pei 
cento e cinquanta anni. E la cagione per che alquant: 
grossi 8 ebbero fama di saper dire è che quasi furono 
i primi che dissero in lingua di si. E lo primo ehd 
cominciò a dire si come poeta volgare, si mosse peri 
che volle fare intendere le sue parole a donna, alla 
quale era malagevole d' intendere li versi latini. E 
questo è contra coloro che rimano sopì*' altra materia 
che amorosa 9 ; con ciò sia cosa che cotal modo di par 



gente. Non potevano essere i La- 
tini antichi, perché sono esclusi, 
non i Greci, perché li nomina, 
non i Provenzali, perché pur li 
nomina, né i Francesi, perché non 
avevano ancora poeti letterati. 
Pare che accenni agli Arabi; i 
quali avevano già una poesia 
dotta. Di questi, come si conosce- 
vano i filosofi, trai quali Averroè, 
è probabile che si conoscessero 
anche i poeti. Carducci. 

6. che dire per rima in volgare 
tanto è ecc. - Il nome di poeti è 
riservato da Dante per quelli 
che scrivono in latino metrica- 
mente; ma sono poi da lui chia- 
mati dicitori per rima coloro 
che scrivono poeticamente in 
volgare. CARDUCCI. 

Però Dante chiamo se stesso 
col nome di poeta, quando, es- 
sendo oramai compiuto il suo 
l 'ordii /su, doveva ben sentirsi 
degno il' essere cosi chiamato. 
Onde nel xxv canto disse di sé: 
Con nitro voce ornai con altro 
retto intornerò poeta. 



7. in lingua d' oco - Cioè i> 
tingila provengale. Liliana d 
si, non importerebbe dirlo, è la 1 
italiana, come la lingua d' oli 
la francese. 

8. alquanti grossi - Parla i 
Siciliani « che già tur primi e 
quivi eran dassezzo », siccome 
disse il Petrarca nel Trionfo 
d'Amore (iv, 36). Carducci. 

9. E questo è contra coloro che 
rimano sopr' altra materia che amo- 
rosa - Da prima credette l'Alli- 
ghieri che non si potesse scri- 
vere in rime che su materia 
amorosa ; e « per ciò forse (come) 
osservarono giustamente gli Kdi- 
tori Milanesi, G. G. Trivulzio t 
A. M. Maggi) Dante mise sotto 
allegoria d'amore le lodi della 
filosofia nelle sue canzoni (del 
Con rito): e teneva forse ancora 
questa opinione che non sia da 
rimale sopra altra materia che 
d'amore, quando cominciò in 
versi latini il suo poema. Fu 
gran ventina della nostra poesia 
eh' egli poi mutasse parere 
Carducci. 



PARTE SECONDA 



113 



lare fosse dal principio trovato per dire d'amore. Onde, 
con ciò sia cosa che a' poeti sia conceduta maggiore 
licenza di parlare che alli prosaici dittatori, e questi 
dicitori per rima non siano altro che poeti volgari, 
degno e ragionevole è 10 che a loro sia maggiore licenza 
largita di parlare, che agli altri parlatori volgari : onde, 
?Se alcuna figura o colore retorico 11 è conceduto alli 
poeti, conceduto è a' rimatori. Dunque se noi vedemo 
che li poeti hanno parlato alle # cose inanimate si come 
se avessero senso o ragione, e fattele parlare insieme'; 



10. degno e ragionevole è ecc. - 
Degno qui ha valore di equo, 
conveniente ; ragionevole, cioè 
secondo ragione. 

11. figura o colore retorico ecc. 
I Non sono da confondere le 
figure e i colori retorici; che 
con quelle i nostri antichi in- 
tendevano cose le quali i'acevan 
parte integrale della composi- 
zione poetica; con questi invece 
solo degli ornamenti del discorso. 
Figura è somiglianza ideale tra 
un fatto che si rappresenta e un 
senso morale, il più delle, volte, 
che si vuol significare. È sem- 
plicemente colore una similitu- 
dine,' una personificazione e in 
fine tutte quelle forme di parlare 
che i trattatisti moderni chia- 
mano invece col nome di figure 
retoriche. 

r E appunto gli esempi che 
Dante cita in questo capitolo 
•xxv (l' episodio di Giunone e 
d' Eolo, il discorso eli Febo ai 
Troiani, quel di Lucano a Roma, 
il parlare di Orazio alla Musa, 
'e il parlare di Amore in Ovidio) 
sono parte figure (certamente è 
tale il primo esempio); e parte 
sono colori. 

] Se potessimo sapere partita- 
mente i sensi allegorici che 
Dante vedeva nel i libro dell'E- 
neide, comprenderemmo benis- 
simo quel che ha voluto dire 
qui col primo degli esempi ci- 



tati, forse il più importante. Un 
lume per altro noi possiamo 
avere dal Boccaccio ; il quale 
nella Genealogialdegli Dei, par- 
lando di Eolo dice come alcuni 
al tempo suo credessero che in 
quella finzione di Eolo Virgilio 
avesse voluto figurare la ragione 
umana, che ha la sua sede in 
alto, cioè nel cervello : e che nei 
venti avesse voluto figurare gli 
appetiti che nell'antro dell'uman 
petto fanno tumulto : i quali, 
quando dalla ragione non sono 
più frenati traggono uomini e 
regni a ruina. E Giunone? Dallo 
stesso libro del Boccaccio si ap- 
prende che figurava la maggior 
potenza dell'aere, quella dei 
ben vani, delle ricchezze, degli 
onori, dei regni. Giunone sa- 
rebbe alcun che di simile a 
quella-figura della Fortuna che 
Dante fece spiegare a Virgilio 
stesso nel canto vii del suo 
Inferno. ' • 

Se egli aveva cosi concepito 
1' episodio di Giunone e d'Eolo, 
e questo in danno de' Troiani, 
poiché egli ha cura di dirci che 
ella era dea loro nemica, è facile 
capire che Dante intendeva come 
nell'episodio virgiliano parlas- 
sero, non già due persone vere, 
ma due figure di grandissima 
potenza nel mondo. 

Alcun che di simile fece poi 
Dante stesso nei canti xvi e xvn 



Xa Vita Nuova 



114 



LA VITA NUOVA 



e non solamente cose vere, ma cose non vere (cioè che 
detto hanno, di cose le quali non sono, che parlano, 
e detto che molti accidenti parlano, si come fossero 
sustanzie ed uomini) ; degno è lo dicitore per rima di 
fare lo somigliante, ma non senza ragione alcuna, ma 
con ragione, la quale poi sia possibile d' aprire per 
prosa. Che li poeti abbiano cosi parlato, come detto è, 
appare per Virgilio; il quale dice che Griuno, cioè una 
dea nemica dei Troiani, parlò ad Eolo signore delli 
venti, quivi nel primo dell' Eneida : Aeoìe, namqiie Ubi, 
e che questo signore le rispose quivi: Tiius, o regina, 
quid optes explorare labor ; mihi jussa capessere fas est. 
Per questo medesimo poeta parla la cosa che non è 
animata alle cose animate nel terzo delVUneida, quivi: 
Dardanidae duri. Per Lucano parla la cosa animata 



dell' inferno, nell' episodio di 
Virgilio (l'umana ragione) e di 
CJerione (la frode). 

Parlano dunque, secondo Dan- 
te, nel i dell'Eneide cose inani- 
mate, le quali però dal poeta 
cristiano eran credute operanti 
secondo una legge ab aeterno 
stabilita, e secondo una vo- 
lontà a cui esse potenze ubbi- 
dissero. 

Un' altra gran potenza pure 
inanimata, lebo, o il Sole, parla 
ad esseri animati, ai Dardanidi, 
nel ni dell' Eneide stessa. 

Poi è il poeta Lucano, cosa 
animata, dice Dante, che parla 
a cosa inanimata, Roma'. 

Poi è ancora la cosa animata, 
l'uomo (e qui è Orazio che ri- 
pcte cosa detta da Omero) che 
parla alla sua stessa poesia, alla 
sua scienza, dice Dante, alla 
.Musa insomma. 

In Une è la personificazione 
d'Amore clie paria, e ciò nel 
passo citato d'Ovidio. Ouest'ul- 
t ime» esempio concorda in modo 
all'alto speciale con quello che 
Dante ha dello d'Amore nel ca- 
pitolo xxiv della Vita Nuova. 



Ma mi pare che nel presente 
capitolo xxv, avendo Dante pre- 
sentato esempi di figure e di 
colori retorici, non abbia sola- 
mente inteso di giustificare per 
quelle e per questi il rimatore 
volgare se adopera colori, come 
questo dell'amore personificato; 
ma anche se adopera belle e 
grandi figure, simili alla virgi- 
liana di liiunone e di Eolo. Nel 
secreto della sua coscienza di 
poeta doveva forse essere il de- 
siderio di giustificare anche la 
grande figurazione, da lui chia- 
mata imaginamone, della morte 
dolorosamente presentita della 
sua fede religiosa. Si fatte giu- 
stificazioni, se nella poesia amo- 
rosa dovevano parere oppor- 
tune a cagione della novità 
dell'uso del volgare, Dante do- 
veva pensare che fossero del 
tutto necessarie in una maniera 
cosi nuova di poesia, la quale 
si volgeva a rappresentare un 
fatto assai grave dell'anima, il 
dramma intimo, e per un cre- 
dente d'allora tragico, del dile- 
guarsi e del morire della fede 
religiosa. 



PARTE SECONDA 115 

alla cosa inanimata, quivi: Multum, Roma, tamen debes 
civilibus armis. Per Orazio parla l'uomo alla sua scienza 
medesima, si come ad altra persona; e non solamente 
sono parole d' Orazio, ma dicele quasi recitando lo modo 
del buono Omero, quivi nella sua Poetria : Die mihi, 
Musa, virum. Per Ovidio parla Amore si come se fosse 
persona umana, nel principio del libro che ha nome Re- 
medio d'Amore^ quivi: Bella mihi, video, bella parantur, 
alt. E per questo puote essere manifesto a chi dubita 
in alcuna parte di questo mio libello. E acciò che non 
ne pigli alcuna baldanza persona grossa, dico che ne li 
poeti parlano cosi senza ragione, ne quelli che rimano 
deono parlare cosi, non avendo alcuno ragionamento 
in loro di quello che dicono ; però che grande vergogna 
sarebbe a colui che rimasse cosa sotto vesta di figura 
o di colore retorico, e poscia, domandato, non sapesse 
denudare le sue parole da cotale vesta, in guisa che 
avessero verace intendimento. E questo mio primo 
amico ed io ne sapemo bene di quelli che cosi rimano 
stoltamente. 



XXYI. 



Questa gentilissima donna, di cui ragionato è nelle 
precedenti parole, venne in tanta grazia delle genti, 
che quando passava per via, le persone correano per 
vederla 1 ; onde mirabile letizia me ne giungea. E quando 



Giosuè Carducci il 7 marzo 1871 
incominciava la sua lezione con 
queste parole : « Usciamo dal 
ginepraio scolastico. Ora. con 
un passaggio assai rapido e sor- 
prendente, come chi, passando 
per le Alpi, dal Tirolo vede la 
terra italiana, veniamo al più 
bel sonetto di Dante e, secondo 
alcuni, di tutta l' italiana lette- 
ratura. Osservisi il modo nuovo; 
osservisi il poeta che sente il 
suo tempo e ne respira 1' aria 
libera. Egli mette i suoi perso- 
naggi in mezzo al popolo : la 
sua Beatrice passa per la via ; e 
la gente corre a vederla come 
una nuova meraviglia. Quelli 
che in in i rara no, dice Dante, 
comprendevano in loro min dofc 
cesea intesta' e soave, tanto che 
ridire un 7 sapevano. La prosa 
coire piena, semplice ed alata : 
è musica che vola. Basta leggere 
per comprendere tutto con la 
mente e col cuore ». 

1. quando passava per via, le 
persone correano per vederla - 
Dopo il gran successo eli' ebbe 
in l'i i-enze, e fuori, La canzone 
binine die avete, e dopo forse 
qiialch'altra rima, e specialmente 
il sonetto Negli ocelli porta In 
min donna Amore, si doveva 
certo parlare in Firenze «li Bice 



figliuola di Folco Portinari. come 
di una divina meraviglia quanto 
a bellezza esteriore e quanto a 
perfezione d'anima. Onde, dopo 
la sventura della morte del padre] 
avvenuta l'ultimo di : dell';anno 
1289, e forse dopo il seguente 
tristissimo inverno, quando, in 
primavera, ella cominciò a uscire 
e a mostrarsi per le vie di Fi- 
renze, tutti erano desiderosi certo 
di vederla per ammirare il cosi 
ben cantato portento. Dante si 
compiacque di questo correre 
delle persone per vederla, com'e- 
gli dice nella sua prosa; perché 
sentiva forse avverarsi quel che 
era in fondo all'anima, il suo de- 
siderio che Beatrice fosse tenuta 
per una cosa venuta Di cielo 
in terra n mimeol mostrare. 

Anche qui per altro è da cre- 
dere che tutto questo egli abbia 
stabilito nella mente sua, forse 
anclie pensato la prima volta. 
solo quando, scorsi circa dieci 
anni dalla morte di Beatrice, egli 
compose la prosa della Viln 
Nuova ; e. come ha fatto altre 
volte, abbia trasportato ;P suoi 
sentimenti e pensieri al tempo 
della composizione delle sue ri- 
me. Certamente nersonetto non 
è-neppur un cenno di "questo 
accorrere della gente a veder 
Beatrice. 



PARTE SECONDA 



117 



ella fosse presso d' alcuno, tanta onestà giungea nel 
cuore di quello 2 , che non ardia di levare gli occhi,' né 
di rispondere al suo saluto ; e di questo molti, si come 
esperti, mi potrebbero testimoniare a chi no '1 credesse. 
Ella coronata e vestita d' umiltà s' andava, nulla gloria 
mostrando di ciò eh' ella vedea e udia. Diceano molti, 
poi che passata era : « Questa non è femina, anzi è 
uno de' bellissimi angeli del cielo ». Ed altri diceano : 
« Questa è una meraviglia ; che benedetto sia lo Signore 
che si mirabilmente sa adoperare ! » Io dico eh' ella si 
mostrava si gentile e si piena di tutti i piaceri 3 , che 
quelli che la miravano comprendevano in loro 4 una dol- 
cezza onesta e soave 5 , tanto che ridire no '1 sapevano ; 
ne alcuno era lo quale potesse mirar lei, che nel prin- 
cipio non 6 gli convenisse sospirare. Queste e più mi- 
rabili cose da r lei procedeano virtuosamente 7 . Onde io 



2. tanta onestà giungea nel cuore 
di quello - Equivale^ dire : tanto 
sentimento di riverenza gli ve- 
niva in cuore, che ecc. La pa- 
rola onestà, oltre il senso che ha 
poi conservato, non di rado signi- 
ficò sentimento di riverenza. 
Dante stesso nel Convito (iv, 8) 
parlando della reverenza dice 
che è bellezza d'onestà, la qual 
espressione vale quanto one- 
stà bella, secondo quel modo di 
cui già toccammo nella nota 7 del 
capitolo xi. Dal che mi pare che 
si possa ben concludere che one- 
stà è voce adoperata qui addi- 
rittura per riverenza. 

3. si piena di tutti i piaceri - 
Il vocabolo piacere è qui nel 
senso di bellezza piacente, di 
dote piacevole e gentile. Car- 
ducci. 

4. comprendevano in loro - Molto 
bello è questo verbo compren- 
devano. Oggi si direbbe acco- 
glievano, ma non pienamente 
secondo il pensiero di Dante : 
comprendere fa sentire l' ab- 
bracciare nel cuore. 



5. una dolcezza onesta ecc. - 
L' aggettivo onesto, femminile 
onesta, che troveremo anche nel 
1.° verso del sonetto seguente, 
significa in generale che è pieno 
d'onore e di dignità, ma può 
significare anche, come partico- 
larmente qui, die è conforme a 
virtù, ad onestà. In somma vuol 
dire il poeta che coloro i quali 
miravano la gran bellezza di 
Beatrice non accoglievano in sé, 
non sentivan dentro, dolcezza 
che fosse d' amore sensuale e 
però inonesta, ma una dolcezza 
tutta diversa, conforme appunto 
a virtù, cioè, come dice, onesta. 
L' aggettivo soave poi significa, 
come spiega Dante stesso nel 
Convito, n, vili, piacente, di- 
lettoso. 

6. che .... non - Modo frequente 
negli antichi e nell'uso popolare, 
equivalehte del tutto a senza 
che, come neli' ultimo verso del 
sonetto Vede perfettamente ecc. 

7. virtuosamente - Cioè per una 
virtù, per una forza, eh' era 
in lei. 



118 



LA VITA NUOVA 



pensando a ciò, volendo ripigliare lo stile della sua 
loda 8 proposi di dire parole, nelle quali dessi ad inten- 
dere delle sue mirabili ed eccellenti operazioni 9 ; acciò 
che non pur coloro che la poteano sensibilmente vedere, 
ma gli altri sappiano di lei quello che per le parole ne 
posso fare intendere. Allora dissi questo sonetto : 



8. volendo ripigliare lo stile 
della sua loda - Tutti i commen- 
tatori che spiegano il passo, lo 
spiegano assai facilmente, facen- 
do notare che Dante aveva do- 
vuto metter da parte lo stile della 
loda di Beatrice a fine di dare 
la spiegazione della personifica- 
zione d'amore. Insomma, secondo 
essi, la lode di Beatrice è stata 
interrotta dal capitolo xxv, e 
ora la si ripiglia. 

Anche qui debbo accusare i 
commentatori della Vita Nuova 
di non aver fatto la necessaria 
distinzione della prosa dalle ri- 
me. E cosi non hanno visto che, 
quando Dante pensò di comporre 
il sonetto Tanto gentile e tanto 
onesta parerei' ripigliar la lode 
di Beatrice, V interruzione del 
capitolo xxv non esisteva affatto. 
Tutta la prosa della Vita Nuova 
fu scritta dopo la mòrte della 
donna (e qui non e' è questione): 
s' ha dunque da credere che 
Dante scrivesse dopo la morte 
di lei anche il sonetto? Ciò è 
del tutto inverosimile. 

Del resto l' interruzione delle 
rime in lode di Beatrice avvenne, 
e per ben diversa cagione da 
quella che asseriscono i commen- 
tatori : avvenne, voglio dire, per 
il luttuoso fatto della morte di 
Folco Porti nari ; per la qual 
morte ben altre rime che liete 
di lode delle virtù di madonna 
furono composte dal buon rima- 
tore innamorato. Passarono cer- 



tamente tutti i primi tre, o forse 
quattro, mesi dell' anno 1290, 
prima che, a cagione della ma- 
lattia sofferta da lui, del lutto e 
del chiuso morbo di lei, potesse 
avvenire alcun incontro novello. 
Ma risanato esso, e riavutasi al- 
quanto la donna, un giorno egli 
vide tnon na\ T « ima e poco appres- 
so per la medesima via monna 
Bice. E ne scrisse il sonetto xiv, 
il quale non è certo del numero 
di quelle rime le quali Dante 
compose con intendimento che 
fossero pura loda della sua don- 
na, e che dovevano essere sol- 
tanto descrittive delle qualità e 
delle virtù di lei. Queste cosi 
fatte rime ricominciano solo dal 
sonetto xv eh' è il primo dei due 
di questo capitolo xxvi *. 

9. operazioni - S' ha da inten- 
dere ciò che quella onesta bel- 
lezza operava nell'animo altrui. 
Carducci. 

Nella sua lezione del 7 marzo 
1871 Giosuè Carducci a questo 
punto, con parole certo migliori 
delle mie, diceva: « La prosa di 
questo capitolo è per sé stupen- 
da; ma vediamo quale sia la 
poesia, vediamo quel che 1' arte 
sa aggiungere a cosi gentile e 
mirabile concezione. Molte volte 
è stato detto che la lingua ita- 
liana è la più musicale delle 
lingue viventi. Ma, quando fu 
detto questo in rispetto alla 
poesia del Metastasio e del Tasso, 



Su ]' Interpretazione di questo passo io pubblicai un articolo noi Fanfulla 
dàlia Domenica del giorno 19 ottobre 1002: il quale articolo fu poi riassunto in 
una nota del suo Commento alla Vita Nuova da Giovanni Melodia (Milano, 
\ ' alluni i, 1905). 



PARTE SECONDA 119 



[Sonetto XV.] 

Tanto gentile e tanto onesta pare 

la donna mia, quand" ella altrui saluta, 

eh' ogni lingua divien tremando muta, 

e gli occhi non ardiscon di guardare 10 . 

• 
Ella se n" va, sentendosi laudare, 

benignamente d' umiltà vestuta 11 ; 

e par che sia una cosa venuta 

di cielo in terra a miracoi mostrare. 

Mostrasi 12 si piacente a chi la mira, 

che dà per gli occhi una dolcezza al core, 
che intender non la può chi non la prova. 

E par che della sua labbia si mova 
un spirito soave pien d' amore, 
che va dicendo all' anima : Sospira. 

Questo sonetto è si piano ad intendere, per quello 
che narrato è dinnanzi, che non abbisogna d' alcuna 
divisione ; e però lasciando lui, dico che questa mia 
donna venne in tanta grazia, che non solamente ella 



si giudicò leggermente ; perché 11. benignamente d' nudità ve- 

qualche cosa di più musicale è stuta - 11 verso dev' essere ordi- 

nella poesia di Dante. Il pen- nato cosi : vestita d' umiltà in 

siero e l'affetto si sposano al modo benigno. La locuzione ve- 

suono e producono un' armonia stita d' umiltà equivale a dire 

ineffabile ». Disse ancora che che ha perfettissimo V abito 

questo sonetto non si può ana- della umiltà, cioè della bontà 

lizzare e che bisogna sentirlo, d' anima sommessa ai voleri 

tanto che Dante stesso ha ere- divini. A questo si congiunge 

duto inopportuno di farvi la sua 1' aspetto benigno, 1' aspetto di 

solita chiosa scolastica. chi è sempre disposto a giovare 

altrui ; che tale è il significato 

10. e gli occhi non ardiscon di preciso dell' aggettivo benigno. 

guardare - In prosa ha detto 12. Mostrasi - Ripete subito qui 

« egli non ardia di levare gli nel principio del verso nono il 

occhi ». Quel levare gli occhi è verbo mostrare che ha usato 

molto belio, ma assai più è nel nel verso antecedente ; e ciò 

sonetto quel non ardiscon di control la pedanteria moderna, 

guardare, sebbene sia di senti- che non vorrebbe che si ripetes- 

mento più umile, o forse per sero paiole a breve distanza, 

questo. Carducci. Carducci, 



120 LA VITA NUOVA 

era onorata e laudata, ma per lei erano onorate e lau- 
date molte. Ond' io veggendo ciò e volendolo manifestare 
a chi ciò non vedea, proposi anche di dire parole 13 nelle 
quali ciò fosse significato : e dissi allora questo sonetto, 
lo quale narra di lei come la sua virtù adoperava nelle 

altre. 

• 

[Sonetto XVI. | 

Vede perfettamente ogni salute 

chi la mia donna tra le donne vede ; 
quelle che vanno con lei son tenute 14 
di bella grazia a Dio render mercede 15 ; 

e sua beliate è di tanta virtute, 

che nulla invidia all' altre ne procede, 
anzi le face andar seco vestute 
di gentilezza, d' amore e di fede. 

La vista sua fa ogni cosa umile, 
e non fa sola sé parer piacente 16 , 
ma ciascuna per lei riceve onore. 



13. proposi anche di dire parole tini ; poiché la costruzione rego- 
- È stato già notato quell'acche lare sarebbe : « Sono tenute di 
in senso di nuovamente. rendere a, Dio mercede di bella 

14. quelle che vanno con lei son grazia ». È una di quelle inver- 
tennte - Il Carducci, seguendo la sioni che Dante sapeva fare stu- 
lezione vulgata, leggeva Quelle pendamente. Carducci. 

che van con lei sono tenute; 16. e non fa sola sé parer pia- 
ma osservava: « I codici antichi cente - La sua presenza è di lai 
leggono Quelle che vanno con contegno, vuol dire il poeta, che, 
lei sono temete, onde s' aA r rebbe sebbene sia più bella delle altre, 
una sillaba di più che la misura non fa comparir queste meno 
del verso non consente. Ma questa piacevoli; anzi accresce lo splen- 
variante darebbe facoltà di leg- dorè della loro bellezza e della 
gere anche in altra maniera, cioè loro virtù. 
Quelle che ranno con lei son Tutto è detto molto elegante- 
tenute, verso assai rotto, ma mente, ma di una eleganza sem- 
tutto dantesco »*. plice e schietta: non v'ha nulla 

15. di bella grazia a Dio render di imbellettato. Carducci. 
mercede - Il di serve qui a due 

* E cosi appunto hanno lotto il Casini e poi il Éarhi. 



PARTE SECONDA 121 

Ed è negli atti suoi tanto gentile, 

che nessun la si può recare a mente, 
che non sospiri 17 in dolcezza d'amore. 

Questo sonetto ha tre parti ; nella prima dico tra 
he gente questa donna più mirabile parea ; nella se- 
onda dico si com'era graziosa la sua compagnia; nella 
srza dico di quelle cose che virtuosamente operava in 
ltrui. La seconda parte comincia quivi: Quelle che vanno; 
i terza quivi : E sua beliate. Questa ultima parte si 
ivide in tre : nella prima dico quello che operava nelle 
onne, cioè per loro medesime ; nella seconda dico 
uello che operava in loro per altrui ; nella terza dico 
ome non solamente nelle donne, ma in tutte le persone, 
non solamente la sua presenza, ma, ricordandosi di 
ù, mirabilmente operava. La seconda comincia quivi: 
m vista sua ; la terza quivi : Ed è negli atti suoi. 



J17. che non sospiri ecc. - Equi- come si disse nella nota 6 di 
le a senso, che sospiri ecc., questo medesimo capitolo. 



XXVII. 



Appresso ciò, cominciai a pensare un giorno sopri 
quello che detto avea della mia donna, cioè in quesl 
due sonetti precedenti; e veggendo nel mio pensier 
che io non avea detto di quello che al presente temp 
adoperava in me, pareami difettivamente avere pai 
lato 1 ; e però proposi di dire parole, nelle quali i 
dicessi come mi parea essere disposto alla sua operi 
zione, e come operava in me la sua virtude. E no 
credendo potere ciò narrare in brevitade di sonetto 
cominciai allora una canzone, la qual comincia: 

[Stanza] 

Si lungamente m'ha tenuto Amore, 
e costumato alla sua signoria, 
che si com'egli m'era forte in pria 3 , 



1. pareami difettivamente avere stanza; perché l'opera minteti, 

parlato - Apparisce che inten- rotta dalla morte della donna, la 

zione del gentile rimatore fosse % in brevitade di sonetto - Al il 

stata di continuare la lode di biamo anche qui quel modo, il 

Beatrice, cantando tre cose di Dante assai frequente, che ai E 

lei: 1.° quel che operava in chi liiamo già pili volte notato; pi 

la vedeva, e ciò fece nel sonetto cui si fa diventar nome astrai 

Tanto gentile ecc.; 2.° quel che quel che dovrebb' essere aggé 



la virili di lei operava nelle tivo, e il nome principale si ) 

donne, e questo spiegò nel so- dipendere dall' astratto in toni I 

netto Vede perfettamente ecc.; di complemento di specitìcazion 5. 

3.° si proponeva di far intendere Dunque ha detto in brevitm\ 

quel che operava nel presente di sonetto invece di dire in I 

tempo in lui. Pare che questa breve sonetto. Cosi già vedemi 

ultima parte non potesse, per (cap. xi) lo tremore degli tm\ 

la estensione sua, essere conte- ocelli per i miei occhi Iremn 

nnta in un breve sonetto; per ed altri esempi, 
la qua! cosa il rimatore inco- 3. si com'egli m'era forte 

m inciò una canzone. Ma di que- pria ecc. - Pare di qui che 

sta non scrisse che la prima poeta oramai si compiacesse t b 



PARTE SECONDA 



123 



cosi mi sta soave ora nel core. 
Però quando mi toglie si '1 valore, 
che li spiriti par che fuggan via, 
allor sente la frale anima mia 
tanta dolcezza, che '1 viso ne smore, 
poi prende 4 Amore in me tanta virtute, 
che fa li spirti miei gire parlando; 
ed escon fuor chiamando 
la donna mia, per darmi 5 vpiù salute. 
Questo m'avviene ovunque ella mi vede, 
e si è cosa umil 6 , che non si crede. 



i pensando che queir amore il 

mie nel tempo passato gli era 

ato forte, cioè difficile e peri- 

iloso a cagione del grave tur- 

imento che provava in presenza 

Sila donna, ora invece gli stava 

j)lce e sereno nel cuore. 

ì. poi prende ecc. - Il poi è 

r poiché, del qual uso molti 

«io gli esempi. 

|5. per darmi ecc. - Equivale ad 

finché mi dia ecc. 

6. e si è cosa umil - Cioè questa 

cosci di tanta perfezione spi- 

tuale ecc. 

Questa è l' unica delle rime 
ìlla Vita nuova senza la divi- 
oìie e senza che neppure sia 
Ma la ragione, siccome ha fatto 



altre volte l'Allighieri, del man- 
camento di essa. Può appagarci il 
pensiero che egli non avrebbe 
potuto far divisione che di una 
stanza, e che ciò lo avrebbe ob- 
bligato forse a dir quello che 
non aveva scritto ? ; oppure l' in- 
namorato mistico rimatore ha 
voluto un distacco veramente 
deciso e netto fra i pensieri 
dell'amore e quelli della morte? 
Si consideri di pivi che le rime 
precedenti alla morte di Bea- 
trice hanno la divisione dopo, 
quelle susseguenti, come vedre- 
mo (e Dante ce ne dirà ben la ra- 
gione) l'hanno innanzi; questa 
che è composizione proprio del 
momento di essa morte non l'ha 
né innanzi né dopo. 



XXVIII. 



Quomodo sedet 1 sola civitas piena populo! facta e>\ 
quasi vidua domina gentium. Io era nel proponiment 
ancora di questa canzone, e compiuta n'avea questi 
soprascritta stanza, quando lo signore della giustizi 
chiamò questa gentilissima a gloriare sotto l'insegna e 
quella reina benedetta Maria 2 , lo cui nome fu in grai 
dissima reverenza nelle parole di questa Beatrice beati 
E avvegna che forse piacerebbe a presente trattar 
alquanto della sua partita da noi, non è lo mio intend 
mento di tiattarne qui per tre ragioni 3 : la prima si 



1. Quomodo sedet etc. - Questo 
capitolo incomincia con alcune 
parole della prima delle lamen- 
tazioni di Geremia. Dante consi- 
dera cosi vedova e dispogliata 
(ì'(H/nl dignità de la città rimasta 
priva di tanta meraviglia e per- 
fezione spirituale. Se noi pen- 
siamo die il presente capitolo, 
siccome tutta la prosa, è stato 
scritto quando Beatrice era già. 
per Dante una potenza alta del 
cielo, da Dio concessa breve- 
mente alla terra e soprattutto a 
cagione di lui che era destinalo 
a riformare i costumi e la vita 
del mondo e che, solo, dopo 
Ènea e dopo San Paolo, avrebbe 
avuto l'altissimo privilegio di 
visitare i regni dell'oltretomba, 
non mi pare che abbiamo ragione 
alcuna di stupirci. 

2. ìi gloriare sotto l'insegna di 
quellu reina benedetta Maria ecc. 
- Nel canto xxxii del Paradiso 
appare manifestamente che Ma- 
ria è nel sommo giro, ne" primi 






sedi; ne' secondi sedi a pie t 
lei è Eva; ne' terzi sotto Mai 
ed Eva, nella stessa linea, siec 
Rachele e accanto Beatrice. Caj 
ducgi. 

3. non è, lo mio intendimento I 
trattarne qui per tre ragioni - 
trattare (si noti il verbo solenn 
di Beatrice partita per il sii 
regno a gloriare accanto a R,' 
chele, piacerebbe a Dante. Egxj 
per altro dice che non ha inte; 
dimento di farlo per tre ragion 
la prima è che nel proemio (eh 
annuncio della contenenza d 
libro) egli ha promesso soltan 
ciò che dice la rubrica Incfy I 
vita nova, incomincia vita mi 
va, cioè ninnolare, o unica, 
chi per opera di Beatrice rivj 
lerà al mondo ogni suo male 
mostrerà la strada del ritor 
al bene, alla perfezione mora I 
e civile. Incipit: grandissimi 
parte sarà soggetto di altro libi) 
della Con/media. Nella 17 
Nuova Beatrice è solamente 



li 



% 



PARTE SECONDA 



125 



ne ciò non è del presente proposito, se volemo guar- 
lare nel proemio, che precede questo libello, la seconda 
L è che, poste che fosse del presente proposito, ancora 
on sarebbe sufficiente la mia lingua a trattare, come 
[ converrebbe, di ciò; la terza si è che, posto che fosse 
uno e l'altro, non è convenevole a me trattare di ciò, 
er quello che, trattando, converrebbe esser me laudatore 
i me medesimo, la qual cosa è al postutto biasimevole 
chi lo fa; e però lascio cotale trattato ad altro chiosa- 
lire. Tuttavia 4 , perché molte volte lo numero del nove 



mna che, perfettissima di corpo 
d'anima, perfettissima di vita, 

fa degna di quello che sarà 
ai nella Commedia. Per ciò il 
mite estremo del libro della 
ita Nuova in quanto alla lode 

Beatrice doveva necessaria- 
lente essere la notizia della, 
lorte di lei con tutto quel mi- 
icismo del numero nòve che 
jdremo nel seguente capitolo ; 
è poteva essere la trattazione 

ciò eh' ella fosse divenuta 
irtendosi di tra noi per levarsi 
Ila sua grande gloria. 
Questa prima ragione è avva- 
irata e, quasi dico, dimostrata 
ira dalla seconda. Dice Dante: 
la seconda si è che, posto che 
>sse del presente proposito, an- 
)ra non sarebbe sufficiente la 
ila lingua a trattare, come si 
mverrebbe, di ciò ». Il che vuol 
ire in sostanza che, volendo 
ur far entrare nella Vita Ntiova 
i trattazione di Beatrice quale 
otenza grande celeste e inter- 
ìditrice della salute morale (o 
■ligiosa) e civile di Dante, dei- 
uomo, egli al presente tempo 
on si sentirebbe ancora in grado 
L farlo, mancandogli troppa e 
ecessaria dottrina a tal uopo, 
uesto confermerà nel capitolo 
ltimo assai chiaramente. 
La terza ragione per cui il 
)datore della bellezza e delle 
irtù della sua donna non in- 



tende qui, mediante una can- 
zone o altro modo, di trattare di 
lei in cielo è che, se lo facesse, 
dovrebbe far cosa biasimevole 
in quanto che' egli poeta rap- 
presenterebbe la sua donna in 
uno de' più alti seggi, non ancora 
come celestiale virtù di sapienza 
divina, ma soltanto come sua 
amata donna, presso Maria e 
accanto a Rachele, tutta intesa 
alla salute di lui e a compia- 
cersi con gli altri beati d' essere 
stata da lui tanto esaltata con 
stupendi carmi. Con che egli 
verrebbe a lodare moltissimo 
se stesso. E per ciò dice che 
lascia cotale trattato ad altro 
chiosatore. Chi è questi? Par 
certo che sia Gino da Pistoia ; 
il quale scrisse una bella can- 
zone in morte di Beatrice, ma 
certo assai dopo il 1290, una 
canzone che finisce con i se- 
guenti versi : 

Lassù parla di voi con quei beati 
e dice loro .- « In itientre eh' io fui 
nel inondo, ricevetti onor da lui 
laudando ine ne' suoi detti laudati » ,■ 
e prega Iddio lor signor verace 
che vi conforte si come a voi piace. 

4. Tuttavia - Questo tuttavia 
ci avverte che l'Autore intende 
di fare un po' d' eccezione a quel 
che ha detto dianzi, e sta a in- 
dicare, che, non ostante la vo- 
lontà ferma di non dire della 



126 



LA VITA NUOVA 



ha preso luogo tra le parole dinnanzi, onde pare che si 
non senza ragione, e nella sua partita cotale nunier 
pare che avesse molto luogo, conviensi qui dire alcun 
cosa, acciò che pare al proposito convenirsi. Onde prim 
dirò come ebbe luogo nella sua partita, e poi n' ass( 
gnerò alcuna ragione, per che questo numero fu a k 
cotanto amico. 



condizione privilegiata di Bea- 
trice, superiore a quella di ogni 
altra umana creatura del pre- 
sente tempo, dirà cosa che la 
dimostrerà opera diretta di Dio; 
onde un giorno sarà ben chiaro 
comi' poco ella si differenzi] dalle 
Creature più perfette, quali Ma- 
ria, Eva, Lucia, Rachele. E, poi- 
ché questo ha già certa rela- 
zione con l'essere di lei in pa- 
radiso, si può dire die un poco 



esce fuori del limite preseri tt B 
dalla rubrica Incipit ritti nom\ 

Ma il poeta non dirà ora eh 
la sua donna sia già per lui I 
scienza delle scienze (poggiant 
sul complesso delle nove scienzt 
onde forse la ragione più sotti} 
del nove, accennata nella linfi 
del capitolo seguente) la sci enz 
beatrice della sua mente. Questi^ 
appartiene del tutto al seguii | 
della gran lode,, alla Commedii 



XXIX. 



Io dico che, secondo l' usanza d'Arabia, 1' anima sua 
obilissima si parti nella prima ora del nono giorno 
el mese ; e secondo 1' usanza di Siria, ella si parti nel 
ono mese dell' anno, però che il primo mese è ivi 
Isirin primo, lo quale è a noi Ottobre. E secondo 
usanza nostra, ella si parti in quello anno della nostra 
idizione, cioè degli anni Domini, in cui lo perfetto 
umero era compiuto nove volte in quello centinaio 
el quale in questo mondo ella fn posta, ed ella fu 
e' cristiani del terzodecimo centinaio. Perché questo 
[umero fosse in tanto amico di lei, questo potrebbe 
£sere una ragione, con ciò sia cosa che, secondo Tolomeo 
I secondo la cristiana veritade, nove siano li cieli che 
1 muovono, e secondo comune opinione astrologa li 
letti cieli adoperino qua giuso secondo la loro abitudine 
tisieme * ; questo numero fu amico di lei per dare a 
itendere che nella sua generazione tutti e nove li 
lobili cieli perfettissimamente s'aveano insieme. Questa 
una ragione di ciò;' ma più sottilmente pensando, e 
scondo la infallibile verità, questo numero fu ella mede- 
Ima ; per similitudine dico, e ciò intendo cosi. Lo numero 
lei tre è la radice del nove, però che senza numero 



1. secondo la loro abitudine in- Ego taincpiam centrimi circuii, 
eme - La parola abitudine è cui simili modo se luibent Gir- 
ane astratto da ìiabere se nel cnmferentiae partes. In questo 
snso di essere in rapporto geo- capitolo xxix più sotto si legge 
etrico o astronomico o altro. tutti e nove li utobili cieli per- 
& vedemmo nel capitolo xn: fettissimamente s'aveano insieme. 



128 LA VITA NUOVA 

altro alcuno, per se medesimo fa nove, si come vedem 
manifestamente che tre via tre fa nove. Dunque s 
il tre è fattore per se medesimo del nove, e cosi i 
fattore de' miracoli è tre, cioè Padre, Figliuolo e Spirit 
santo, li quali sono tre ed uno, questa donna fu accon 
pagnata da questo numero del nove 2 a dare ad intender 
eli' ella era un nove, cioè uno miracolo, la cui radic 
è solamente la mirabile Trinitade. Forse ancora per pi 
sottile persona si vedrebbe in ciò più sottile ragione 3 
ma questa è quella eh' io ne veggio, e che pili mi piac( 



2. dii questo numero del nove - Roma. 11 Firenzuola disse / 

Oggi diremmo da (/nesto numero /risia della volge, il sempm 

iioee. In molti casi di apposi- dell'istrice, e sim. Vedi andò 

zione i nostri antichi usarono L'ultima linea a pag. 125. 

di frammettere la preposizione 3. più sottile ragione - Noi l'ai 

ài (senza o con l'articolo), come biamo accennata nelle ultin 

■ inchc oggi sì dice, ad esempio, parole della nota 4 posta ; 

il nome di Pietro, la città ili capitolo xxvni. 



XXX. 



Poi che la gentilissima donna fu partita da questo 
secolo 1 J rimase tutta la sopradetta cittade quasi vedova 
e dispogliata di ogni dignitade; onde io, ancora lagri- 
mando in questa desolata cittade, scrissi a' principi della 
terra 2 alquanto della sua condizione, pigliando quello 
cominciamento di Greremia profeta che dice : Quomodo 
sedei sola. E questo dico, acciò che altri non si mara- 
vigli perché io l' abbia allegato di sopra, quasi come 
entrata della nova materia che appresso viene. E se 
alcuno volesse me riprendere di ciò, ch'io non scrivo 
qui le parole che seguitano a quelle allegate, scusomene, 
però che lo intendimento mio non fu dal principio di 
scrivere altro che per volgare: onde, con ciò sia cosa 
che le parole che seguitano a quelle che sono allegate 
siano tutte latine, sarebbe fuori del mio intendimento 
se le scrivessi ; e simile intenzione so eh' ebbe 3 questo 
mio primo amico, a cui io ciò scrivo, ciò è eh' io gli 
scrivessi solamente in volgare. 



1. fu partita da questo secolo - e simile intensione (cioè che io 
Secolo senz' altro nel linguaggio non iscriva nessun capitolo in 
dei trecentisti, che lo presero lingua latina) so che ha questo 
dal Vangelo, significa il mondo. mio primo amico ? Nel 1292, o 
E già notammo questo ai capi- 93, o 94, o anche (come eia qual- 
toli n e vili. cuno s'arriva a concedere) nel 

2. scrissi a' principi della terra 1295 non era forse vivo e resi- 
- Intorno alla condizione a cui dente in Firenze Guido Caval- 
era ridotta la città, o la terra, canti ? E allora perché scrisse 
di Firenze per la morte di Bea- Dante so che ebbei Pare dunque 
tri ce vuol dire qui Dante che che queste parole siano state 
ne scrisse ai principali perso- scritte mentre Guido non era 
naggi della terra stessa. Alcuni più in Firenze, cioè dopo il 1.° 

Ser altro hanno inteso^ come il di maggio del 1300: ma quando 

ossetti, il Tommaseo e il Cantù, era vivo ancora; perché Dante 

che Dante scrivesse a' principi soggiunge a cui io ciò scrivo, 

del mondo. Carducci. che vuol dire per il quale io 

3. so eh' ebbe - Perché non dire: scrivo questo libro. 

La Vita Nuova 9 



XXXI. 






Poi che li miei occhi ebbero per alquanto tempo 
lagrimato, e tanto affaticati erano che non poteano di- 
sfogare la mia tristizia 1 , pensai di volere disfogarla con 
alquante parole dolorose; e però proposi di fare una 
canzone, nella quale piangendo ragionassi di lei, per 
cui tanto dolore era fatto distruggitore della mia anima; 
e cominciai allora una canzone, la qual comincia: Gli 
occhi dolenti per pietà del core. Ed acciò che questa 
canzone paia rimanere pili vedova dopo il suo fine 2 , la 
dividerò prima che io la scriva: e cotale modo terrò 
da qui innanzi. Io dico che questa cattivella canzone 3 
ha tre parti: la prima è proemio; nella seconda ragiono 
di lei; nella terza parlo alla canzone pietosamente. La 
seconda parte comincia quivi : Ita n' è Beatrice ; la terza 
quivi : Pietosa mia canzone. La prima parte si divide in 
tre: nella prima dico perché io mi muovo a dire; nella 
seconda dico a cui io voglio dire; nella terza dico di 
cui io voglio dire. La seconda comincia quivi : E perché 



1. non poteano disfogare la mia che preceda sempre la canzone 
tristizia - Vuol dire che gli occhi o il sonetto. La ragione è di 
non potevano più dare slogo alla quelle che hanno talora gì' in- 
tristezza, giacché erano tanto namorati e i mistici. Vuole con 
affaticati che non davan più la- questo far pensare al lettore che, 
crime, ti appunto nel terzo verso essendo per la morte di Beatrice 
della canzone dirà si che per ogni cosa rimasta vedova, anche 
r'niti son rimasi ornai. le poesie che gli verranno ora 

2. Ed acciò che questa canzone man mano sotto gli occhi do- 
pala rimanere più vedova dopo il vranno essere vedove, cioè noni 
suo line ecc. - Come fu detto accompagnate in line dalla chiosa 
nella nota posta alla fine del 3. questa cattivella canzone -j 
capitolo xxvn, da questo punto cattivello s'adoperò spesso dal 
innanzi la prosa esplicativa della nostri antichi siccome voce di) 
cosi detta divisione vuol Dante compassione e valeva misero. 11| 



PAETE SECONDA 131 

4 ricorda ; la terza quivi : E dicerò. Poscia, quando dico : 
la n' è Beatrice, ragiono di lei; e intorno a ciò fo due 
krti. Prima dico la cagione per che tolta ne fu ; appresso 
i.co come altri si piange della sua partita, e comincia 
aesta parte quivi : Partissi della stia. Questa parte si 
ivide in tre: nella prima dico^chi non la piange; nella 
ìconda dico chi la piange ; nella terza dico della mia 
indizione. La seconda comincia quivi: Ma vien tristizia 
voglia ; la terza quivi : Danno-mi angoscia. Poscia quando 
ico: Pietosa mia canzone, parlo a questa canzone disi- 
aandole a quali donne se ne vada, e steasi con loro. 

[Canzone III.] 

Gli occhi dolenti per pietà del core 
hanno di lagrimar sofferta pena 4 , 
si che per vinti son rimasi ornai. 
Ora, s'io voglio sfogar lo dolore, 
che a poco a poco alla morte mi mena, 
convienemi parlar traendo guai. 
E perché mi ricorda che io parlai 
della mia donna, mentre che vivia 5 , 



»eta nel licenziare la sua can- 4. hanno di lagrimar sofferta 

ine le dice: Pietosa mia can- pena - Abbiamo anche qui in 

me, or va piangendo. di lagrimar la espressione ellit- 
tica notata al capitolo xxn no- 

Nei primi sei versi della prima ta 18. Si sottintende a cagione. 

anza il poeta esprime quello Agli esempi li citati si può ag- 

te ha detto in principio di giungere il passo del Boccaccio 

lesto capitolo. Il Fraticelli ne in Decamerone, v, 4: « Ella non 

«coglie bene il senso cosi : ha in tutta notte trovato luogo 

Gli occhi, che per la compas- di caldo ». 

Òne del cuore si dolevano, 5. mentre che vivia - Vivia è 

^nno nel lagrimare sofferto terminazione provenzale della 

ma cosi grande, che ornai sono terza persona singolare dell'im- 

stati abbattuti. Ora, se io vo- perfetto dei verbi della seconda 

io sfogare il dolore che a poco pareggiati alla terza. Dante stesso 

poco mi conduce alla morte, nel sonetto Era venuta nella 

m posso più piangere, perché mente mia : « Vi trasse a ri- 

i occhi sono a questo impoten- guardar quel ch'io facia». Gino 

. ma convienmi parlare traendo da Pistoia nel sonetto lxxv della 

menti compassionevoli ». Tutta raccolta edita dal Barbèra l'ha 

[lesta prima stanza non è altro due volte : « Per lo fiso membrar 

le proemio, un po' lungo. Gar- che fatto avia » e « Che Amor 

[rcci. visibil veder mi paria ». Anche 



132 LA VITA NUOVA 

donne gentili, volontier con vui, 

non vo' parlare altrui, 

se non a cor gentil che in donna sia 6 ; 

e dicerò di lei piangendo, pui 

che si n'è gita in ciel subitamente 7 , 

e ha lasciato Amor meco dolente 8 . 

Ita n' è Beatrice, in l'alto cielo , 

nel reame ove gli angeli hanno pace 10 , 



il Petrarca, nel sonetto Sen- 
nuccio, io vo' che sappi ecc.: 
« Ardomi e struggo ancor coni' io 
solia » Carducci. 

6. se non a cor gentil che in 
donna sia - Il costrutto regolare 
sarebbe se non a donna che sia 
di cuore gentile. 

7. subitamente - Non credo che 
sia da spiegare col Casini per 
improfvisainente. Leggesse in- 
nanzi, come il Witte e il D'An- 
cona, se n'è gita in ciel, e allora 
s'avrebbe un senso abbastanza 
chiaro; ma col si non par pos- 
sibile il senso. In ogni modo se 
si accettasse il senso di improv- 
visamente, parrebbe quasi che 
non fosse dall'innamorato poeta 
preveduta e aspettata si fatta 
sciagura ; che anzi fin l' anno 
precedente Dante mostrò di pre- 
vederla, quando scrisse la famosa 
stanza seconda della canzone 
Donne che avete ecc. Anche nel 
sonetto i, secondo alcuni, diede 
a veder Dante di avere il pre- 
sentimento della morte non lon- 
tana di Beatrice. Certissimamente 
poi nella canzone Morte, per 
ch'io non trovo ecc., e nel so- 
netto Uri di se n' venne a me 
Malinconia (se è suo, come io 
credo) fece ben intendere che la 
sciagura era da lui aspettata. 
Io ritengo piuttosto che subita- 
mente voglia qui significare pre- 
stamente o troppo presto, o si- 
mile, come in questo luogo del 
Petrarca: « K i soavi sospiri e 
il dolce stile Che solea risonar 
in versi e in rime Volsi subita- 
mente in doglia e in pianto ». 



V. la sest. Mia benigna forttA 
ecc., st. l. a . 

8. e ha lasciato Amor meco d 
lente - E locuzione secondo 
consuetudine del linguaggio pò 
tico amoroso di quel tempo, 
significare e ha lasciato me q, 
innamorato e dolente. 

Nella seconda stanza il poe 
dice che Beatrice non fu tol 
da questo mondo per malata 
siccome avviene generalmen 
agli altri individui della spec 
umana; ma che la causa del 
sua morte fu la propria virt 
il cui splendore giunse fino a 
l' Empireo , tanto che Dio 
meravigliò e chiamolla a 
Quello che dice qui è in perfet 
corrispondenza con ciò che dis 
nella canzone Donne che are* 
intelletto d'amore, anzi è il ve' 
compimento della visione d 
scritta nella seconda stanzi 
« Angelo chiama in divino i 
telletto » Carducci. 

9. Ita n'è Beatrice, in l'alto eie 
- Questo ripigliare il pensie) 
già espresso nella fine de" 
stanza precedente è proprio a 
tificio dello stile giovanile 
Dante. Cosi nella canzone Doni 
che avete ecc. egli comincia 
terza stanza dicendo Madond 
r desiata in l'alto cielo, co 
già nota e chiarissima al letto! 
per quello eh' è spiegato nel 
stanza seconda. 

10. nel reame ove gli ang< 
hanno pace - Cioè nell'Empiri 
ove le intelligenze superio^ 



) 



PARTE SECONDA 



133 



e sta con loro; e voi, donne, ha lasciate: 

non la ci tolse qualità di gelo 

né di calore, come l'altre face, 

ma sola fu sua gran benignitate; 

che luce della sua umilitate 

passò li cieli con tanta virtute, 

che fé' maravigliar 1' eterno Sire, 

si che dolce disire 

lo giunse n £di chiamar tanta salute; 

e fella di qua giù a sé venire, 

perché vedea ch'està vita noiosa 

non era degna di si gentil cosa. 

Partissi della sua bella persona 12 
piena di grazia 13 l'anima gentile, 
ed èssi gloriosa in loco degno. 
Chi non la piange 14 , quando ne ragiona, 
core ha di pietra si malvagio e vile, 
ch'entrar non gli può spirito benegno 15 . 
Non è di cor villan si alto ingegno 16 , 
che possa imaginar di lei alquanto, 
e però non gli vien di pianger doglia 17 : 



pendo la mente tutta rivolta in 
io, eh' è verità assoluta, sono 
[magate sempre dal loro desi- 
ano di veder il vero. Con le 
itelligenze superiori sta ora 
eatrice. 

11. lo giunse - Significa qui 
> colse, lo prese. 

12. Partissi della sua bella per- 
ma - Persona vale corpo, sic- 
raie ne' bei versi (i quali qui 
ricordano) che pronuncia Fran- 
ìsca nelP Inferno (v, 100): « A- 
or che a cor gentil ratto s'ap- 
pende Prese costui della bella 
srsona Che mi fu tolta » Car- 
occi. 

13. piena di grazia - L'anima 
mtile della donna, vuol dire 
poeta, piena di grazia divina, 
ccome dicono i cristiani di Ma- 
a. grafia piena. 

14. Chi non la piange - Cioè 
n non piange al pensiero che 
mia perfezione non sia pili 
ìn noi. 



15. spirito benegno - Spirito 
equivale in questo luogo a sen- 
timento, come quando nell'i«- 
ferno (xiu, 35) Dante fa dire a 
un dannato Non hai tu spirto 
di pietade alcuno ? « Quanto a 
benegno, diceva il Carducci nella 
sua lezione del 18 marzo 1871, è 
da avvertire che non è licenza 
poetica: In questa come in altre 
parole la * dell'originale latino 
si è cambiata in e ; come da 
dignus si è fatto degno, da li- 
gnuni legno, da pignus pegno, 
cosi da benignus si è formato 
ne' primi tempi benegno ». 

16. Non è di cor villan si alto 
ingegno ecc. - Equivale a dire: 
non c'è uomo volgare, privo cioè 
d'ogni gentilezza, che abbia tanto 
d' ingegno da potersi figurare di 
lei solo qualche cosa; e questa 
è la ragione per la quale a lui 
non vien dolore e pianto. 

17. di pianger doglia - Signi- 
fica dolore lagrimoso. Quel di 






134 LA VITA NUOVA 

ma vien tristizia e voglia 
di sospirare e di morir di pianto, 
e d'ogni consolar l'anima spoglia 18 
chi vede 19 nel pensiero alcuna volta 
quale ella fu, e coni' ella n'è tolta. 

Dannomi angoscia li sospiri forte- , 
quando il pensiero nella mente grave 
mi reca quella che m'ha il cor diviso: 
e spesse fiate pensando alla morte, 



pianger è il complemento di 
specificazione o, se vogliam dire, 
il genitivo che tien luogo d'un 
aggettivo qualitativo ; come 
quando si disse, e si dice, per- 
sona o cosa di pregio, donna 
di. garbo, uomo d'onore. Gli 
antichi fecero di tal genitivo 
qualitativo assai più frequente 
uso che non facciamo noi. Nel 
Purgatorio (xxm, 55-57) Dante 
usò lo stesso modo con lo stesso 
significato dicendo: « La faccia 
tua, eh' io lagrimai già morta, 
Mi dà di pianger ino non minor 
doglia, Risposi lui, veggendola 
si torta ». 

18. e d' ogni consolar l' anima 
spoglia - Spaglia qui significa 
priva. Ed è metafora cara agli 
antichi rimatori, come nell'op- 
posto senso vestire. Dante nel 
Purgatorio (xxxi, 27): «... per- 
ché del passare innanzi Doves- 
siti cosi spogliar la spene » ; e 
il Petrarca (canz. Verdi panni 
ecc.): « .... come questa che mi 
spoglia D'arhitrio ». Carducci. 

19. chi vede ecc. - Non è co- 
struzione punto strana, come 
pare al Casini; anzi è famigliale 
ai nostri antichi: i quali ado- 
peravano chi seguito da un 
verbo in senso condizionale ; 
chi valeva quanto se alcuno. 
Cosi Guido Guinizelli nella can- 
zone Al cor gentil ecc. chiude 
la 5.' stanza con questi versi: 
Cosi dar lineria il vero 

in bella ih, min, che negli occhi splende 

del xml gentil talento, 

flii inni tin lei ubidir non ni disprende. 



Il qual passo ridotto in prò 
odierna vuol dire : « cosi la bel 
donna che negli occhi ha spie 
dorè a cagione della sua volon 
rivolta al bene vero, dovreb 
dare il vero (beato compimenti 
se alcuno mai non si distoglie d; 
l'ubbidirle ». Il Petrarca, nel 
canzone alla Vergine, disse : 1 
voco lei che ben sempre ruspo 
Cìd la chiamò con fede. Pere 
tutto il presente passo dal v 
al 42 s" ha da costruire e inte 
dere cosi: « Ma, se alcuno ve 
talvolta nel suo pensiero qua 
ella fu e come ora ci e tolta, \ 
vien tristezza e voglia di sosj 
rare e di morir di pianto p 
vando l'anima sua d'ogni co 
solazione ». 

20. Dannomi angoscia li sosp 
forte ecc. - Tutta la stanza ( 
si deve costruire e intende 
cosi: Quando il pensiero, ci 
l'operazione della mente, re 
entro questa, che è grave (dol 
rosa) l'imagine di colei che i 
ha diviso il cuore, i sosp 
uscendo con veemenza mi dan. 
angoscia. E spesse volte pe 
sando ch'ella è morta, mi vie 
un dolce desiderio di morire (pj 
essere ancora con lei), un de 
derio tanto dolce, che ne impj 
lidisco nel volto. Quando si fati 
lavoro della mia fantasia rivo! 
a sé l'essere mio tutto quant 
ecco che mi sento cosi assali 
da diverse pene, che mi riscuq 
a cagione del vivo dolore ; 
divento tale, che, vergognandoi 



LA VITA NUOVA 



135 



me ne viene un disio tanto soave, 

che mi tramuta lo color nel viso. 

Quando lo imaginar mi tien ben fiso, 

giungemi tanta pena d' ogni parte, 

eh' io mi riscuoto per dolor eh' i' sento ; 

e si fatto divento, 

che dalle genti vergogna mi parte 21 . 

Poscia piangendo, sol nel mio lamento 

chiamo Beatrice; e dico: « Or se' tu morta? 

e mentre che la chiamo, mi conforta 22 . 



del mio stato, m' allontano dalla 
gente. Poi, trovandomi solo a 
piangere e a lamentarmi, chiamo 
Beatrice, e dico : « Ma è proprio 
vero che tu sei morta ? ; e il 
chiamarla stesso che io fo mi 
dà conforto almeno in quel mo- 
mento. 

21. dalle genti vergogna mi parte 
- Questo pensiero ne ricorda uno 
somigliante del Petrarca : « Solo 
e pensoso i pivi deserti campi 
Vo misurando a passi tardi' e 
lenti, E gli occhi porto per fuggir 
intenti Dove vestigio uman l'a- 
rena stampi » Carducci. 

22. e mentre che la chiamo, mi 
conforta - 11 Carducci (Lezione 
del 18 marzo 1871) spiegò: « Il 
cuor mio si riconforta nel nome 
suo mentre eh' io la chiamo ». 
E sta benissimo per il senso; 
poiché non par possibile far sog- 
getto di mi conforta Beatrice, 
sottinteso, come ha creduto il 
Witte ; il quale spiega cosi : 
«Piangendo e lamentandosi nella 
solitudine, non sa persuadersi 
che Beatrice sia veramente mor- 
ta, e chiamandola gli sembra che 
gli risponda e lo conforti ». 11 
Torri, il Fraticelli, il Giuliani 
e il D'Ancona non danno di 
questo passo alcuna spiegazione. 
11 Melodia e il Casini par che 
abbiano intuita la vera spiega- 
zione, quella del Carducci, che 
per altro non hanno conosciuta. 
Anzi il Casini ha questa sempli- 
cissima chiosa: l'invocarla ìhì 
consola. Questo dunque pare 
a noi certamente il senso. Ma 



il costrutto non è facile a inten- 
dersi. Tuttavia, se si pensa che 
nei trecentisti non è raro del tutto 
il caso d'una intera proposizione 
retta da un avverbio congiun- 
tivo e insieme fatta servire da 
soggetto di un'altra proposizio- 
ne, si potrà avere un' idea suffi- 
ciente del costrutto qui adope- 
rato. Nel vi del Purgatorio (88- 
89) si legge: Che vai perché ti 
racconciasse il freno Giusti- 
niano, se la sella è rota? Ora, 
per trovare il soggetto della pro- 
posizione che vai, bisogna far 
la costruzione cosi: «Per quanto 
Giustiniano ti racconciasse il 
freno, (F aver fatto ciò) che vale, 
se la sella è vuota? » Similmente 
nell'apologo di Dante (o che a 
lui si attribuisce) della cornac- 
chia, mi pare che s' abbia da 
spiegare il seguente passo: Ma 
poco si sostenne Perché pareva 
sopra gli altri bella ; cioè : « Per 
quanto paresse bella sopra gli 
altri, questo (parer bella) durò 
poco ». Anche nell' Inferno (iv, 
34-35) : « S' elli hanno mercedi 
Non basta » ; dov' è necessario 
sottintendere dinnanzi a non 
basta l'aver mercedi, cioè l'aver 
meriti. Sono costruzioni a senso 
e dell' uso popolare ; delle quali 
sentiamo un gran numero anche 
oggi nel parlare quotidiano. Chi 
avesse tempo e pazienza di ri- 
cercare fra gli scrittori popolari 
antichi, credo che troverebbe 
moltissimi di si fatti costrutti. 
Franco Sacchetti, ad esempio, in 
una sua canzone in cui si duole 



136 



LA VITA NUOVA 



Pianger di doglia e sospirar d" angoscia 23 
mi strugge il core ovunque sol ini trovo 24 , 
si che ne increscerebbe a chi '1 vedesse: 
e quale è stata la mia vita, poscia 
che la mia donna andò nel secol novo, 
lingua non è che dicer lo sapesse 25 : 
e però, donne mie, pur ch'io volesse 20 , 
non vi sapre' io dir ben 27 quel ch'io sono; 
si mi fa travagliar l'acerba vita: 
la quale è si invilita, 



della morte del Boccaccio, vor- 
rebbe dire: cagione- del mio do- 
lore non 9 l'essere egli morto 
ecc. ; ma scrisse invece: « Gagion 
del mio dolore Non è perché sia 
morto ecc. », dove la proposi- 
zione perché sia morto è sog- 
getto dell'altra non è cagione 
del mio dolore. 

23. Pianger (li doglia e sospirar 
d'angoscia - Si può ripetere qui 
ciò che si è detto alla nota 17 
di questo medesimo capitolo, 
vogliam dire che di doglia e 
d'angoscia hanno valore di ag- 
gettivo ; onde le due espressioni 
possono equivalere a piangere 
doloroso o a lagrime dogliose, 
come dirà nel sonetto xvui, e a 
sospirare angoscioso. "È più na- 
turale il pensar qui alla comu- 
nissima ellissi per cui quel di 
par che acquisti valore di per ; 
onde il senso vien ad essere 
piangere per dolore e sospirare 
per affanno. Se non che, osser- 
vando che il poeta ha detto al 
verso 43 Dannomi angoscia li 
sospiri forte, parrebbe che nel 
concetto di lui l'angoscia non 
dovesse tenersi quale cagione, 
ma solo (fnale effetto dei sospiri. 
K da credere per ciò che la prima 
di queste due maniere d'inter- 
pretazione sia da preferire. 

24. ovunque sol mi trovo - Si- 
gnifica in ogni luogo in cui mi 
trovo solo. 

25. lìngua non è clic «licer lo 
sapesse - Abbiamo anche qui (vedi 



al capitolo xix la nota 9) l'uso 
dell'imperfetto del congiuntivo 
in proposizione dipendente da 
un verbo eh' è al presente del- 
l' indicativo. Oggi ognuno di noi 
direbbe noìi c'è lingua che lo 
sappia dire. Ma, come già si è 
detto nella citata nota, lo scrit- 
tore antico usava l' imperfetto 
nella proposizione dipendente. 
se nella opinione sua era che 
la cosa non fosse possibile. 

26. pur eh' io volesse - L' av- 
verbio congiuntivo purché si 
adopera anche oggi a significare 
rapporto di condizione, ma di 
massima condizione. Gli antichi 
lo usavano anche a indicare 
condisioìie semplice. Equivale 
in somma al semplice se. 

27. non vi sapre' io dir ben ecc. 
L'avverbio he ne qui non adem- 
pie 1' ufficio suo comune, eli' è 
quello di significare in modo 
bello e buono: lia senso invece 
rafforzativo dell'affermazione; il 
qual uso è del resto abbastanza 
frequente, soprattutto negli scrit- 
tori antichi. Cosi Dante (Ji/f.. 
xxxni, 40): Ben se' crudel se tu 
già non ti duoli ecc. ; (Pura.] 
xvi, 121 e seg.): Ben v'èn tre 
vecchi ancora in cui rampogna 
L'antica età la nuora ecc.; ed 
anche un pò" piò innanzi leg- 
giamo nel principio del capitolo 
xxxiii : Ma chi sottilmente le 
mira (cioè osserva le due stanzi 
della canzone) vede bene che 
diverse persone parlano. 



PARTE SECONDA 



137 



che ogn' uom par che mi dica : « Io t' abbandono 
veggendo la mia labbia tramortita. 
Ma qual eh' io sia, la mia donna se '1 vede, 
ed io ne spero ancor da lei mercede ?8 . 

Pietosa mia canzone, or va piangendo; 
e ritrova le donne e le donzelle, 
a cui le tue sorelle 
erano usate di portar letizia 29 ; 
e tu, che se' figliuola di tristizia, 
vatten disconsolata a star con elle. 



28. ed io ne spero ancor da lèi 
mercede - Qui, e in tutta la can- 
none, si sente troppo bene che 
Beatrice è ancora la donna ange- 
licata, per la morte della quale 
ìdice il poeta di soffrire tanto 
tormento, e da cui spera a ca- 
gione di questo suo stesso sof- 
frire alcun premio e aiuto dal 
cielo; non è ancora il simbolo 
della fede religiosa. Quando 
crede d'aver perduto questa, in- 
voca la morte, perche il vivere 
senza fede gli è intollerabile; 
ma nel suo gran dolore nulla 
chiede e nulla può chiedere : 
solo esclama Beato, anima bella, 
chi ti vede! o, come si legge nella 
grande prosa del capitolo xxm 
■Oh, anima bellissima, coni' è 
beato colui ohe ti vede!; cioè Oh 
fede (personificata nell' anima 
candida di Beatrice) quanto è 
beato chi ti conosce ancora in 
sé e ancora ti gode! Onde è 
chiaro che questa canzone Gli 
occhi dolenti è anteriore a 
quella del capitolo xxm Don- 
na pietosa ; nella quale Bea- 
trice è già la fede religiosa, 



semplice, dell' adolescenza del 
poeta. 

29. a cui le tue sorelle erano 
usate di portar letizia - Questo 
passo conferma ciò eh' è detto 
nella nota precedente ; poiché 
appare da esso che alle donne 
e alle donzelle amorose doveva 
recar tristezza questa sola can- 
zone dopo le altre rime eh' esse 
con vera gioia avevano lette in 
lode di Beatrice, quali Donne che 
avete, Negli occhi porta, Tanto 
gentile, Vede perfettamente, ri- 
me che qui sono indicate col 
nome di sorelle (di che si può 
veder la ragione in Convito, hi, 
9) ; onde si domanda : E la grande 
canzone Donna pietosa ecc., se 
dunque fu composta nel tempo 
delle rime sopra indicate, prima 
della morte di Beatrice e però 
prima un bel po' di questa Gli 
occld dolenti, era forse stata di- 
menticata? Certo non doveva 
credere il poeta che fosse tra 
quelle rime ch'erano usate di 
portar letizia. Niente di tutto 
ciò : il vero si è che ancora non 
era stata né scritta né pensata. 



XXXII. 



Poi che detta fu questa canzone, si venne a nie 
uno, il quale, secondo li gradi dell' aniistade, è amico a 
me immediatamente dopo il primo 1 ; e questi fu tanto 
distretto di sanguinità con questa gloriosa, che nullo più 
presso le era. E poi che fu meco a ragionare, mi pregò 
eh' io gli dovessi dire alcuna cosa 2 per una donna che 
s' era morta ; e simulava sue parole, acciò che paresse 
che dicesse d' un' altra, la quale morta era certamente 3 ; 
onde io accorgendomi che questi dicea solamente peij 
questa benedetta, dissi di fare 4 ciò che mi domandava 
lo suo prego. Onde poi pensando a ciò, proposi di fare 
un sonetto, nel quale mi lamentassi alquanto, e di darlo 



1. amico a me immediatamente 
dopo il primo - Questo amico è, 
per quel eh' è detto subito ap- 
presso e per quel eh' è detto nel 
capitolo seguente, fratello di 
Beatrice, forse Manetto. Ma è 
veramente « notabile, dice qui 
il Giuliani, come l' Alligliieri 
osservi cosi per minuto * gradi 
dell' amicizia, e secondo questi 
misuri ogni suo atto ed eziandio 
quei riguardi che meglio condu- 
cono a raffermare V affezione 
nella precisa maniera. Anche il 
cuore del poeta sembra che 
abbia sentito il freno del- 
l' arte ». 

2. mi pregò eli' io gli dovessi dire 
alcuna cosa ecc. - Dire alcuna 
cosa è sempre la frase consa- 
crata a significare lo scrivere 
poesie volgari. Ma ciò eh' è de- 
filo d' alcuna nota qui è 1' uso 
del vcrlio dovere; che oggi non 
s' adoprerebbe ; e invece si di- 
rebbe qui soltanto mi pregò che 



io gli dicessi alcuna- cosa. II 
fatto ò che gli antichi nostri 
usarono spesso il verbo dovere 
senza bisogno. Cosi il Passa- 
vanti : Non spera che Dio debbia 
avere misericordia li lai. Il 
Boccaccio (Decani., i, 2) : Rfa 
chiese i chierici di là entro die 
ad Abraani dovessero dare il 
battesimo. 11 simile si faceva 
talvolta col verbo volere. Cosi il 
Boccaccio (Decani., i, 7): Deli-: 
berò di volere andare a redere 
la magnificenza, di questo abat 
E Ser Giovanni Fiorentino : Pcìv\ 
sossi di volerlo mandare 
Bologna. 

3. certamente - Vuol dire che! 
quantunque l'amico fingesse uni 
intendimento diverso dal veroj 
q nel la donna era morta reàlÀ 
mente, da vero. Altri lessero, 
cortamente, che equivarrebbe a 
di corto, di recente. 

4. dissi di fare ecc. - Dissi ha 
il valore di promisi. 



PARTE SECONDA 139 

a questo mio amico , acciò che paresse che per lui 
l' avessi fatto ; e dissi allora questo sonetto : Venite a 
intender li sospiri miei, lo quale ha due parti : nella 
prima chiamo li fedeli d' Amore che m' intendano : nel- 
la seconda narro della mia misera condizione. La seconda 
comincia quivi : Li quai disconsolati. 

[Sonetto XVII.] 

Venite a intender li sospiri miei, 
o cor gentili, che pietà il disia 5 , 
li quai disconsolati vanno via, 
e s' e' non fosser G , di dolor morrei; 

però che gli occhi 7 mi sarebbon rei 
molte fiate più ; eh' io non vorria, 
lasso di pianger si la donna mia, 
ebe sfogassér lo cor, piangendo lei. 

Voi udirete lor chiamar 8 sovente 

la mia donna gentil, ebe se n' è gita 
al secol degno della sua virtute ; 

e dispregiar talora questa vita, 
in persona dell' anima dolente, 
abbandonata dalla sua salute. 



5. che pietà il disia - Vuol dire aver perduto la mia donna, non 
che questo è un invito della pie- vorrei che fossero oramai essi i 
tà: è opera pietosa il far questo. miei occhi che dessero sfogo al 

6. e s' e' non fosser - Dice in cuore piangendo lei. Altrimenti 
sostanza che, se non fossero i tale eccesso di pianto mi sarebbe 
suoi sospiri che, dando alcuno fatale. 

sfogo alla pena del cuore, gli In somma, lo sfogo dei sospiri 

risparmiano un po' il pianto de- è un bene per lui : che gli fa 

gli oechi (poiché questo è lo risparmiare gli occhi, e non lo 

sfogo più forte, più veemente), mette in troppo veemente affanno 

ne morirebbe di dolore. di passione. 

7. però che gli occhi ecc. - Si 8. udirete lor chiamar ecc. - 
intenda cosi : perocché gli occhi, Questi sospiri sono personificati; 
pur essendo ridotti in uno stato e han voce che chiama la donna 
compassionevole, sarebbero cru- e domanda la morte, esprimendo 
deli con me molte più volte ; appunto il desiderio dell' anima 
tanto che io, essendo stanchis- dolente, abbandonata da eli i era 
simo del dolermi con lacrime per la sua salute. 



XXXIII. 



Poi che detto ebbi questo sonetto, pensando chi 
questi era a cui lo intendea dare quasi come per lui 
fatto, vidi che povero mi parea lo servigio e nudo a 
cosi distretta persona 1 di questa gloriosa. E però innanzi 
che gli dessi questo soprascritto sonetto, dissi due stanze 
d' una canzone, 1' una per costui veracemente, e l' altra 
per me, avvegna che paia I' una e l'altra per una per- 
sona detta, a chi non guarda sottilmente. Ma chi sottil- 
mente le mira vede bene che diverse persone parlano ; 
acciò che l' una non chiama sua donna costei, e l'altra 
si, come appare manifestamente. Questa canzone e questo 
soprascritto sonetto gli diedi, dicendo io lui che per lui 
solo fatto l' avea. 

La canzone comincia : Quantunque volte, e ha due 
parti : nell' una, cioè nella prima stanza , si lamenta 
questo mio caro amico e distretto a lei ; nella seconda 
mi lamento io, cioè nell' altra stanza che comincia : E' si 
raccoglie. E cosi appare che in questa canzone si lamentano 
due persone, 1' una delle quali si lamenta come fratello, 
1' altra come servitore 2 . 



1. a cosi distretta persona ecc. - Petrarca « Quanta dolcezza un- 

La preposizione a qui ha il va- qu' anco Fu in cor d"avveriturosi 

lore di a cowvpdraeione di, in amanti, accolta Tutta in un 

rispetto di. Cosi Giovanni Vii- luogo, a quel ch'io sento è 

lani (Lio. xu, cap. 51) «... la nulla* » Carducci. 

moglie ne fece piccolo lamento, 2. l'altra rome servitore -Vedi 

a ciò eh' ella dovea fare » ; e il la nota alla stanza in, verso 10, 



* V. hi canz. Ceniti mia iìoiuki ecc. st. IV. 



PARTE SECONDA 141 



[Canzone IV.] 

Quantunque volte?, lasso!, mi rimembra 
eh' io non debbo già mai 
veder la donna ond' io vo si dolente, 
tanto dolore intorno al cor m' assembra 4 
la dolorosa mente 5 , 

eh' io dico : « Anima mia, che non te n' vai? 
che li tormenti che tu porterai 6 
nel secol che t' è già tanto noioso 7 
mi fan pensoso di paura forte 8 ; 
ond' io chiamo la morte, 
come soave e dolce mio riposo ; 
e dico « Vieni a me » con tanto amore, 
eh' io sono astioso ° di chiunque muore ». 

E' si raccoglie negli miei sospiri 
un suono di pietate, 
.che va chiamando morte tuttavia 10 . 
A lei si volser tutti i miei disiri, 
quando la donna mia 
fu giunta dalla sua crudelitate ll : , 
per che il piacere della sua beltate 12 



della Ballata, ( capitolo xn ) su 7. nel secol che t' è già tanto 
la parola servitore da servire noioso - Vuol dire in questa ter- 
ra, senso di amare. rena vita eh' è già per sé cosi 

3. Quantunque volte - Quan- piena di dolori e però a te do- 
vunque, per quanto indetermi- lorosa. 

nato e nel senso di quanto mai, 8. forte - È avverbio, e signi- 

specialmente quando non corri- fìea gravemente. 

sponde a un tanto espresso o 9. astioso - Significa invidioso, 

sottinteso, s' adoperò in tutti i ma ha più forza. 

generi e numeri. Carducci. 10. che va chiamando morte tut- 

4. m' assembra - Assembrare tavia - Il Carducci spiegava che 
significa accogliere, adtmare. pur seguita a chiamare morte. 

5. mente - Qui vale memoria. Ed è giusto lo spiegare cosi, 
In questo senso Dante usò non perché 1' avverbio tuttavia ha 
di rado la parola mente. qui, come spesse volte nei nostri 

6. li tormenti che tu porterai - antichi scrittori, il senso di sem- 
Portare per sopportare è fre- pre, e indica continuità. V. an- 
nuente negli antichi. Il Male- che il 1.° periodo del cap. xxxvi. 
spini, Cronaca, xvn, «... la 11. fu giunta dalla sua crudeli- 
grande malinconia che il mio tate - Bellissima e nuova espres- 
cuore porta » ; e il Cavalca in sione per dire eh' ella ricevette 
V. di S. Ilar. «... portando il colpo crudele della morte. 
molestamente la moltitudine e . 12. il piacere della sua beltate - 
la frequenza delle genti » Car- È quel modo, già notato più 
ducci. volte, e forse troppo, per cui la 



142 



LA VITA NUOVA 



partendo sé dalla nostra veduta 13 , 
divenne spiritai bellezza grande 14 , 
che per lo cielo spande 
luce d' amor, che gli angeli saluta, 
e lo intelletto loro alto e sottile 
face maravigliar, tanto è gentile. 



qualità che si esprime comune- 
mente con 1' aggettivo, diviene 
sostantivo astratto, e il nome a 
cui tale qualità si attribuisce vien 
posto in dipendenza del sostan- 
tivo astratto medesimo. Invece di 
dire la sua bellezza piacente, 
si dice qui il piacere della sua 
bellezza. Cosi abbiamo trovato 
nel capitolo xi, lo tremore degli 
occhi là dove si sarebbe potuto 
dire gli ocelli tramili ; e cosi 
nel xxvn abbiamo avuto in bre- 
vitade di sonetto, invece che in 
breve sonetto, 

13. partendo sé dalla nostra ve- 
duta - Vuol dire allontanandosi 
e scomparendo dagli occhi no- 
stri, cioè dal mondo terreno. 

14. divenne spiritai bellezza 
grande - È un verso bellissimo 
di ritmo ascendente, che vola in 
alto. Significa questo, che Bea- 
trice da persona umana di corpo 
bellissimo passò a diventare spi- 
rito di grande bellezza*, che dif- 
fonde largamente intorno a sé 

f»er il cielo luce di carità divina 
a quale arreca accrescimento di 
salute (e però di beatitudine agli 



angeli. Questi, che, essendo d'in- 
telletto alto e sottile, non so- 
gliono maravigliarsi (come ben 
dice il Giuliani) se non alle 
grandi e nuove cose, stupiscono 
dinnanzi a tanta perfezione di 
gentilezza. 

Giosuè Carducci, nella sua le- 
zione del 25 marzo 1871, come 
ritraggo dai miei appunti, notava 
qui : « Dall'amore dei primi anni, 
che è adorazione inconscia della 
bellezza virginea, passando per 
un' adorazione mistica senza ap- 
petiti, a poco a poco il vivo 
affetto del poeta diventa contem- 
plazione. Solo dopo la morte di 
Beatrice si trasforma. Di qui 
appunto comincia la Beatrice mi- 
stica. La potenza del poeta e 
1' entusiasmo dell' amatore ha 
levato questo tipo di bellezza 
umana e ne ha fatto qualche cosa 
di superiore agli angeli, qualche 
cosa che a loro stessi reca salute 
e li rende più beati. Ora questa 
donna supera, vince ancora l' in- 
telletto angelico ; il quale, se- 
condo la teologia, è pur superiore 
all' intelletto umano ». 



* Si vegga Vuvij., xxx, 127. 



XXXIV. 



In quel giorno nel quale si compirà l' anno ohe 
questa donna era fatta de' cittadini di vita eterna 1 , io 
Ini sedea in parte nella quale, ricordandomi di lei, dise- 
gnava un angelo 2 sopra certe tavolette; e mentre io lo 
disegnava, volsi gli occhi, e vidi lungo me 3 uomini ai 
quali si convenia di fare onore. E' riguardavano quello 
che io facea; e secondo che mi fu detto poi, elli erano 
gtati già alquanto 4 , anzi che io me ne accorgessi 5 . Quando 
li vidi, mi levai; e, salutando, loro dissi: « Altri era 
leste meco 6 , e perciò pensava ». Onde partiti costoro, 
ritornai alla mia opera del disegnare degli angeli: e 



I 1. de' cittadini di vita eterna- Il 
Petrarca incomincia un suo so- 
letto cosi: « Gli angeli eletti e 
1' anime beate Cittadine del Cielo 
ecc. » Dante stesso nel xin del 
^Purgatorio, avendo a certe ani- 
me domandato se tra loro è al- 
fcuna che sia latina, sente ri- 
spondersi : « frate mio, ciascuna 
| cittadina D' una vera città ». 
Closi pure il Monti nella Bas- 
ivilliana (e. n, 149) disse: « E 
f anime del cielo cittadine scen- 
flean col pianto anch' esse in su 
le gote » Carducci. 

2. disegnava un angelo - Ella 
èra stata quaggiù come disse nel 
eapitolo i , un' angiola giova- 
nissima; e ora, come scrisse 
Itel Convito (li, 2), viveva con 
gli angeli in cielo, appunto nel 
reame ove gli angeli hanno 
ìgace. Carducci. 

I 3. lungo me - Lungo significa 
qui appresso, rasente. Fu usato 
altre due volte nella Vita Nuova 



(capitoli xii e xxin), e più 
volte nella Divina Commedia. 
Cosi nell'Inferno (xxi, 97): « Io 
m' accostai con tutta la persona 
Lungo il mio duca ecc. » Car- 
ducci. 

4. erano stati già alquanto - Era- 
no stati non è voce del verbo 
essere, ma di stare, che signi- 
fica spesse volte, come qui, ri- 
manere immobile. 

5. anzi che io me ne accorgessi - 
Dante, tutto assòrto nella sua 
gentile idea di disegnare angeli, 
non s' era accorto di persone 
che gli stavano accanto. La di- 
strazione era comune a Dante. 
Cabducci. 

6. Altri era testé meco - Non 
volle dire che con lui era l' ima- 
gine della sua donna; ma lasciò 
pensare a quegli onorevoli uo- 
mini che alcun altro fosse stato 
da lui prima di loro. Del resto 
nel sonetto spiegò chiara la cosa 
qual era stata veramente. 



144 LA VITA NUOVA 

facendo ciò, mi venne un pensiero di dire parole, quasi 
per annuale 7 , e di scrivere a costoro i quali erano ve* 
nuti a me ; e dissi allora questo sonetto, lo quale co* 
niincia: Era venuta; lo quale ha due cominciamenti, e 
però lo dividerò secondo 1' uno e 1' altro. 

Dico che secondo il primo, questo sonetto ha tre 
parti: nella prima dico che questa donna era già nella 
mia memoria ; nella seconda dico quello che Amore peri 
mi facea; nella terza dico degli effetti d'Amore. La 
seconda comincia quivi: Amor che; la terza quivi: Piaw\ 
f/endo uscivan fuor. Questa parte si divide in due: nel! 
1' una dico che tutti li miei sospiri uscivano parlando ; 
nella seconda dico che alquanti diceano certe parole 
diverse dagli altri. La seconda comincia quivi: Me 
quelli. Per questo medesimo modo si divide seconde 
1' altro cominciamento, salvo che nella prima parte dice 
quando questa donna era cosi venuta nella mia memoria 
e ciò non dico nell' altro. 

[Sonetto XV11I.J 



Primo comin- 
ciamento 



Era venuta nella mente mia 

la gentil donna che per suo valore 
fu posta dall'altissimo signore 
nel ciel dell' umiliate 8 , ov' è Maria. 



7. annuale - Oggi si dice anni- è vero che il dolore e gli osta 

rcrxurio, che a dir vero è vo- coli sono necessari perché glj 

cabolo un po' pedantesco. Ma uomini grandi si compiano. Car 

quanta gentilezza nel pensiero dtjcgi. 

di questa ricorrenza del giorno, 8. nel ciel dell' umiliate. - A 

tristissimo per il poeta, della molti esempi che già abbiaci 

morte di Beatrice, ricorrenza da visti e notati di umiltà ne 

lui fatta sacra con il disegnare senso di sommersione perfetti 

teste d' angeli e poi col sonetto alla volontà di 'ritta, e però dj 

che segue! La parte feroce, che pace dell' attinta, si aggiUDfl 

nel poeta fu grande, fu accre- questo 1 , che significa appunti 

sciuta dal contrasto. Egli da na- nel cielo dove V anima Ita pam 

tura aspirava alla gentilezza: non a rendo altra volontà eh 

ma, quando il mondo lo ebbe quella di Dio. Vedemmo com 

urtato, ri i venne il terribile giù- anche il verbo umiliare avess 

dicatore di tutti i secoli. Tanto un senso assai diverso da quelli 



PARTE SECONDA 



145 



Secondo co- 
minciamcnto 



Era venuta nella niente mia 

quella donna gentil cui piange Amore, 
entro quel punto che lo suo valore 
vi trasse a riguardar quel eh' io facia. 

Amor, che nella mente la sentia, 
s' era svegliato nel distrutto core, 
e diceva a' sospiri : « Andate fuore » ; 
per che ciascun dolente se n' partia. 

Piangendo uscivan fuori del mio petto 
con una voce n che sovente mena 
le lagrime dogliose agli occhi tristi. 

Ma quelli che n' uscian con maggior pena, 
venian dicendo: « nobile intelletto, 
oggi fa l'anno che nel eie! salisti ». 



d' oggi ; che significava spesso 
volgere o piegare alcuno a 
dolci e miti sentimenti. E di 
quest' uso abbiamo testimonio 
in Dante stesso, il quale nel suo 
Convito, e precisamente nella 
seconda canzone, scrisse : Questa 
(la Sapienza) è colei che umilia 
ogni perverso; della quale 
espressione ci diede la chiosa 
nel capitolo xv del Trattato ni, 
dicendo: « E soggiungo che mi- 
rando costei, dico la sapienzia, 
ogni viziato tornerà diritto e 
buono; e però dico: Guest' è 
x colei eli' umilia ogni perverso, 
cioè volge dolcemente chi fuori 
del debito ordine è piegato ». 

9. con una voce ecc. - Cioè: 1 
sospiri uscivano fuori del petto 
accomjmgnati da una parola, il 
nome di Beatrice, che spesso mi 



fa piangere. È ciò ancora che il 
poeta ha detto nella canzone 
Gli occhi dolenti: Poscia pian- 
gendo sol nel mio lamento Ghia- 
ino Beatrice e dico : Or se' tu 
morta?; E mentre che la chia- 
mo mi conforta. Carducci. 

10. nobile intelletto - Dopo la 
prima ispirazione che ha avuto 
il poeta riguardo a Beatrice in 
cielo, lampeggiatagli nella mente 
siccome spiritai bellezza grande 
Che per lo ■ cielo spande Luce 
d'amor che gli angeli saluta. 
E V intelletto loro alto e sottile 
Face maravigliar, tanto è gen- 
tile, qui la chiama ora con 
un' espressione la quale fa in- 
tendere il valore di lei superiore 
a quello. delle angeliche intelli- 
genze*. È una conferma. 



* V. la nota 13 del capitolo xxxiii. 



La Vita Nuova 



PARTE TERZA 



XXXV. 



N 

Poi per alquanto tempo 1 , con ciò fosse cosa che 
io fossi in parte nella quale mi ricordava del passato 
tempo, molto stava pensoso, e con dolorosi pensamenti, 



Giosuè Carducci nella lezione 
del 28 marzo 1871 fece il seguente 
proemio alla interpretazione del- 
la parte tersa ; proemio che io 
cercherò di riferire, togliendolo 
dalle mie note, quanto più potrò 
fedelmente. 

« Incomincia la terza parte 
della Vita Ntoova. Essa contiene 
la narrazione di un nuovo avve- 
nimento amoroso, quello che si 
chiama della donna gentile ; per 
la qual donna Dante fa intendere 
di aver provato un sentimento 
che si può dire d'amore e che 
valse a confortarlo della perdita 
di Beatrice. 

Questa terza parte perla storia 
dell' ingegno e dell' anima di 
Dante è importantissima. Nel 
breve episodio della donna gen- 
tile è compreso il Convito. Di 
fatti la donna gentile, o pietosa 
che dir si voglia, si trasmutò a 
poco a poco nel simbolo della 
Filosofia. Dalla fede pura e in- 
fantile, che oramai viene a imme- 
desimarsi con Beatrice fanciul- 
letta, dall' amore tutto cristiano, 
promettitore di beatitudine , 
quando l' anima sia fedele, il 
forte intelletto di Dante risale 



nel Convito alla scienza, alla 
filosofìa, che comprendeva le 
scienze particolari, fra cui prin- 
cipalmente la stòria naturale, la 
matematica, l'astrologia, la scien- 
za morale, la storia civile. In 
questo periodo della sua vita 
forse il poeta si allargò e si trat- 
tenne un po' troppo intorno alle 
questioni averroistiche *. 

Il risorgere poi di Dante a 
Beatrice fu anche un ritorno alla 
fede pura, ciò avvenne circa al 
1300, nell'occasione del Giubileo. 
Per ciò la Divina Commedia 
indica la conversione di Dante; 
ed essendo essa simbolica, indica 
la conversione del genere umano 
alla fede religiosa ». 

In questa terza parte la ma- 
niera allegorica, oltre che nella 
intenzione di Dante ; è già pe- 
netrata nella sua abitudine di 
concepire **. Siamo al tempo in 
cui il poeta concepì la grande 
visione della morte di Beatrice 
in quel senso che spiegammo in- 
terpretando il capitolo xxiii. 

1. Poi per alquanto tempo - 
Equivale a dire alquanto tempo 
di poi. 



* E per ciò in questa terza parte si manifesta veramente (soprattutto nella 
prosa) e si spiega 1' apostasia di Dante dal primo amore. Inoltre bisogna fermar 
questo, che il traviamento intellettuale si accompagna col morale, e che questo 
è più forte di quello. 

** V. Kenier, La Vita Nuova e la Fiammetta, Loescher, 18G9, pag. 163. 



150 



LA VITA NUOVA 



tanto che mi faceano parere di fuori una vista 2 di ter- 
ribile sbigottimento. Onde io, accorgendomi del mio tra- 
vagliare 3 , levai gli occhi per vedere se altri mi vedesse. 
Allora vidi una gentile donna giovane e bella molto, la 
quale da una finestra mi riguardava si pietosamente, 
quanto alla vista ', che tutta la pietà parea in lei accolta. 
Onde, con ciò sia cosa che, quando li miseri veggiono 
di loro compassione altrui 5 , pili tosto si muovono a 
lagrimare, quasi come di loro medesimi avendo pietade 
in loro, io sentii allora cominciare li miei occhi a volere 
piangere ; e però, temendo di non mostrare la mia vile 
vita 6 , mi partii d' innanzi dagli occhi di questa gentile ; 
e dicea poi fra me medesimo : « E' nou puote essere, 
che con quella pietosa donna non sia nobilissimo amore ». 
E però proposi di dire un sonetto, nel quale io parlassi 
a lei, e conchiudessi in esso tutto ciò che narrato è in 
questa ragione. E però che per questa ragione è assai 
manifesto, no '1 dividerò. 



2. tanto die mi faceano parere 
di fuori una vista ecc. - Significa : 
tanto che mi ducano di fuori 
un aspetto di terribile sbigotti- 
mento. 

3. travagliare - Questo vocabolo 
vale qui a significare smarri- 
mento d'animo, combattimeu/o 
interno. Un senso affine a questo 
è il fisico truvaf/lio di stomaco. 
Carducci. 

4. quanto alla vista - Vuol dire 
per (/nel che apparirà dal suo 
aspetto. 

5. quando li miseri veggiono di 
loro compassione altrui ecc. - 
« Quando i miseri, spiega bene 
il Casini, vedono che gli altri 
hanno compassione dei loro mali, 
più facilmente si abbandonano al 
pianto ». Se aneli' altrui avesse 
innanzi a sé la preposizione in, 
anche la sintassi sarebbe chia- 
rissima ; e sarebbe simile a 



questa usata dal Boccaccio nella 
significazione della medesima 
sentenza : « Suole a' miseri cre- 
scere di dolersi vaghezza, quando 
di sé discernono o sentono in 
alcuno compassione » *. 

6. la mia vile vita- Per intender 
questo, bisogna che noi ricor- 
diamo il vero significato etimo- 
logico dell' aggettivo vile, che 
equivale esattamente all'espres- 
sione di basso presso. Avendo 
V occhio a questo senso di ri/c 
e perciò anche al senso etimo- 
logico medesimo dell' astratto 
viltà, si vede assai chiaramente 
il significato di parecchi luoghi 
della Divina Commedia. Qui 
dunque s' ha da intendere la 
mia vita ridotta a tate da non 
avere oramai pia nessun va- 
lore. Un disgraziato direbbe vol- 
garmente : La mia vita non 
vale un soldo, cioè, secondo 



V. Prologo della Fiammetta. 



PARTE TEKZA 



151 



[Sonetto XIX.] 

Videro gli occhi miei quanta pietate 
era apparita in la vostra figura 7 , 
quando guardaste gli atti e la statura 8 , 
eh' io faccio per dolor molte fiate, 

Allor m' accorsi che voi pensavate 
la qualità della mia vita oscura n , 
si che mi giunse nello cor paura 
di dimostrar con gli occhi mia viltate 10 . 

E tolsimi d' innanzi a voi, sentendo 
che si movean le lagrime dal core, 
ch'era sommosso 11 dalla vostra vista. 

lo dicea poscia nell' anima trista : 

« ben è con quella donna quello Amore, 
lo qual mi face andar cosi piangendo 12 » 



Dante, è vile. Ora, chi si trova 
in tal condizione rifugge dal- 
l' esser visto in tanta tristezza 
pallido e sparuto nella faccia, 
squallido e brutto nelle vesti : 
rifugge anche per timore di 
commoversi al pianto vedendo la 
compassione degli altri. 

7. in la vostra figura - Figura 
qui vale le fattezze del volto e 
l'aria del viso. Anche Sennuc- 
cio del Bene disse: Vietila andar 

baldanzosa e sicura Talvolta 

scolorar la sua figura. Carducci. 
Si confronti questo con ciò eh' è 
detto nel capitolo xl, nota % 

8. statura - Pare che col Ca- 
sini possa intendersi bene « sta- 
tura per l'aspetto della persona, 
come nella Legg. di S. Febronia 
(in Zambrini, Collez. di legg., 
u, 19): Proda era d' età d' anni 
venticinque e ' la sua statura 
era pietà e 'l volto suo ecc. ». 
Aggiungiamo che il Boccaccio 
nel Commento al canto vili in 
principio, parlando del figliuolo 
dèlia sorella di Dante, che aveva 
sposato Leon Poggi, dice: Mera- 
vigliosamente nelle lineature 
del viso somigliò Dante, e an- 



cora nella statura della perso- 
na, e cosi andava xm poco 
gobbo. Dov' è chiaro che la sta- 
tura della persona era V aspetto 
e il portamento d' essa. Benve- 
nuto Cellini ( Vita, ediz. Barbèra, 
1890, a pag. 333) ha questo note- 
vole esempio : lo feci questa 
ditta femmina in istatura lieta, 
con panni ecc. 

9. della mia vita oscura - Cioè 
della mia vita tristissima. 

10. paura di dimostrar con gli 
occhi mia viltate - Vuol dire in 
sostanza : ebbi paura di dimo- 
strare con il piangere come io 
fui tenessi oramai da nulla. 
Questo è appunto secondo il 
senso spiegato nell' antecedente 
nota 6. 

11. sommosso - Propriamente 
significa mosso dal basso in 
alto ; ma qui ha valore simile a 
commosso, agitato. 

12. ben è con quella donna quello 
Amore lo qual mi face andar cosi 
piangendo - L' amore, cioè, che 
era con Beatrice. Nella prosa ha 
detto : « E' non può essere che 
con quella pietosa donna non sia 
nobilissimo amore » Carducci. 



XXXVI. 



Avvenne poi che, ovunque questa donna mi vedea, 
si f acea d' una vista pietosa e d' un colore pallido, quasi 
come d' amore 1 ; onde molte fiate mi ricordava della mia 
nobilissima donna, che di simile colore si mostrava 
tuttavia. E certo molte volte non potendo lagrimare 2 né 
sfogare la mia tristizia, io andava per vedere questa 
pietosa donna, la quale parea che tirasse le lagrime fuori 
delli miei occhi per la sua vista. E però mi venne volontà 



Nella lezione del 18 aprile 1871, 
che segui (lontanamente, a ca- 
gione delle vacanze pasquali e 
di alcune lezioni straordinarie) 
quella del 28 marzo, di cui, cosi 
com' ho saputo, ho testé fatto 
conoscere il breve proemio, il 
professore tornò -sull' argomento 
della Donna Gentile, ripetendo 
quasi tutte le cose già dette, e 
solo facendo un' aggiunta che mi 
piace riferire. Dopo aver detto 
che la Donna Gentile diventò la 
Filosofìa, celebrata nelle quattor- 
dici canzoni che dovevano essere 
spiegate nel Convito, soggiunse : 
« Qual fosse questa donna non 
è stato ancora, fino a questi ul- 
timi giorni, deciso. E però è vana 
ogni affermazione ; benché, sia 
per la ragione del tempo in cui 
Dante ebbe questo amore, sia 
per quella della vicinanza delle 
case dei Donati, piacerebbe di 
credere che fosse la Gemma Do- 
nati che poi gli fu moglie. Ed 



ora tale opinione è anche di al- 
cuni critici tedeschi molto auto- 
revoli ». 

1. d'un colore pallido, quasi 
come d' amore - Questa frase tolta 
da Orazio (Odi in, x, 14) Et 
tiuctus viola pallor aiiuintiuiu. 
fu ripresa poi dal Petrarca nel 
verso un pallor di viola e 
d'amor tinto*. Anche Ovidio 
aveva scritto Palleat omnis 
a ma 1/ s : pallens color aptus 
amanti. Carducci. 

2. non potendo lagrimare - Dice 
il poeta : La fonte del pianto era 
in me disseccata ; onde, non po- 
tendo più piangere, io andava 
spesso a vedere la donna pietosa 
per rinnovare le lagrime. La 
vista di quella donna, nella quale 
tutta la pie/ade par&ùa ac- 
colta ** gli traeva le lagrime 
dagli occhi. Ma questo concetto 
è certamente una scusa. Car- 
ducci. 



* V. il son. S' una fede amorosa, un cor non, fintò. 
** V. capitolo precedente. 



PARTE TERZA 



153 



li dire anche parole, parlando a lei ; e dissi questo so- 
letto 3 , lo quale comincia : Color d' amore, ed è piano 
enza dividerlo, per la sua precedente ragione. 

[Sonetto XX.] 

Color d' amore e di pietà sembianti 
non preser mai cosi mirabilmente 
viso di donna, per veder sovente 
occhi gentili i dolorosi pianti *, 

come lo vostro, qualora davanti 
vedetevi la mia labbia dolente ; 
si che per voi mi vien cosa alla mente, 
eh' io temo forte non lo cor si schianti. 

Io non posso tener li occhi distrutti 
che non riguardin voi spesse fiate, 
per desiderio di pianger eh' elli hanno : 

e voi crescete si lov yolontate, 

che della voglia si consuman tutti ; 

ma laerimar dinnanzi a voi non sanno 5 . 



3. e dissi questo sonetto - Il 

inetto che ora esporremo è, fra 
uelli di Dante, uno dei più gen- 
li : in esso il poeta ci si mostra 
icitore di un madrigale elegan- 
ssimo e nondimeno assai affet- 
ìoso. Si accosta a quel senti- 
.ento epigrammatico che spesso 
Oviamo nel Petrarca. Carducci. 

4. per veder sovente occhi gen- 
li i dolorosi pianti - Il voler leg- 
ere, come fanno molti editori 
tchi gentili o dolorosi pianti 
i anche ocelli gentili e dolorosi 
lauti, intendendo per ciò che 
i occhi gentili siano quelli di 
ante e che siano tali perché 
Idi dimostra amore (il che del 
ssto ancora non è) alla donna, 
cosa su cui non bisogna neppur 



fermarsi. Pare a noi che s' abbia 
da leggere , secondo la felice 
emendazione del Witte, ocelli 
gentili e', ovvero i dolorosi 
pianti, e spiegare questo passo 
cosi : Per quello che accade 
sovente ai vostri ocelli gentili, 
di vedere cioè i dolorosi (miei) 
pianti. Del resto per con l' infi- 
nito (per veder) ha spesso negli 
antichi nostri, come qui, valore 
causale. 

5. ma lagriinar dinnanzi a voi non 
sanno - Vuol dire dunque che, 
sebbene i suoi occhi si consumino 
dalla voglia del piangere, din- 
nanzi alla donna gentile però 
non versano neppur una lagrima, 
essendo del tutto presi dal di- 
letto di rimirarla. 



XXXVII. 



Io venni a tanto per la vista di questa donna, che 
li miei occhi si cominciaro a dilettare troppo di vederla 



In questo capitolo è chiara- 
mente spiegato il combattimento 
interno che Dante per alcun 
tempo dovè sostenere fra questo 
amore nuovo, che, come disse 

5>oi nel Convito, fu amore della 
filosofìa, e 1' affetto a Beatrice, 
che fu affetto della sua Fede re- 
ligiosa conosciuta in puerizia e 
amata per tutta l' adolescenza. 
Tale contrasto è descritto anche 
nella prosa dei Convito (n, 2) e, 
meravigliosamente, nelle stanze 
il e ni della canzone Voi che 
intendendo il terso del movete. 
Ma 1' amore nuovo, questo 
eh' ebbe per la Donna gentile, 
fu vero e sentito profondamente, 
quanto quello, che pur gli rima- 
neva nel cuore, per Beatrice. E 
appunto il sonetto L'amaro la- 
c/rimar significa perfettamente 
l' interna battaglia dei due grandi 
amori. Forse anche fu scritto 
senza vera consapevolezza che 
dovesse esprimere altro che un 
senso letterale. Ma in ogni modo 
il contrasto dei due amori dovette 
necessariamente apparire più 
tardi al poeta assai bene signifi- 
cativo di quell'altro contrasto che 
egli aveva sentito nell'anima fra 
l' amore della sua pura fede e l'a- 
more della bella e grande lilo- 
sofia pagana. Questa pareva cer- 
care (li fargli dimenticar quella. 
Che se il sonetto, per quella 
coita esagera/Jone di sentimenti 
e di cose che fu sempre consen- 
tita alla poesia, può giudicarsi 
composto solo per significare il 
contrasto fra l'amore memore 



di Beatrice e il novello e vi\( 
della Donna gentile, non pi» 
essere giudicata cosi la prosa d 
questo e de' due capitoli se 
guenti. Se pensiamo che quest 
fatto accadde certamente dop 
(e, cred' io, non poco dopo) i 
1292, quando erano già passa t 
più anni dalla morte di Beatrice 
e se con questa vera notizia vo 
gliam prendere alla lettera 
parole di Dante, dobbiamo ere 
dere, cosa troppo inverosimile 
ch'egli continuasse a pianger 
la morte di Beatrice fino al iik 
mento che s' innamorò dell 
Donna gentile; e dobbiamo an 
che credere che poi, tornato 
pensiero e all' amore memore (ig 
Beatrice, tornasse pure nel piant 
di prima, come si vedrà dal ca 
pitolo xxxix. La cosa non pu| 
essere intesa cosi : ripugna tropp 
al buon senso di pensare eh 
un uomo sano di mente contini 
per anni e anni a piangere 
non metaforicamente, ma co 
gli occhi, la morte di unadonmj 
Nemmeno la madre piange co 
il figliuolo perduto. 

Io credo che nel piangere di 
gli occhi il poeta, per quell'ali 
tudine che già aveva acquistai 
di concepire i fatti stessi de" 
sua vita allegoricamente, voi 
significare il grande affaticai 
ehe fece gli occhi nello studi) y 
leggendo prima il De consoli 
Pione Phitosophiae di Boezio 
il trattato De AmiciUa di Cici 
rone, e poi leggendo, e studiane 
col sussidio di qualche antico 



- 



i 



PARTE TERZA 



155 



mde molte volte me ne crucciava nel mio cuore ed 
veamene per vile assai J ; onde più volte bestemmiava 2 



srs' anche recente commento, le 
pere di Virgilio e d'altri latini. 
ie quali, essendo informate ad 
na filosofia deistica, e quasi 
ristiana nella sostanza (almeno 
econdo che egli e i suoi con- 
3mporanei la intendevano), pa- 
gano di continuo suscitargli 
el cuore quel sentimento reli- 
ioso che la vita dei piaceri e le 
uistioni filosofiche e soprattutto 
verroistiche tendevano a so- 
irgli del tutto. 

Pare che per un hreve tempo 
gli provasse la totale mancanza 
ella fede religiosa. E questo è 
er certo il tempo del maggior 
"aviamento, non tanto intellet- 
tiale, cred' io, quanto morale, 
he, più ancora delle false dot- 
bine, per un poco gli spense 
l el cuore l'affetto della religione. ' 
[A mio avviso questo hreve 
bmpo è significato nei due ca- 
itoli che ora spiegheremo, in 
pesto xxxvii, eh' è significativo, 
irò cosi, della lotta fra i due 
•inori, e nel xxxviii eh' è della 
confitta della fede. 
I Senonché prima di vedere 

f lesti due importantissimi ca- 
toli della Vita Nuova, Insogna 
hcora intendersi bene sopra un 
iunto. Questa filosofia eh' è 
imboleggiata nella Donna gen- 
ite, quando è, come vediam 
t?a, in sul vincere, e poi quando 
'er un poco riman sola a signo- 
Sggiare 1' anima di Dante, è o 
on è nemica della fede cristiana? 
ispondo che anzi le è amica, 
ccome già ho detto dianzi ; ma 
*ie, cosi sola e senza la fede, con- 
iirrebbe a rovina l'anima umana, 
arche le toglierebbe la cono- 
jenza vera di Dio e cooneste- 
tbhe V uso, non dico 1' abaso, 
3i piaceri sensuali. 



1. me ne crucciava nel mio 
cuore ed aveamene per vile assai - 

Vuol dire : Io mi adirava contro 
me stesso di venir meno a un 
sentimento che avevo ereditato 
da tanto nobile, da tanto cri- 
stiana famiglia (si rammenti 
Gacciaguida) ; e a cagione di ciò 
giungevo al punto alcuna volta 
di considerarmi vile assai, la- 
sciandomi in certo modo sedurre 
da una filosofia che mi consen- 
tiva riposo e piaceri. Questo 
giudizio che Dante fece di se 
medesimo (e lo fece quando 
scrisse la prosa della Vita 
Nuova, cioè dopo il suo ri- 
torno a Beatrice, alla religione), 
giudizio per cui si chiamò vile 
assai, se si dovesse intendere 
che fosse fatto da lui solo per 
il temuto mancar di fedeltà al- 
l' amore memore di Beatrice fi- 
gliuola di Folco Portinari e per 
il rivolgere che fece gli occhi 
alla bella faccia pallida di un'al- 
tra donna, parrebbe veramente 
eccessivo. 

2. bestemmiava - Questo verbo 
ha nella lingua dei primi due 
secoli tre sensi molto affini : vale 
vituperare, maledire, imprecare. 
Per il primo significato abbiamo 
un esempio negli Ammaestra- 
menti degli antichi (xxi, % 4) : 
« Non sólamente è da cacciar 
via la fede del fatto, ma ezian- 
dio la possibilità della bugia, 
acciò che non sia bestemmiato 
il buono nome nostro ». Per il 
secondo, di 'maledire, abbiamo 
esempio del Boccaccio « dolente 
e bestemmiando la sua fortuna*», 
e anche di Dante « Bestemmian 
quivi la virtù divina » (Inf, v, 
36). Del terzo senso, cioè d' im- 
precare, ci dà esempio Dante 
stesso (Inf, in, 103) « Bestem- 



* L' esempio è tolto dal Decani., jx, 1 : e veramente è cosi: « Rinuccio, (lo- 
lite e bestemmiando la sua sventura ecc. ». Ma il Carducci spesse volte citava 
iche il Boccaccio a memoria. 



156 



LA VITA NUOVA 



la vanità degli occhi miei 3 , e dicea loro nel mio pen 
siero: « Or voi solevate 4 fare piangere chi vedea h 
vostra condizione dolorosa, ed ora pare che vogliate 
dimenticarlo per questa donna che vi mira ; che non miri! 
voi, se non in quanto le pesa 5 della gloriosa donna d 
cui piangere solete; ma quanto potete far fate, che io h 
vi rimembrerò molto spesso, maledetti occhi, che mai 
se non dopo la morte, non dovrebbero le vostre la 
grime aver ristato ». E quando cosi avea detto fra m« 
medesimo alli miei occhi, e li sospiri 6 m' assalivaiu 
grandissimi ed angosciosi. E acciò che questa battaglia 
che io avea meco, non rimanesse saputa pur dal miseri! 
che la sentia, proposi di fare un sonetto, e di compren 
dere in esso questa orribile condizione. E dissi questi 
sonetto, lo quale comincia: L'amaro lagrimar, ed hi 
due parti: nella prima parlo agli occhi miei si comi 
parlava il mio cuore in me medesimo: nella secondi 



miavano Iddio e i lor parenti 
ecc. ». Qui tiene un po' di tutti 
e tre questi significati, ma più 
di maledire: maledetti occhi, 
dice più sotto. Carducci. 

3. la vanità degli occhi mici - 
Vuol dire la leggerezza con cui 
mutava sentimento, ora guar- 
dando questa, ora quella bel- 
lezza. 

4. Or voi solevate ecc. - La par- 
lata agli occhi è alquanto cari- 
cata e retorica. Queir or in prin- 
cipio è disusato oggi nel senso 
che ha in questo luogo; dov'è 
ellittico ed esortativo insieme, 
poiché equivale a dire Orsù 
spiegatemi un po' questo fatto, 
simile senso. Ciò che dice poi 
degli occhi è ch'essi nel tempo 
passalo erano cosi affaticati da 
indurre pietà negli altri; edora 
invece pare che vogliano ripo- 
sarsi o dimenticare quel tanto 
che hanno fatto per Beatrice. 

5. se non in quanto le pesa 
ecc. - Se il senso fosse sola- 
mente letterale, si dovrebbe 



dunque intendere che la Dona 
gentile mirasse pietosament 
Dante per dolore o rincresci 
mento della morte di Beatrici 
Sarebbe una notizia nuova : eh 
veramente da quanto fu detti 
nel capitolo xx.w la pietà dell 
donna sarebbe stata general 
dalla condizione tristissima il 
Dante. Ma, se noi consideriam 
come senso prevalente anche qu 
L'allegorico, vediamo che codest j* 
umana e, quasi dico, virgilinn 
filosofia si turba e si rattrisi 
della perduta o anche della no 
conosciuta fede cristiana. 

6. e li sospiri ecc. - Dopo 
avverbi congiuntivi di temp 
quando, poiChé } coinè, segui 
ila una proposizione dipendenti 
questo e posto innanzi alla pn 
posizione reggente, in senso e 
ecco che. o subito, è di grand 
efficacia. Se ne trovano moli 
esempi negli scrittori del tri 
cento. J sospiri poi significai] 
i rirì desideri che lo facevan] 
volgere al nuovo amore. 



PARTE TERZA 



157 



rimovo alcuna dubitazione, manifestando chi è che cosi 
aarla; e comincia questa parte quivi: Cosi dice. Potrebbe 
)ene ancora ricevere più divisioni, ma sarebbero indarno, 
jerò che è manifesto per la precedente ragione. 

. [Sonetto XXL] 

« L' amaro lagrimar che voi faceste, 
o occhi miei, cosi lunga stagione, 
facea maravigliar 1' altre persone 
della pietate 7 , come voi vedeste 8 . 

Ora mi par che voi Y obliereste , 
s' io fossi dal mio lato si fellone, 
eh' io non ve n' disturbassi ogni cagione, 
membrandovi colei cui voi piangeste. 

La vostra vanità mi fa pensare, 
e spaventami si, eh' io temo forte 
del viso d' una donna che vi mira. 

Voi non dovreste mai 1 ?, se non per morte, 
la vostra donna, eh' è morta, obliare ». 
Cosi dice il mio core, e poi sospira. 



j 7. della pietate - È quella t'or- 
ila ellittica di cui abbiamo già 
( eduto pili d' un esempio e che 
ale quanto a cagione della ecc. 
I 8. come voi vedeste - Voi è in- 
3nsivo per voi stessi, occhi 
liei. 

j 9. 1' obliereste - Non vuol dire 
|ià obliereste o dimentichereste 
beatrice, si la cosa detta, cioè 
atto il lagrimare passato. Par 
hiaro che si debba intendere 
josi per il fatto che Beatrice 
tan è prima in nessun modo 
idicata. 

10. Voi non dovreste mai ecc. - 
Jtiche qui mi pare che spunti 
lori un po' il senso allegorico ; e 



lo vedremo ancora in alcun' altra 
delle rime ultime della Vita Nuo- 
va. In discorso affermativo il 
poeta verrebbe a dire agli occh i : 
Voi dovreste sempre fino al di 
deliri morte, avere dinnanzi a 
voi l'imagine della vostra don- 
na, eli' è morta, cioè il pensiero 
della fede religiosa. È forse 
possibile intendere qui alla let- 
tera: « Voi, o occhi, non do- 
vreste mai dimenticare la morta 
Beatrice per altra cagione che 
per la morte? » Che valore 
avrebbe questo, detto agli occhi? 
Ma, se e detto alla vista del- 
l' anima, allora è ben altro con- 
cetto. 



XXX VITI. 



Recommi la vista di questa donna in si nova coi 
dizione 1 , che molte volte ne pensava come di persoli 
che troppo mi piacesse 2 ; e .pensava di lei cosi : « Quesl 
è una donna gentile, bella, giovane e savia' 3 , e apparii 
forse per volontà d'Amore 4 , acciò che la mia vita 
riposi ». E molte volte pensava più amorosamente, tan 
che il cuore consentiva in lui 5 , ciò è nel suo ragionar 
E quando io avea consentito ciò, e io mi ripensava 



1. in si nova condizione - Vuol 
dire in uno stato d'animo cosi 
diverso dal solito, o, meglio, 
da qtiel di prima, che ecc. 

2. che troppo mi piacesse - L'av- 
verbio troppo è usato qui enfa- 
ticamente a modo di superlativo, 
come spesso negli scrittori clas- 
sici. Oggi non si usa più; ed è 
pure un bellissimo modo, del 
quale è bene ricordarsi. Provisi 
a mettere in luogo di quel troppo 
un moltissimo ovvero un im- 
mensamente moderno; e il pen- 
siero scade di molto. Carducci. 

3. è mia donna gentile, bella, 
giovane e savia - Questi medesimi 
e più altri aggettivi usa Dante 
nel Convito parlando della Fi- 
losofìa. Forse, per chi non ha 
sufficiente famigliarità col lin- 
guaggio di Dante, quel dirla 
giovane potrà parere un contro- 
senso. Invece, secondo il nostro 
poeta filosofo, è giovane e anche 
pargoletta una scienza o la filo- 
sofia stessa di cui s' innamora ; 
perché rispettivamente a Ini 
son nuove, e in certa maniera 
gli crescono e si fanno adulte 
man mano eh' egli le studia e 



i: 



Ì! 



cerca, mostrandosi a loro bei 
volente, di renderle a sé bey 
volenti, cioè facili e piane. 

4. per volontà d'Amore - Ci 
per effetto di una potenza sup 
riore ineluttabile, quella che n 
Convito (ni, 8) Dante stes 
chiama Amore universale, e 
cui dice che le cose dispone 
amare e ad essere amate. 

5. consentiva in Ini - Ques 
in lui si riferisce al pensty 
piti amorosamente. Tutto 
senso è che il cuore consentii 
riposandosi in tale pensieM 
E cosi si comprende il vaio 
di quella preposizione in do 
il verbo consentire che rice 
dopo di sé ordinariamente < 
ovvero a. V. poi il verso 4.° e 
sonetto. 

0. mi ripensava - Il prefisso 
indica il più delle volte ripe 
-ione della cosa, siccome 
rifare; altre volte rende inté 
si va l'idea espressa dal ver] \ 
con cui si unisce, come in /•// 
sare ; in certi casi anche, E 
come in questo ripensare, 
al verbo il valore contrai 
Esempio, frequente anche ogifo 



! 



I Si 






PARTE TERZA 159 

ome dalla ragione mosso, e dicea fra me medesimo: 
< Deh, che pensiero è questo, che in cosi vii modo 
ruole consolar me e non mi lascia quasi altro pen- 
sare? » Poi si rilevava un altro pensiero, e dicea: « Or 
ihe tu se' stato in tanta tribulazione, perché non ti 
ruoli tu ritrarre da tanta amaritudine ? Tu vedi che 
juesto è uno spiramento d'Amore, che ne reca li desìi 
l'Amore dinnanzi, ed è mosso da cosi gentil parte, com'è 
Quella degli occhi della donna che tanto pietosa ti s'è 
inostrata ». Onde io avendo cosi più volte combattuto 
p. me medesimo, ancora ne volli dire alquante parole; 
\ però che la battaglia de' pensieri vinceano coloro che 
>er lei parlavano, mi parve che si convenisse di parlare 
li lei; e dissi questo sonetto, il quale comincia: Gentil 
ìensiero ; e dico gentile in quanto ragionava di gentile 
lonna, che per altro era vilissimo 7 . 

In questo sonetto fo due parti di me, secondo che 
i miei pensieri erano divisi. L' una parte chiamo cuore, 
p.oè l'appetito; l'altra chiamo anima 8 , cioè' la ragione; 
dico come l'uno dice con l'altro. E che degno sia di 
hiamare l'appetito cuore, e la ragione anima, assai è 
aanifesto a coloro a cui mi piace che ciò sia aperto. 
fero è che nel precedente sonetto io fo la parte del 
[uore contra quella degli occhi, e ciò pare contrario di 



mattere. Quanto poi al modo de' quali aveva pur dato il san- 
io mi ripensava si vegga ciò gue per esso; quel sentimento re- 
ti' è stato detto nella nota 6 del iigioso ch'egli, Dante Allighieri, 
apitolo precedente. pochi anni innanzi fu sul punto 
7. che per altro era vilissimo - di professare per tutta la vita 
t pensiero, vuol dir Dante, era vestendo l' abito di frate minore. 
enfile, perché ogni pensiero che 8. cuore .... anima - Il con- 
ll faccia intorno a cosa intellet- trasto fra l'amore della filosofia 
jaale gentile, quale la filosofia, antica e umana, che indulge ai 
ìisogna di necessità che sia tale sensi, e quello dell' austera rett- 
ifiche esso. Si potrebbe dire la gione di Cristo non poteva me- 
j tedesima cosa quando si trattas- glio essere significato che come 
£ semplicemente d'una donna ? contrasto fra il cuore, cioè l'ap- 
!a era vilissimo, in quanto che petito e l'airi ina, cioè la ra- 
i Li faceva obliare del tutto l'an- gione. Si ricordi che la potenza 
i co sentimento religioso eredi- intellettiva fu dallo stesso Dante 
ito (la cosi forti antenati, l'uno chiamata spirito animale. 



160 LA VITA NUOVA 

quel che io dico nel presente; e però dico che ivi 1» 
cuore anche intendo per lo appetito, però che maggior' 
desiderio era il mio ancora di ricordarmi 9 della genti 
lissima donna mia, che di vedere costei, avvegna eh 
alcuno appetito n' avessi già, ma leggero parea : ond 
appare che l' un detto non è contrario all' altro. Quest 
sonetto ha tre parti : nella prima comincio a dire a quest 
donna come lo mio desiderio si volge tutto verso lei 
nella seconda dico come l' anima, ciò è la ragione, die 
al cuore, ciò è all' appetito ; nella terza dico come 1 
risponde. La seconda parte comincia quivi : L' anim 
dice; la terza quivi: JEi le risponde. 

[Sonetto XXII.] 

Gentil pensiero, che parla di vui, 
se n' viene a dimorar meco sovente, 
e ragiona d'amor si dolcemente, 
che face consentir lo core in lui. 

L'anima dice al cor: « Chi è costui, 

che viene a consolar la nostra mente 10 , . 
ed è la sua virtù tanto possente 11 , 
ch'altro pensier non lascia star con nui? » 

I 

9. ili ricordarmi - Cosa anche che sta nell'alto, e del cuoi, 

questa umana, e che hen si rife- che sta in hasso, è veramenj 

risce all'idea di cuore. drammatico. Carducci (Lezioij 

del 22 aprile 1871). 

Nel sonetto che segue è poesia 
nel suo più alto grado ; è di , () che viene ., consolar ,., llosf 

quella cioè, che non ha più hi- mente _ Blla stessa ,., u 

sogno d imagi ni cercate o strane „„., „„„„: ,,: n + n 

1 11 LV ii li. eill Ullllfel Villici. 

per produrre 1 effetto voluto; ' 

pia sgorga fuori chiara e schietta. 11. ed è la sua virtù tanto i>< 

Dante, il Petrarca e il Leopardi sente - Ricorda quello del ir / 

nella espressione degli affetti femo, v. 10: « Io comincia 

sono i tre più grandi poeti ita- Poeta, che mi guidi. Guarda 

liani. In questo sonetto troviamo mia virtù, s'ella è possenl r a 

una semplicità antica menivi- Prima che all'alto passo tu i K a 

gliosa : il dialogo dell'anima, lìdi ». 



PARTE TERZA 161 



Ei le risponde: « anima pensosa 12 , 
questi è uno spiritel nuovo d'amore, 
che reca innanzi a me li suoi desiri: 

e la sua vita, e tutto il suo valore, 
mosse dagli occhi di quella pietosa 
che si turbava de' nostri martiri ». 



12. O anima pensosa - Si noti 11 Carducci alla fine del com- 

ijiuanto è bello quel pensosa. mento notava: « Dolcezza vera 

L'anima di Dante da lungo tempo e profonda è in questo sonetto : 

t era sottoposta e affezionatamente e tutto ciò con semplici contorni. 

i attaccata al pensiero religioso, al Vi è proprio il tócco michelan- 

oensiero della sua beatrice fede. giolesco ». 

La Vita Nuova 11 



XXXIX. 



Contra questo avversario della ragione 1 si levò un 
di, quasi nell' ora della nona, una forte imaginazione 
in me ; che mi parea vedere 2 questa gloriosa Beatrice 
con quelle vestimenta sanguigne, colle quali apparve 
prima agli occhi miei, e pareami giovane in simile etade 
a quella in che prima la vidi. Allora incominciai aj 
pensare di lei ; e ricordandomi di lei secondo 1' ordine! 
del tempo passato, lo mio cuore incominciò doloro- 
samente a pentirsi del desiderio a cui si vilmente 
s' avea lasciato possedere alquanti di contra la costanzia 
della ragione 3 : e discacciato questo cotale malvagio 
desiderio 4 , si rivolsero tutti i miei pensamenti alla loro 



11 Carducci incominciava la 
esposizione di questo capitolo 
con le seguenti, o certo molto 
simili, parole: « Or ecco la po- 
vera morta, che risorge dalla sua 
tomba a lamentarsi del nuovo 
amore di Dante, quasi a riven- 
dicarsi dell' abbandono in cui 
era stata lasciata dal suo poeta. 
Il passaggio è drammatico e bel- 
lissimo ». La povera morta è la 
fede religiosa, che risorge nel- 
l'anima del poeta più forte, più 
viva e più bella di prima. 

1. questo avversario della ra- 
gione - È il pensiero tentatore, 
chiamato avversario non senza 
allusione alV antico avversario. 

2. mi parea vedere ecc. - A un 
certo momento il poeta ricon- 
templò la bellezza semplice e 
pura di quella fede che aveva 
conosciuta prima nella puerizia 






e amata poi nell'adolescenza ; e 
tutto riacceso di novello affetti 
per essa fede, con la mente riand 
tutte le parti della sua vita gio 
vanile sino a quel punto, ama 
ramente dolendosi del pensien 
avuto di abbandonarla. 

3. contra la costanzia della ra 
gione - Vuol dire contro la ra 
gioite costante di stia nature 
nel vero bene. Il costrutto 
quello che fu già notato piijK 
volte, per cui l'aggettivo diventa | 
sostantivo astratto a cui si fa di '^ 
pendere il nome principale com [e 
complemento di specificazione. L 

4. questo cotale malvagio desi % 
derio - Se il senso fosse soltant ^ 
letterale, anzi se il senso noi ^ 
fosse addirittura allegorico, ij L 
chiamar malvagio il desideri u,, 
dal poeta sentito d' una doni F 
bella, giovane, gentile e saviì ^ 
non parrebbe qui eccessivo? Tf] 



PARTE TERZA 



163 



gentilissima Beatrice. E dico che d' allora innanzi co- 
minciai a pensare di lei si con tutto lo vergognoso cuore 5 , 
che li sospiri manifestavano ciò molte volte ; però che 
tutti quasi diceano nel loro uscire quello che nel cuore 
si ragionava 6 , ciò è lo nome di quella gentilissima, e 
ome si partio da noi. E molte volte avvenia che tanto 
lolore avea in sé alcuno pensiero, eh' io 7 dimenticava 
,ui, e là dov' io era. Per questo raccen dimento de' sospiri 
?i raccese lo sollenato lagrimare 8 in guisa, che li miei 
>cchi 9 pareano due cose che disiderassero pur di pian- 
gere ; e spesso avvenia che, per lo lungo continuare del 
)ianto, dintorno a loro si facea un colore purpureo, lo 
juale suole apparire per alcuno martirio che altri riceva. 
)nde appare che della loro vanitade furono degnamente 
guiderdonati, si che d' allora innanzi non poterò mirare 
>ersona che li guardasse si, che loro potesse retrarre a 
ìajimile intendimento 10 . Onde io volendo che cotale desi- 



mi 5. con tutto lo vergognoso cuore - 
uol dire non ostante che avessi 
cuore pieno di vergogna. E 
tò si comprende benissimo in 
alui che è tornato al fervore 
bligioso d' un tempo ; il quale 
vergogna molto d' aver trascu- 
ro, e quasi disprezzato, i sacra- 
enti, d'aver dimenticato il bat- 
teinio e l'essere suo di cristiano, 
uanto al costrutto si ricordi la 
sta 22 del capitolo xxm. 

6. diceano nel loro uscire quello 
te nel cuore si ragionava ecc. - 
radotto questo pensiero nel lin- 
laggio comune signitìca che il 
beta sospirando contrito dolo- 

dÌTsamente diceva a se stesso 
me la fede era stata veramente 
sua beatrice (ecco il nome ali 
iella gentilissima) e che s'era 

allontanata pur troppo dal suo 

ìoi ore. 

7. che tanto dolore avea in sé 

(uno pensiero, eh' io ecc. - Vuol 
'e : Avveniva che questo mio 
gran dolorare accompagnato 
vergogna aveva nondimeno 



in sé alcun pensiero (e questo 
non può essere altro che il rin- 
xiovellato sentimento religioso e 
lo studio intenso, e fatto con 
tutto amore, dei libri sacri) si 
che io dimenticava lui, cioè il 
dolore ; e, per essere l'anima mia 
tutta assòrta nella meditazione 
affettuosa della rivelazione di- 
vina, dimenticava anche là dov' io 
era, cioè in che luogo mi trovassi. 

8. lo sollenato lagrimare - Si 
vegga per sollenato la nota 1 
posta al capitolo xn. 

9. li miei occhi ecc. - Quello 
eh' è detto in tutto il rimanente 
di questo periodo accenna evi- 
dentemente ad una malattia 
d'occhi sofferta dall' Allighieri 
in quel tempo per V eccesso dello 
studio fatto sui libri anche a 
lume di lucerna. E che soffrisse 
d' una malattia grave degli occhi 
dice egli stesso nel Convito alla 
fine del capitolo ix del in trat- 
tato. 

10. che loro potesse retrarre a 
simile intendimento - 11 senso let- 



164 



LA VITA NUOVA 



derio malvagio e vana tentazione paresse distrutto si che 
alcuno dubbio non potessero inducere le rimate parole 
ch'io avea dette dinnanzi, proposi di fare un sonetto nel 
quale io comprendessi la sentenzia di questa ragione. 
E dissi allora : Lasso ! per forza di molti sospiri ; e dissi 
lasso in quanto mi vergognava di ciò che li miei occhi 
aveano cosi vaneggiato. Questo sonetto non divido, peri 
che assai lo manifesta la sua ragione. 



[Sonetto XXIII]. 

Lasso ! per forza di molti sospiri, 

che nascon de' pensier che son nel core, 
gli occhi son vinti, e non hanno valore 
di riguardar persona che li miri ll . 

E fatti son che paion due desiri 

di lagrimare e di mostrar dolore 12 , 



ferale faticosamente cercato dal 
Casini e dal Melodia è cosi sten- 
tato e inverosimile da non po- 
tersi accettare. Tutti gli altri 
commentatori han fatto bene, 
cred' io, a non dir nulla o quasi 
nulla di questo passo ; perché 
veramente nel senso letterale non 
s' intende. Nel senso allegorico 
invece la cosa è chiarissima. Bi- 
sogna pensare innanzi tutto che 
gli occhi di Dante sono la vista 
dell'anima, la mente di lui. 
Ora il poeta vuol dire che dopo 
tanto pianto, cioè dopo tanto 
studio, la vista dell' anima non 
fu più sedotta leggermente da 
falsità nessuna di dottrina. Per 
quanto egli guardasse anche le 
altre scienze, queste non pote- 
rono più tirarlo a sé, a quell'in- 
tendimento cui parevano mirare. 
Veggasi anche la spiegazione 
della prima quartina del sonetto 
seguente. Si consideri poi che re- 
trdhere In latino, e cosi retrarre 
nell'italiano antico, significa solo 
tirare indietro.', è propriamente 
un retro tra tic re. 



11. e non hanno valore di 
guardar persona che li miri - Tutt 
la prima quartina significa 
Lasso ! per 1 eccessivo mio sci 
spirare e aspirare insieme 
quella fede religiosa ch'era mort.1 
sospirare e aspirare nascente di 
pensieri formatisi e fermatisi n< 
cuore per l' intrapreso studio di 
libri sacri e in parte della sanlj 
dottrina cristiana, gli occhi de[ 
1' anima mia, siccome quelli d 
corpo, hanno perduto ogni h 
potere di fissarsi e dilettarsi j 
chi voglia mirarli per attrarli 

Le scienze, come già acce( 
naramo altrove, son concepì 
dal poeta-filosofo siccome doni 
le quali, riguardate, cercano r 
rendersi benivolenti, facili y 
piane, per attirare ,a sé chi 5 
ami, cioè le studii. È questo i 
linguaggio che a Dante, e a' su ! 
colti amici, era famigliarissim 
onde un cenno fuggevole gli e r 
più che sufficiente a farsi coi j? 
prender bene. 

12. E fatti son che paion a J l 

desiri di lagrimare e di mosti ' 

» In 



PARTE TERZA 



165 



e spesse volte piangon sì, che Amore 
li cerchia di corona di martiri. 

Questi pensieri '3, e li sospir che io gitto, 

diventan dentro al cor si angosciosi, 
. che Amor vi tramortisce, si glien duole; 

però eh' egli hanno in sé li dolorosi 
quel dolce nome di madonna scritto, 
e della morte sua molte parole. 



olore - Potente espressione. La 
lovità bellissima sta in quel- 
immedesimare l' idea con la 
[ asa materiale; assai più felice 
ri poesia che in prosa. Car- 
ucci. 

13. Questi pensieri ecc. - Chi, 

pme fece Dante, si dà ad uno 

iudio grande, complesso, pieno 

ì cose ardue all' umana intelli- 

jenza, entra, per dir cosi, in un 

'1 $rto ordine di pensieri, e anela 

i giungere al possesso pieno 

3lla nuova dottrina ; onde si 

1 nò ben dire che sospira ango- 



sciosamente. Deve egli per andar 
avanti lottare contro questa an- 
goscia di sospiri, che significa 
fatica di studio e lite di dubi- 
tazioni. (Vedi Convito^ n, 16). 
Senonché quest' angoscia è tale 
che lo studio (eh' è Amore in 
sostanza) vien meno , tanto è 
grave il duolo ; perché l' anima, 
anelando il pieno possesso della 
vera dottrina, non può formare 
un sospiro senza ricordarsi che 
essa dottrina era già la sua bea- 
trice, e che colpevolmente egli 
1' ha perduta. 



XL. 



Dopo questa trib illazione avvenne, in quel tempo 



Il xxxix capitolo della Vita 
Nuova narra dunque, siccome 
abbiam visto, il ritorno di Dante 
Allighieri all' amore di Beatrice. 
Se noi vogliamo tenerci al senso 
letterale soltanto, dobbiamo con- 
cludere che con questo capitolo 
medesimo la storia di tanto 
amore è finita. Nel xl, eh' è 
questo a cui ora rivolgiamo la 
nostra attenzione, che dice il 
poeta? Dice in sostanza sola- 
mente questo, che la città di 
Firenze ha perduta la sua Bea- 
trice: di sé non fa parola ri- 
guardo all'aver perduto la donna, 
neppur nella prosa che precede 
lo stupendo sonetto. Deve qui 
dunque prevalere il concetto che 
1' ha perduta Firenze. Or quale 
è il senso vero di ciò? Partendo 
sempre da quella idea che io mi 
sono formata della Vita, Nuova 
siccome d' opera scritta al fine 
di preparare i lettori futuri del 
poema sacro alla intelligenza 
d' esso ne' suoi reconditi sensi, 
io credo che qui Dante, facendo 
un passo avanti verso il suo 
grande concetto, vuol far inten- 
dere che non egli solo aveva 
perduta la fede religiosa, ma 
l'aveva perduta il popolo cri- 
stiano, segnatamente quello di 
Firenze, a cagione della gran 
corruzione, della vita lussuriosa, 
avara, superba, a cagione delle 
dottrine false, contrarie a religio- 
ne, le quali da troppi in Italia era- 
no seguite. Firenze era per Dante 
di tutta Italia il luogo del peg- 



gior male ; ed egli pensava certe 
con Virgilio, e non di sole per- 
sone, ma di cittadinanze, ab uni 
(lisce omnes. 

Dante vide forse realmente de 
pellegrini che, passando per Fi 
renze diretti verso Roma, noi 
dimostravano nessun dolore dell< 
stato miserando in cui la città s 
trovava per la sua gravitate, cioi 
per essere tutta viziosa ed empia* 
che non ne avevano essi, né potè 
vano averne, il più lontano so 
spetto. Stranieri di lontane parti 
i quali per grande e vivo senti 
mento religioso, non trattenut 
da pensiero ambizioso o di gua 
dagni né da dolcezza di figliuoli 
né da pietà di vecchi parenti 1 
né da affetto di moglie, s'era™ 
partiti andando incontro a lun| 
ghe fatiche di viaggio, a disagi 
a pericoli molti, solo per esser 
confortati nella loro semplic 
fede, certo pensò fra sé il poet 
come si sarebbero dolorosament 
stupiti quando, al passare pe 
la cristiana e cattolica città d 
Firenze, avessero appreso eh 
quella (e cosi tutta Italia, e cos 
Roma) non aveva più fede. Ch 
dolore sarebbe stato questo pe 
buoni e religiosissimi uomini 
dover accertarsi di tanta corri 
zione e irreligiosità, soprattut 
in vicinanza della sede di Piet 
e de' suoi successori, in vicinanz 
del tempo in cui tutta la cristi 
nità ricordava la morte di Grist 
e la redenzione della umanit 
dal peccato ! 



! 



k 



Si ricordino i gravi cittadini della Citta di Dit«. 



PARTE TERZA 



167 



che molta gente va per vedere x quella imagine bene- 
detta la quale Gresù Cristo lasciò a noi per esempio 
della sua bellissima figura 2 , la quale vede la mia donna 
gloriosamente, che alquanti peregrini passavano per una 
via, la quale è quasi mezzo della cittade ove nacque e 
vivette e morio la gentilissima donna; li quali peregrini 
andavano, secondo che mi parve, molto pensosi. Ond' io, 
pensando a loro, dissi fra me medesimo : « Questi pere- 
grini mi paiono di lontana parte, e non credo che 
anche 3 udissero parlare di questa donna, e non ne 
sanno niente ; anzi li loro pensieri sono d' altre cose 
che di queste qui ; che forse pensano delli loro amici 
lontani, li quali noi non conoscemo ». Poi dicea fra me 
medesimo : « Io so che s' elli fossero di propinquo 
paese 4 , in alcuna vista parrebbero turbati, passando per 
Ilo mezzo della dolorosa cittade ». Poi dicea fra me 
medesimo : « Se io li potessi tenere alquanto io pur li 
farei piangere anzi eh' elli uscissero di questa cittade, 
toerò che io direi parole 5 le quali farebbero piangere 



j [ 1. in quel tempo che molta gente 
! Iva per vedere ecc. - Nelle stampe 
' [in cui si segue la lezione vul- 
t gata si legge andava; secondo 
'la qual lezione il senso ci por- 
J terebbe necessariamente a inten- 
dere nell'anno del giubileo. Ma 
jj io non credo possibile né si fatta 
■ lezione, che, come scrive il Barbi, 
^non potrebbe avere più scarso 
j "fondamento nei manoscritti, né 
^si fatto senso per ciò che biso- 
* gnerebbe di necessità pensare, a 
I cagione dell'imperfetto andava, 
jjche il capitolo xl fosse stato 
jj scritto dopo l' anno 1300. Secondo 
"!l' altra lezione eh' è pur da noi 
? accettata, si deve intendere : in 
% quella stagione in cui ogni anno 
? il passaggio dei pellegrini che 
llt vanno a Roma è maggiore. Tale 
3tagione è primavera o, se dir 

I cogliamo più precisamente, il 

; tempo pasquale. 



2. della sua bellissima figura - 

Cioè del suo volto santo. Veg- 
gasi la nota 7 del capitolo xxxv. 

3. che anche udissero - Anche 
ha qui il valore deìVadhuc latino 
e dell' ancora italiano. Quanto 
a udissero, imperf. del sogg. 
dipendente da un pres. si vegga 
la nota 9 del cap. xix. 

4. s' elli fossero di propinquo 
paese - Dice che se fossero 
di paese vicino, apparirebbero 
alquanto turbati nell' aspetto ; 
perché non potrebbero ignorare 
le condizioni orribili, nel rispetto 
della vita morale e religiosa, in 
cui si trovava allora la città di 
Firenze e l' Italia. 

5. direi parole ecc. - Vuol dire: 
lo spiegherei a questi buoni e 
divoti il vero stato delle cose 
nostre ; e li farei piangere di 
tanta miseria, quando riuscissi 
a far loro intendere bene tutta 



168 LA VITA NUOVA 

chiunque le intendesse ». Onde, passati costoro dalla 
mia veduta, proposi di fare un sonetto, nel quale io 
manifestassi ciò che io avea detto fra me medesimo ; e 
acciò che più paresse pietoso, proposi di dire come se 
io avessi parlato a loro ; e dissi questo sonetto, lo quale 
comincia : Deh peregrini che pensosi andate, e dissi pere- 
grini, secondo la larga significazione del vocabolo ; che 
peregrini si possono intendere in due modi, in uno 
largo ed in uno stretto : in largo, in quanto è peregrino 
chiunque è fuori della sua patria : in modo stretto non 
s' intende peregrino, se non chiunque va verso la casa 
di santo Jacopo, o riede. E però è da sapere che in tre 
modi si chiamano propriamente le genti che vanno al 
servigio dell' Altissimo : chiamansi palmieri in quanto 
vanno oltremare, là onde molte volte recano la palma ; 
chiamansi peregrini in quanto vanno alla casa di Galizia, 
però che la sepoltura di santo Jacopo fu più lontana 
dalla sua patria, che d' alcuno altro apostolo ; chiamansi 
romei in quanto vanno a Roma, là ove questi ch'io 
chiamo peregrini andavano. Questo sonetto non divido, 
però che assai lo manifesta la sua ragione. 

[Sonetto XXIV.] 

Deh peregrini, che pensosi andate 
forse di cosa che non v' è presente, 
venite voi di si lontana gente, 
come alla vista voi ne dimostrate?; 

che non piangete, quando voi passate 
per lo suo mezzo la città dolente, 
come quelle persone, che niente 
par che intendesse! 1 la sua gravitate". 



la profondità e 1' orrore del roso, ma quel che era propri* 

male. della città stessa, cioè la ///"-Ih 

6. la sua gravitate - Non ciò ve condizioni' di mole in cu| 

ohe alla città era (/rare, dolo- era. 



PARTE TERZA. 169 

Se voi restate per volerla udire, 
certo lo core ne' sospir mi dice 
che lagrimando n' uscirete pui. 

EU' ha perduta la sua Beatrice ; 

e le parole eh' uora di lei può dire 7 
hanno virtù di far piangere altrui 8 . 



7. eh' uom di lei può dire - Quel 8. hanno virtù di far piangere 

M lei non si deve punto riferire altrui - Vuol dire che tali parole, 
a Beatrice, ma alla città ; è usato essendo rivelatrici di male gra- 
precisamente come l' ella del vissimo, hanno potenza di far 
dodicesimo verso ; anzi non è piangere chiunque le ascolti, 
altro che la ripetizione dello 
|tesso pronome a indicare la 
stessa cosa. 



XLI. 



Poi mandare» due donne gentili a me pregando che 



Questo capitolo, anche più del 
precedente, è fuori del soggetto 
che, secondo i commentatori e i 
critici della Vita Nuova, Dante 
si sarebbe proposto, e ciò sa- 
rebbe di narrare il suo amore 
per Beatrice, poi il breve oblio 
di lei a cagione dell' essersi in- 
namorato della donna gentile, e 
in fine il ritorno all' amore an- 
tico, all' affettuoso ricordo di 
Beatrice. 

Noi, com' è già dimostrato, non 
accettiamo questo, e solo questo, 
semplice senso letterale: anzi 
abbiamo visto come, specialmente 
nella prosa, sia significato un 
grande senso allegorico che gra- 
datamente conduce alla perfetta 
conoscenza della Commedia. Ma 
in questo capitolo xu il poeta 
fa un altro passo avanti, 1' ul- 
timo, verso il poema sacro. Qui, 
e veramente nel sonetto, illu- 
strato largamente nella divisione, 
si dimostra la qualità presente 
di Beatrice; la quale non è più 
soltanto bellezza umana perfetta 
desiderata dagli angeli e dai 
santi a compimento della loro 
beatitudine; non è più soltanto 
spiritai bellezza grande Che 
per lo ciclo spande Luce d'amor 
die gli angeli saluta E lo iu- 
telletto loro alto e sottile Face 
maravigliar, tanto è gentile; 
ina è un attributo di Dio mede- 
simo, la potensa del sapere di- 
vino in relazione con V uomo. 
A questa grande potenza tutto 
il concilio de' beati e degli an- 



geli fa onore. Si pensi come a 
Beatrice facciano onore i grandi 
santi, apostoli, dottori della 
Chiesa, teologi della grandezza 
di S. Tommaso; e si concluda 
che della figliuola di Folco Por 
tinari non rimane ormai più 
nulla. 

Dante con ciò ha veramente 
compiuto l'assunto suo: ha in 
nalzato 1' ultimo arco di questo 
bellissimo vestibolo del grande! 
tempio che sorgerà fra poco, la 
Divina Commedia. Chi si dovrà 
ora più meravigliare, e chi dovrà 
non capire leggendo il canto ti 
dell' Inferno? Chi potrà ora più 
non intendere le parole che prò 
nuncia Beatrice nei canti xxx e 
xxxi del Purgatorio? e tutto il 
senso simbolico di lei nel Pa- 
radiso terrestre e nel celeste ? 

11 legame di questo capitolo 
con la narrazione di tutto ciò 
che precede è, un po' troppo 
forse, cercato, tanto che si po- 
trebbe quasi chiamarlo un mez- 
zuecio. Ma appunto questo dimo- 
stra esser vero quel ch'io ho detto, 
cioè che, essendo finito il rac- 
conto del giovenile amore, il 
poeta aveva nondimeno neces- 
sità, per la ragione già più volte 
detta, di far considerare al let-j 
tore, oltre al fatto che la bea- 
trice fede era stata perduta da 
molti altri, anche il pensiero 
dell' ultima trasfigurazione della; 
sua donna, presentandogli e i\- 
lustrandogli il sonetto Oltre Id 
spera che più larga gira. 



PARTE TERZA 171 

io mandassi loro di queste mie parole ' rimate \ ; onde 
io, pensando la loro nobiltà, proposi di mandare loro 2 
e di fare una cosa nuova, la qual io mandassi a loro 
con esse, acciò che più onorevolmente adempiessi li 
loro prieghi. E dissi allora un sonetto, il quale narra 
del mio stato, e mandailo a loro col precedente sonetto 
accompagnato, e con un altro che comincia : Venite a in- 
tender. Il sonetto il quale io feci allora comincia: Oltre 
la spera. 

Questo sonetto ha in sé cinque parti. Nella prima 
dico là ove va lo mio pensiero, nominandolo per nome 
di alcuno suo effetto. Nella seconda dico per che va là 
suso, cioè chi lo fa cosi andare. Nella terza dico quello 
che vide, ciò è una donna onorata là suso : e chiamolo 
allora spirito peregrino, acciò che spiritualmente va là 
suso, e, si come peregrino lo quale è fuori della sua 
patria, vi sta. Nella quarta dico come egli la vede tale, 
cioè in tal qualitate che io non la posso intendere, cioè 
a dire che il mio pensiero sale nella qualità di costei 
in grado che il mio intelletto no '1 puote comprendere ; 
con ciò sia cosa che il nostro intelletto s' abbia a quelle 
benedette anime, si come l'occhio debole al sole: e ciò 
dice il filosofo nel secondo della Metafisica. Nella quinta 
dico che, avvegna che io non possa intendere là ove lo 
pensiero mi trae, cioè alla sua mirabile qualitade, almeno 
intendo questo, cioè che tutto è lo cotale pensare della 
mia donna, però eh' io sento lo suo nome spesso nel 



1. di queste mie parole rimate - e caratteristici; perché indicano 
La particella di è partitiva; tutto il viaggio l'atto dalla fan- 
onde la espressione significa ah tasia di Dante partendo dalla 
fune di qiieste mie rime. morte di Beatrice {Venite a in- 

± di mandare loro - Si sottin- tender ecc.), passando per il 

tende l' oggetto eh' è appunto concetto che la fede religiosa, 

alcune rime, o simile. Beatrice era morta per moltis- 
simi {Beh peregrtm ecc.), e ar- 

I tre sonetti che Dante mandò rivando al pensiero più alto, 

alle nobili Fiorentine sembrano eh' ella ora è una grande potenza 

a me scelti con un intendimento, celestiale di divino sapere. 



172 LA VITA NUOVA 

mio pensiero: e nel fine di questa quinta parte dico 
donne mie care, a dare ad intendere che sono donne 
coloro a cui io parlo. La seconda parte comincia quivi: 
Intelligenza nova ; la terza quivi : Quand' egli è giunto : la 
quarta quivi: Vedela tal: la quinta quivi: 80 io che 
parla. Potrebbesi più sottilmente ancora dividere, e più 
sottilmente fare intendere; ma puotesi passare con que- 
sta divisione, e però non m' intrametto di più dividerlo. 

[SONETTO;XXV]. 

Oltre la spera che più larga gira 3 

passa il sospiro 4 ch'esce del mio core: 
intelligenza nova, che V Amore 
piangendo mette in lui 5 , pur su lo tira". 

Quand' elfi è giunto là dove desira, 
vede una donna, che riceve onore, 
e luce si, che per lo suo splendore 
lo peregrino spirito la mira". 

Vedela tal, che quando il mi ridice, 
io non lo intendo, si parla sottile 8 
al cor dolente, che lo fa parlare. 



3. Oltre la spera che più larga spirito (chiamato sospiro per la 
gira- Vuol dire oltre il cielo ragione detta) una intelligenza 
nono che è il primo mobile, che prima non era. 

ossia il cielo che, secondo il si- 6. pur su lo tira - Cioè oltre la 

stema tolemaico, abbracciava spera nona, neir empireo, sede 

tutti gli altri. Al di là di questo della Divinità, 

era il cielo empireo, che si sup- 7 e lnce si< che per lo sno 

poneva immobile. Carducci. splendore lo peregrino spirito la 

4. il sospiro - È lo spirito stesso mira - Vuol dire: e luce per 
del poeta in quanto anela con modo che il mio spirito rapito 
tutto I' affetto alla sua fede re- in tal estasi la mira a traverso 
ligiosa, fatta più bella e splen- Usuo grande splendore. Quando 
dente dal divino sapere. Questo Dante rivedrà Beatrice su la 
sospiro nel. verso 8." è chiamato vetta del Purgatorio libera del 
appunto peregrino spirito. suo velo, e simbolo perfetto 

5. intelligenza nova, che l'Amore della scienza sacra, la chiamerà 
piangendo mette in lui - Vuol Oh isplendor di vira luce eterna. 
dire in sostanza che lo studio 8. Vedela tal, che quando il mi 
(1 Amore) con grande affatica- ridice, io non Io intendo, si parla 
mento defili ocelli mette nello sottile ecc. - Nella sua chiosa il 



PARTE TERZA 



173 



So io che parla di quella gentile, 
però che spesso ricorda Beatrice, 
si ch'io lo intendo ben, donne mie care". 



poeta stesso ci dichiara questo 
luogo cosi: « Nella quarta dico 
come egli la vede tale, cioè in 
tal qualitate che io non la posso 
intendere, cioè a dire che il mio 
pensiero sale nella qualità di 
costei in grado che il mio intel- 
letto no '1 puote comprendere; 
con ciò sia cosa che il nostro 
intelletto s' abbia (cioè stia in 
rapporto) a quelle benedette 
anime, si come 1' occhio debole 
al sole ». Dice altrove: « Che, 
come sole il viso che più trema, 
Cosi lo rimembrar del dolce riso 
La mente mia da se medesma 
scema* ». In somma vuol dir 
questo: L' intelletto la vede 
bensì ; ma quando cerca di espri- 
mere la sua impressione, non ci 
riesce, tanto è rimasto abba- 
gliato dalla bellezza e dallo 
splendore di Beatrice. Ora siamo 
proprio alla visione di Beatrice 



glorificata nell' Empireo, in 
quella circonfusione di anime 
beate in forma di mistica rosa. 
Carducci. 

Beatrice è ora intuita dal poeta 
siccome scienza della religione ; 
la quale, constando soprattutto 
di misteri non intelligibili a 
mente umana se non per con- 
templazione estatica, simile a 
quella che Dante avrà per pre- 
ghiera affettuosa e santa rivolta 
a Maria, non può essere da lui 
intesa; ma con tutto ciò egli 
intende bene che cosa è, e sente 
che lo fa beato. 

9. donne mie care - Dante, che 
nella Vita Nuova aveva comin- 
ciato la glorificazione di Bea- 
trice rivolgendosi alle donne, 
la chiude in questo medesimo 
libro rivolgendosi ancora ad 
esse. 



* Paradiso, xxx, 25-27. 



XLII. 



Appresso questo sonetto apparve a me una mirabile 



Nella lezione ultima, che il 
Carducci tenne su la Vita Nuova 
il 27 aprile 1871, a proposito 
della mirabile visione di cui è 
cenno nel principio di questo 
capitolo xlii, disse le seguenti 
cose che io mi studiai di rac- 
cogliere e di riferire nel modo 
meno imperfetto, e con parole, 
quanto meglio potessi, sue: 

« Nella canzone che segna l'en- 
trar di Dante nella giovinezza e 
nella seconda fase del suo amore, 
la quale comincia Donne che 
avete intelletto d'amore, vi ha 
un luogo insigne per la storia 
dello, svolgimento dell' anima di 
lui. È già un accenno alla Di- 
ri ini Commedia; perché dice 
(è Dio che parla): 

Diletti miei, or sofferite in pace 
che vostra speme sia quanto mi piace 
là ov' è alcun che perder lei s' attende 
e che dirà nell'inferno a 'malnati: 
lo vidi la speranza de' beati. 

Qui abbiamo il primo germe del 
poema, raccolto da Dante nella 
sua prima giovinezza da quella 
atmosfera pregna di visioni, di 
leggende. 11 primo pensiero è 
una visione dell' inferno, forse 
non differente in sostanza dalle 
tante visioni d' inferno germo- 
gliate nelle fantasie di quegli 
uomini d'allora. La Commedia 
dunque non doveva, secondo il 
primitivo disegno, comprendere 
che il solo Inferno. Ma innanzi 
al capitolo xld della Vita Nuova, 
e precisamente nel sonetto Oltre 
la spera che /iìi'i lanjn gira, 
abbiamo un' altra visione, la 



quale ci dà la seconda parte 
della genesi della formazione 
del poema sacro : ed è la visione 
del Paradiso, la visione di Bea- 
trice trasfigurata nell' Empireo. 
Nel sonetto dunque del capitolo 
precedente troviamo che il di- 
segno si è allargato e che la 
Commedia dovrà comprendere 
anche il Paradiso. Il medio evo 
con tutti i suoi terrori die il 
germe dell' Inferno ; 1' amore di 
Beatrice die il germe del Para- 
diso. 

Ma questa non è tutta la Di- 
rimi Commedia. Bileggiamo il 
principio del capitolo xlii: « Ap- 
presso questo sonetto apparve a 
me una mirabile visione ». Qual 
poteva essere la visione più mi- 
rabile ancora di quella avuta, 
e descritta nel sonetto antece- 
dente? Questa visione non può 
essere che quella del trionfo di 
Cristo, descritta nel Purgatorio. 
in vetta al monte sacro; nella 
quale succede la discesa di Bea- 
trice, che muove a Dante rim- 
proveri . per averla lasciata e, 
allegoricamente, peravere abban- 
donata la scienza sacra ed essersi 
dato alla filosofia profana (la 
donna gentile). Cotesta visione 
è proprio la chiave della volta 
di tutto il poema. 

Giovinetto il poeta pensa Y In- 
ferno, giovane più maturo pensa 
il Paradiso, più maturo ancora 
il Purgatorio. Queste tre parli 
nate in diversi tempi e da di- 
versi germi sono poi mirabil- 
mente armonizzate, e formano 



PARTE TERZA 



175 



[visione, nella quale io vidi * cose che mi fecero proporre 
pi non dire pili 2 di questa benedetta, infino a tanto che 
io potessi più degnamente trattare 3 di lei. E di venire 
a ciò io studio quanto posso, si com' ella sa verace- 
mente 4 . Si che r se piacere sarà di colui a cui tutte le 
pose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, 
io spero di dire di lei quello che mai non fu detto 
'd' alcuna. E poi piaccia a colui che è sire della cor- 
tesia 5 , che la mia anima se ne possa gire a vedere la 



iin tutto ammirabile. La figura 
Bei tre regni è una, e certa- 
mente fu suggerita a Dante dal 
Sistema tolemaico. Quel sacro 
numero nove, su cui tanto ha 
almanaccato nella Vita Niiova, 
fei ripresenta a| formare 1', armo- 
nia della Divina Commedia. 
ti ultima visione poi serve a 
gare la forma a tutto* il poema. 
E cosi 1' ultima concezione d' esso 
fu nell' anno del Giubileo. L'ani- 
ma del poeta, a quel Giubileo 
che chiudeva il secolo e ne apriva 
gin nuovo, ;e che (richiamava i 
Scristiani alla fede, ritornò a quel 
sentimento puro di religione che 
aveva avuto nella sua giovi- 
nezza; e dimentico o quasi£pen- 
lito del suo fervore tempestoso 
è incerto con cui aveva seguito 
la filosofia, ritornò alla Scienza 
lacra. 

Ecco, secondo noi, la vera ge- 
nesi del poema ». 

1. io vidi -'Il verbo vedere è 
Usato talvolta da Dante in un 
penso maggiore che^non^ ha so- 
litamente e del tutto spirituale: 
ila senso simile a quello > di in- 
tuire. 

2. di non dire più - Cioè di 
kon comporre più altre rime 
ecc. 

3. trattare - Fu già notato che 
Dante usava questo verbo J in 
Significazione alta, di celebrare 



e, soprattutto, con profondità di 
dottrina. 

4. si com' ella sa veracemente - 
Beatrice lo sa di certo, si perché 
dal cielo e in Dio vede tutto, e 
si ancora perché ella è appunto 
quella scienza sacra a cui ora è 
rivolto continuamente tutto lo 
studio del suo fedele. 

5. cortesia - Ha qui valore di 
misericordia, siccome già dimo- 
strammo nella nota 3 del capi- 
tolo XII. 



Dante dice dunque nell' ultimo 
capitolo della Vita Nuova d'a- 
ver avuto ima mirabile visione, 
per descriver la quale gli erano 
necessari ancora gravi studi. 
Non si può non pensare che qiii 
si tratti del poema sacro o al- 
meno della visione, veramente, 
mirabile, del Paradiso terrestre, 
come piacque meglio al Carducci. 
E questa forse il poeta pensò da 
prima di narrare latinamente per 
proseguire poi il suo soggetto fino 
alla descrizione della gloria del- 
l' Empireo. Ma, qualunque fosse 
allora il pensiero del poeta ri- 
guardo all'estensione e alla forma 
del suo poema, è certo che sog- 
getto ne doveva essere la mira- 
bile visione indicata nell'ultimo 
capitolo della Vita, Nuova e che 
questa mirabile visione doveva 
essere la Commedia o doveva 
essere nella Commedia. Ora, 



17(5 



LA VITA NUOVA 



gloria della sua donna, cioè di quella benedetta Bea 
trice, la quale gloriosamente mira nella faccia di colui 
qui est per omnia saecula benedictus. 



Dante nel suo poema ha ben 
cura di farci intendere che ebbe 
la detta visione l'anno 1300, l'an- 
no in cui Dio, per intercessione 
del suo Vicario in terra, conce- 
deva perdonanza, remissione di 
colpa e pena, a tutti i cristiani 
che, pentiti e confessi, ritornas- 
sero divotamente a religione. 

Vogliamo noi pensare che que- 
st' ultimo capitolo della Vita 
Nuova, insieme con tutta la nar- 
razione prosastica del libro, fosse 
scritto, come asserì il Boccaccio, 
nell'anno 1292, e che poi Dante 
trasportasse la visione avuta al- 
l' anno 1300? Ne verrebbe (e cosi 
se anche si volesse accettare la 
opinione che il libro fosse com- 

Bosto uno o due anni dopo) che 
ante ci direbbe d'essersi pen- 
tito del suo deviamento dalla 
religione e dalla rettitudine della 
vita; e poi non ci direbbe affatto 
come tra il 1294 e il 1300 fosse 
ricaduto nel fondo e nelle tene- 
bre del male. Beatrice nel xxx 
del Purgatorio, rifacendo tutta 
la storia dell'anima di Dante, 



parla ben chiaro quando dice: 

'Tanto giù cadde, che tutti argomenti 
alla salute sua eran già corti 
fuor che mostrargli le perdute genti 

Per questo visitai l'uscio dei morti eco 

E Beatrice visitò l'uscio de' morti 
appunto il venerdì santo dell'an- 
no 1300. Se tin a quel di Dante 
era stato in condizione di pec- 
cato, anzi era sempre rimasta 
in più basso loco, come si pucj 
affermare che già sei o più anni 
prima si fosse pentito, senza poi 
soggiungere che fosse ricaduto 
Dante, cosi preciso sempre ne] 
particolari della sua vita, non 1 
ha detto nulla di tale ricaduta: 
ma parla di continuazione di vita 
traviata. Bisogna dunque, m: 
pare, credere a lui e tener pei 
fermo che la Vita Nuova fu 
composta nella imminenza dei 
grande giubileo, e forse in parte 
scritta durante, o anche dopo 
Del resto la certezza di queste! 
abbiamo avuto occasione di mo^ 
strare nelle note con altri argo 
menti ancora; e però il nostro in 
sistere qui parrebbe eccessivo. 



INDICE 



a Vita Nuova. 



INDICE 



Avvertenza pag. v 

Notizie Preliminari. . . - » vii 

La Yita Nuova : 

Parte Prima (Capitoli I-XVII) ....... » 1 

Parte Seconda (Capitoli XVIII-XXXIV) » 61 

Parte terza (Capitoli XXXV-XLII) .... » 147 



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